culture, società

Tango Queer

BUENOS AIRES [con Federico Boscaro] – Le coppie si stringono, una mano sulla spalla e quella dell’altro a cingere la schiena. La musica, inconfondibile, ritma i passaggi e i volteggi, si insinua tra i bacini stretti, fa piroettare i piedi dentro e fuori le gambe. Chi con gli occhi chiusi trascinati dagli accordi, chi con le labbra a sussurrare qualcosa. In una luce soffusa, le coppie girano e si sfiorano nella milonga di San Telmo. E’ il tango, naturalmente. Ormai brand di Buenos Aires, impazza ovunque in cittá tra ristoranti e piazze, come in questo barrio un po’ hippy e molto turistico, che la domenica si riempie di antiquari.
Il tango è anche il codice della sensualitá machista argentina, che lo ha trasformato nel suo rito creativo. Ma sulla pista di questa milonga, nel perimetro segnato dai tavolini e dal bar che sforna le birre quielmes, ballano coppie di donne, altre di uomini, altre miste. Al cambio di ogni aria musicale le persone si reincontrano e formano nuovi duetti. Siamo in una milonga queer. Segno di una Argentina che sperimenta una democrazia dell’intimitá, anche sfidando i suoi simboli piú sacri. Non solo nella penombra di alcuni locali, ma pubblicamente, come è successo con il recente “Festival internazionale di tango queer”. Per sette giorni si sono alternati workshop condotti da dieci tra i migliori maestri di tango, altrettanti singers, dj e orchestre per le serate di ballo, sette spettacoli di cinema, performance e teatro, quattro conferenze e seminari. E ogni sera in una milonga o in un centro culturale diverso.
«Il tango: certo, è un simbolo eterosessuale, con i suoi ruoli e gesti precisi, dove l’ordine della danza é una gerarchia di genere, per cui l’uomo conduce e la donna segue – racconta Mariana Falcón, ideatrice e direttrice del Festival – Eppure, il tango tra uomini e tra donne é sempre esistito, ben nascosto, dentro ai sotterranei di Buenos Aires. Ed é stata anche una grande forma di resistenza della comunitá gay e lesbica contro l’eterosessismo, l’omofobia e la repressione della dittatura».
Le istituzioni non si sono sottratte: il supporto è arrivato sia dal Ministero della cultura della capitale, ma anche da quello federale di giustizia e diritti umani.
«Io insegnavo a ballare alle donne, poi abbiamo aperto a tutti e organizzato uno spettacolo di tango in strada. La gente si fermava, prima sbalordita, poi sempre piú affascinata. D’altra parte, proprio una delle milongas piú tradizionali, il Salón Canning ha ospitato due orchestre queer: la Tanghetto, elettronica, e Las del Abasto, una band tutta di donne».
«Il tango é una danza intima e allo stesso tempo pubblica. E quando impari ad unire le due cose, non solo ci si diverte, ma ci si sente anche forti – continua Mariana Falcón – E’ un gesto politico perché la prioritá, come sappiamo, é essere visibili, non avere piú paura. Ma é anche un gesto simbolico perché apre il discorso di genere in tante variabili: ogni tanguéro, uomo o donna, gay o etero, non solo puó scegliere assieme all’altro/a il ruolo che desidera, ma lo puó cambiare ripetutamente».
La versione queer del tango è riuscita a conquistare anche i palcoscenici teatrali. Los Hermanos Macana sono due fratelli, Guillermo e Enrique de Fazio, che ricreano nel loro spettacolo di teatro-danza l’atmosfera e le tecniche del ballo tra uomini com’era alle origini, nelle milongas fumose degli immigrati europei, disperati ed euforici. Allo stesso modo, le Tango Mujer, girano tra Europa e Stati Uniti, formando una compagnia di danza tutta al femminile, sei ballerine di diverse nazionalità, che di se stesse dicono: «non abbiamo scelto di ballare tra noi per escludere gli uomini, lo facciamo solo per praticare, giocare, inventare». E dire di non aver bisogno degli uomini è uno sberleffo ancora più feroce.
Anche questa è Buenos Aires. Una metropoli contraddittoria, effervescente e di una bellezza struggente, che sta facendo di tutto per dimenticare l’inferno del 2001. Un corpo in ebollizione, dove i sommovimenti queer rappresentano, come sempre, i migliori sismografi sociali e culturali.
