culture, società

Gustavo Guizzardi: “La vita reale non si nasconde”

VENEZIA – Gustavo Guizzardi insegna Sociologia dei processi culturali e Cultural Studies alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Abbiamo provato a tracciare con lui uno sguardo sul Nordest e sul mondo dell’impresa attraversato da questa fase di innamoramento per l’arte e i linguaggi culturali.
Lei è un profondo conoscitore dei meccanismi di costruzione dell’identità e dei cambiamenti sociali della realtà, Cos’è il Nordest, professore, da questo punto di vista?
“Forse bisogna disarticolare il tessuto produttivo, per capirne anche i contorni sociali e culturali, provando a distinguere il grosso delle piccole imprese dall’imprenditoria media e dai gruppi multinazionali. Il primo è costruito attorno al singolo, al suo gruppo, alla famiglia, ed è  localizzato, dinamico, veloce ad usare le norme e con poco apparato. Mi sembra anche quello più esposto alle pulsioni che attraversano la società, comprese quelle di chiusura. Viviamo il paradosso di utilizzare manodopera straniera, di avere le badanti dentro le nostre case, ma vi è anche una tendenza a rappresentare la realtà sotto forma di una “invasione” da parte degli immigrati. Non dobbiamo poi dimenticare che nel Nordest c’è anche un’imprenditoria colta, che segue, apprezza, diffonde l’arte, abbinando mecenatismo e produzione di eventi. Io credo che queste due imprenditorie siano due mondi abbastanza separati. D’altra parte Bourdieu rilevava che in Francia ci sono volute tre generazioni per assistere a processi di trasformazioni culturali in questi mondi sociali. Ecco, anche qui, potrebbe essere vera la stessa cosa, è necessario un lento accumulo di capitale culturale.
Eppure qui stiamo parlando di una sorta di laboratorio, di incontro tra impresa e arte contemporanea.
Questo mi sembra un altro livello ancora. E’ un’impresa che sa produrre e vendere immagini in sè, che guarda al mercato suddiviso nelle sue tribù culturali e nelle loro pieghe in continua trasformazione, che sa abbinare emozioni al sistema produttivo, sa ragionare sul lungo termine. Necessita di creativi a tempo pieno, con team sempre giovani e rinnovati, che capiscano i cambiamenti dei target e li tenga fedeli. In questo senso ci vuole una mentalità cosmopolita, capace di stare dentro ai flussi, come anche di sopportare un forte rischio di impresa. I Benetton e i Diesel, per esempio.
Dunque, si può dire che tutti e tre questi mondi di impresa producono identità e disegnano il profilo di un Nordest complesso.
“Sì, ma non dobbiamo dimenticare che assieme all’identità si producono beni materiali, ricchezza. Vendere identità senza chi possa consumare beni non rende. Mi chiedo: davvero il sistema di riproduzione di sole immagini può reggere? davvero reggono i legami solo immateriali? Io credo che bisogna tener conto anche di quello che vi sta sotto: un sistema di identità ancorate a legami collettivi, allo spazio vissuto, alla vita quotidiana. Il Nordest può anche inventarsi come produttore di emozioni, di immagini, di simboli, ma dovrà sempre ancorarsi ad una struttura di rapporti, ad un’economia reale, ad un qualche legame strutturato. Anche in una società post-moderna, in cui la produzione di beni immateriali è essenziale, l’individuo non è da solo con le sue immagini. Siamo in un sistema che ha comunque bisogno di strutture cui fissarsi e di legami concreti, vissuti. Anche le precedenti  fabbriche di identità e di senso hanno storicamente  funzionato così. Penso alla più importante, la Chiesa. E’ una “fabbrica” di simboli, di senso, di immaginari, ma vive di legami concreti, che ha intercettato e contribuito, almeno per un certo periodo, a mantenere.

Carta EstNord – mensile

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