Luca Massimo Barbero: “La creatività è uno show-room”

giugno 2, 2009

VENEZIA – “Quando l’impresa chiamerà un artista ad interagire con il processo produttivo, allora saremo di fronte a qualcosa di radicalmente innovativo, ad un vero e proprio cortocircuito”. Luca Massimo Barbero non sembra proprio abbagliato dal laboratorio creativo nordestino. Lo incontriamo a Venezia nella settimana della Biennale, in una città che sembra una frastornante giostra d’arte e lui è in balia di curatori, artisti e giornalisti.
Nato a Torino nel 1963, veneziano di adozione, globe trotter infaticabile, Luca Massimo Barbero è da poco il nuovo direttore del Macro, il Museo d’arte contemporanea di Roma, dopo aver lavorato in laguna come curatore associato alla Peggy Guggenheim Collection e prima ancora Presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa.
Arte e impresa. In questi ultimi tempi se ne parla moltissimo, come nuova dimensione del Nordest. Tu hai fondato un’esperienza in questo campo, il C4 di Caldogno. Partiamo da qui.
Tre anni fa mi è stato chiesto di ripensare l’utilizzo di Villa Caldogno, un edificio cinquecentesco di Andrea Palladio, quale fulcro attorno a cui progettare una riqualificazione urbanistica. Una buona partenza, se pensiamo a come spesso viene ferito il territorio con queste operazioni. Ho escluso l’idea dell’ennesimo luogo espositivo, ed immaginato un progetto pilota, molto integrato con la comunità locale, che potesse essere un centro di produzione culturale, di lettura del territorio, ma soprattutto di formazione per tutti gli attori sociali, dagli insegnanti ai dirigenti pubblici, fino agli imprenditori. Così le imprese sono state coinvolte non solo come sponsor, ma come partner veri e propri. Artisti di valore internazionale sono stati invitati a condividere esperienze simili e a progettare le iniziative, dai laboratori di formazione alla mappatura fotografica del territorio, sia naturale che sociale. In questo modo siamo riusciti a far interagire davvero arte, comunità locali, settore pubblico e privato.
Ci sono decine di esperienze “simili” a Nordest. C’è chi parla di un unico enorme distretto creativo. Ma che rapporto si è instaurato tra arte e impresa?
A mio avviso bisogna distinguere tra arte e creatività. Non c’è alcun automatismo tra l’essere un creativo ed essere un artista. Design, moda, certa  fotografia, sono strettamente legati con la produzione. Non solo: qualunque artigiano e molti imprenditori a Nordest si possono definire creativi, e su questo hanno basato il loro successo. D’altra parte molti artisti utilizzano materiali industriali nelle loro creazioni, ma non sta nel senso intimo dell’essere artista quello di costruire prodotti per l’impresa. Forse c’è qualcosa di davvero irriducibile in queste due dimensioni, perché l’arte comporta sempre cortocircuiti, figuratevi nelle dinamiche di produzione. Quando l’impresa chiamerà un artista ad interagire con il processo produttivo, allora saremo di fronte a qualcosa di radicalmente innovativo, ad un vero e proprio cortocircuito, un laboratorio utile ad abbattere le categorie ancora esistenti.
C’è stato un unico modello in Italia di incontro tra arte e impresa, straordinariamente utopistico, immaginifico e reale, e forse per questo destinato al fallimento: Olivetti. Là si è sperimentata davvero una comunità di giovani artisti, intellettuali, lavoratori e manager. Successivamente alcuni hanno preso quell’idea e hanno fatto dei tentativi, ma senza successo, perché mancavano il contesto e il coraggio e la visione di una nuova identità.
Dunque, questo Nordest definito come “un hot spot europeo” di creatività è un fenomeno più mediatico che reale?
Mi sembra più uno show room che un laboratorio. E sinceramente non vedo alcun legame profondo tra arte e impresa.  Sono le imprese ad essere veloci ,creative, immediate. Riescono ad adeguarsi velocissime ai contesti anche internazionali, e persino a produrre anticipazioni di molte dinamiche del contemporaneo. Un tempo era compito dell’arte anticipare le trasformazioni. Perché era desolatamente sola, inutile, non aveva idea di un mercato globale, si sentiva necessaria solo a se stessa. Oggi, ciò che accomuna i processi di produzione dell’arte e dell’impresa non è l’oggetto, ma il business di visibilità: fai qualcosa e quanto più lo sai comunicare, più esiste. Il Nordest con la sua innegabile energia dovrà trovare luoghi di laboratorio non effimeri, sorpassare questa fase continua di discussione/esposizione, creare cellule produttive dove formare giovani intellettuali e giovani artisti messi in contatto con le realtà produttive e sono certo che troverà presto una sua strada. E in un momento di crisi profonda come quella che stiamo vivendo, è estremamente affascinante osservare ciò che si muove. Credo nella forza dei giovani, vanno dati loro mezzi per formarsi e”scontrarsi” e forse questo interagire tra arte ed impresa potrebbe davvero essere il laboratorio ideale. Per il momento arte e impresa si annusano, si osservano, si lodano. Il resto è fashionable.

Carta EstNord

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