culture, società

Oltre il giardino. A Trieste Studio Azzurro per Basaglia

E’ il 1971 quando Franco Basaglia varca l’ingresso dell’Ospedale psichiatrico di Trieste. Trova la direzione, una palazzina splendida che domina quaranta padiglioni dentro un parco di venti ettari. E soprattutto incontra 1256 pazienti. Ce n’erano 400 il giorno dell’inaugurazione, nel 1908. Ludovico Braidotti aveva progettato un manicomio all’avanguardia, con l’aura scientifica della psichiatria dell’epoca e l’atmosfera austro-ungarica dello Steinhoff Wien, fatto di severa eleganza, verde pubblico, silenzio, monumentalità. Franco Basaglia avrà di sicuro proseguito la visita, quel giorno del suo arrivo, dirigendosi verso l’uscita, all’altro capo del parco. Un lungo cammino, costeggiato di edifici, a sinistra gli uomini a destra le donne. I semiagitati, gli agitati, i sudici e paralitici. Poi la fila con teatro, cucina, lavanderia. E ancora, i padiglioni di fine-vita: i tranquilli, i contagiosi, la chiesa e l’obitorio. E infine l’uscita. Quando si varcava il cancello di ingresso non c’era ritorno. One way.
L’atrio di quella che allora era la Direzione ha le luci soffuse. Sculture, targhe, mobilia sono avvolti in lenzuola bianche, come una casa abbandonata temporaneamente. Come quando ci si prepara per un lungo viaggio. Tre tavoli sbilenchi. Uno è addirittura appeso, per le gambe, ad una parete. Bisogna mettersi obliqui per vedere meglio. Forse è sempre questa la cosa giusta da fare. Poi basta un tocco leggero sul piano del tavolo. E cominciano a scorrere le immagini.. Con la mano, delicatamente, si spostano files, articoli, lettere. Il touch screen fa andare e venire tra le pieghe del passato prossimo. Basta un tocco gentile. E’ sempre questo il segreto.
“Oltre il giardino. 1971-2009”, si chiama. “Non una mostra, ma un archivio in mostra”, ci tiene a precisare Chiara Strutti, che qui segue i progetti più innovativi e internazionali. Muove le sue mani lunghe con una sigaretta sempre accesa: “Una memoria viva – dice – che parla già di domani, di tutto quello che c’è ancora da fare per uscire dall’incubo”.
Ma che non sia un semplice archivio lo dimostra questa architettura visiva ideata da Studio Azzurro. Il gruppo di creativi milanesi, tra i più importanti della scena artistica multimediale, ha allestito una teatralità espositiva high tech, raffinata e straniante. Un intreccio di gesti, suoni e tempo. Ha manipolato la visione in un percorso di emozioni che non fosse neutro. Tutto è consultabile, spiegano i videoartisti, “senza un ordine preciso, ma con l’aiuto di parole-chiave, rompendo lo schema dell’archivio tradizionale, permettendo di manipolare i dati e di incontrare l’interesse sui dettagli”.
Undicimila files. Oltre 5 mila fotografie e altrettanti documenti, articoli, disegni, manifesti, tesi. Più di 50 ore di riprese da film, video, telegiornali e trasmissioni televisive, tutti digitalizzati e per la prima volta esposti al pubblico. Questo lavoro certosino, curato dall’Asl Triestina, con il supporto della Fondazione Cassa di Risparmio e del Consorzio Nazionale Servizi, in stretta collaborazione con la Provincia e la Fondazione Basaglia, ha coinvolto centinaia di fonti, comprese le teche Rai del Friuli e di Roma e la Cineteca nazionale. “E soprattutto è stato chiesto a chiunque avesse materiale, di portarlo. E’ stato emozionante, per esempio, ritrovare le lettere dei malati. O leggere le minute del diario di bordo di ogni reparto. Un lavoro in progress, un archivio permanente, un database pulsante”, continua Strutti, mentre ci accompagna attraverso le stradine del parco San Giovanni. “La ricerca dei materiali resta aperta. L’obiettivo è documentare il presente, a tempo reale, tutto ciò che si muove in questo campo. E renderlo fruibile a tutti, anche on-line”.
Dai tavoli espositivi, ci si può stampare il proprio catalogo, scegliendo una per una le foto. E magari lasciare un messaggio vocale, un pensiero, una parola: “abbiamo voluto dare corpo ad una memoria dinamica e collettiva – dice Studio Azzurro – sfaccettata, partecipata, sull’onda dell’esperienza basagliana, esempio di come anche le cose che sembrano impossibili possano realizzarsi”.
Sono passati più di trent’anni dalla Legge 180. E cento dall’inaugurazione del grande ospedale psichiatrico triestino. Il cuore è il decennio dei Settanta. Il viso che appare ovunque è inconfondibile. Franco Basaglia è una delle silenziose icone italiane. Più si tenta di dimenticarlo, più ci si accorge di quanto abbia rovistato in profondità, a mani nude, nel potere concentrazionario.
Le foto della mostra sono come una catena spezzata, un racconto sincopato e struggente di questo posto e di quel lavoro. Ma cos’era realmente il manicomio? Franco Rotelli ci fissa coi suoi occhi di un azzurro vivido e terso. “Il manicomio è il teatro assoluto, non esiste il fuori. Commedia e tragedia assieme”. Per anni a fianco di Basaglia,  ora dirige l’Azienda sanitaria triestina. Scuote le sue bellissime fitte rughe e non ci gira attorno: “Il manicomio è una singolare caricatura degli aspetti più paradossali dei provvedimenti della pietà e della scienza. Per questo, una volta svelato il meccanismo, si è prodotta una rivolta. E il bersaglio è stato prima di tutto il potere sui corpi della medicina: regole, stili di vita, il bene e il male nelle idee e nei comportamenti, i limiti e i confini della norma. E’ la rete di potere che passa per la salute e per i corpi”.
Chiara Strutti ci mostra le sale. “Questo, dove oggi c’è la mostra, è stato per decenni il padiglione del direttore, della sua famiglia. La testa di tutto l’inferno. Ad un certo punto, Franco Basaglia lascia questa palazzina e trasferisce la direzione dov’è tutt’ora. E qui lo trasforma nel primo appartamento per pazienti che cominciano ad assaporare una vita autonoma, dove si possano sentire persone vive, libere”. Lo chiama Rosa Luxemburg. E’ il 1972.
Simbolica e materiale, la rivoluzione di Basaglia scorre nelle foto. Sui volti di decine di infermieri, di volontari che da tutto il mondo vengono a vedere l’istituzione negata, capovolta, sbrecciata. E vi si fermano a lavorare, a riflettere, a progettare. Come il volo sul golfo che strappano all’Alitalia. Li si vede sotto la scaletta dell’aereo con tutti i pazienti accovacciati. Increduli ed eccitati.
“Se mettiamo vicino a questo scatto – sottolinea Rotelli – la foto ufficiale del 1908, con il direttore circondato dalle infermiere, rigidi, ferrei e tristi nel loro mondo carcerario, la rivoluzione è lampante”. Ma qual è l’immagine più emozionante? Rotelli ci pensa un po’ e dice lentamente: “E’ il giorno dell’addio di Basaglia a Trieste, nel 1979. Tutti i volontari e gli operatori sotto stretti a lui e ridono. Ridiamo. Ridiamo così tanto che la devono rifare”.

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