Vero è che la città porteňa è diventata una meta culto del turismo gay friendly. La redazione di  BSASgay, l’aggiornata guida della comunità Lgbt, snocciola con orgoglio i 100 luoghi di incontro, di cultura, di shopping e di divertimento che la città offre. Per la maggior parte gay friendly: è la matrice queer che predomina, con il suo mix di persone, generi, linguaggi, come si incontra ad esempio nell’enorme e splendido palazzo primo Novecento che ospita ogni sabato il dance-floor del Big One in Avenida Rivadavia.
Ce lo conferma anche Ivan Fantasìa, direttore di produzione di Diversa, il film festival Lgbt: «Fin dall’inizio abbiamo immaginato questo evento come uno strumento per parlare e far mescolare tutte le diversità, con cui la società argentina deve fare i conti se vuole uscire dall’asfissia del machismo e dal dolore della dittatura».
Non è un caso, quindi, che tra i partner del festival, oltre all’Istituto nazionale audiovisivo, vi siano tra gli altri il Dipartimento dei Diritti Umani e Keshet, l’associazione Lgbt della comunità ebraica. Un festival importante quello di Buenos Aires: promosso dall’associazione Prisma, ha portato nella sua ultima edizione 45 pellicole [di cui 14 di produzione argentina] di 12 paesi, tra cui l’Italia, qui rappresentata dal Festival di Torino, che così conferma il suo prestigio internazionale.
In realtà, non è solo Buenos Aires a vivere questa onda buena. Né occorre andare a Cordoba, che è l’altro polo culturale del Paese, col suo mondo universitario, le gallerie e i locali vivacissimi. Si può raggiungere la remota Resistencia, capitale del Chaco, ai confini col Paraguay. Le sue 430 sculture disseminate nelle strade polverose, unico motivo per cui è conosciuta, non riescono minimamente a coprire la povertà diffusa. Qui, addirittura una campana del Rotary Club segna il confine fisico tra i quartieri della miseria e del benessere. Eppure, è la stessa città dove si é appena chiuso un festival di teatro queer.
Più a sud, nella sonnolenta Tucuman, la deputata oficialista Vilma Ibarra ha appena depositato una proposta di legge per estendere il matrimonio alle persone dello stesso sesso, sull’esempio spagnolo. Un passo più in là della legge sulle unioni civili in vigore dal 2002 nel distretto federale di Buenos Aires. El periodico, il quotidiano più diffuso della città, ha dedicato due paginoni a sostegno dell’iniziativa e ha organizzato un forum in redazione con esponenti della comunità gay e lesbica.
E’ un vento di cambiamento, quello che vive l’Argentina. Che arriva dal profondo. La Federazione delle associazioni Lgbt lavora strettamente con l’Istituto nacional contra la discriminacion, la xenofobia y el racismo (INADI) che ha sedi in tutto il Paese e ha aperto una trattativa diretta con i ministri dei Paesi del Mercosur.
«E’ come se si fosse scoperchiata la società. Abbiamo convissuto col machismo e continuiamo purtroppo a farlo. Ora è la società machista che convive con noi, guardandoci in faccia, fuori dalla clandestinità», dice Adrian Fernàndez Sabatini. Ma qui a Mendoza, forse nessuno lo conosce come Adrian. Lui è Maverik, la regina della notte mendocina. Una creatura inquieta, che slitta tra i generi, in bilico «tra le mie icone più care, Madonna e Marilyn Manson: il mio nome è nato da qui, per la sua carica di ambiguità, di sensualità e di spaesamento. Il mio sogno è continuare a parlare al cuore delle persone».
Più che una drag-queen, Maverik è una vera e propria performer. Sul palco del Reserva, il più gettonato tra i locali della città, è a suo agio su zeppe vertiginose e strizzato dentro tutine aderenti e luccicanti. Il suo “I Love Maverik” è un vero e proprio show, fatto di video, immagini, canzoni, performance, pensieri sulla vita e sull’amore. Quando lo spettacolo finisce e i dj fanno riempire la pista, i genitori di Maverik, tra un sorriso e una stretta di mano, si avviano verso casa, come fossero usciti da un qualunque teatro di Mendoza.

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