società

L’Italia e l’omofobia

La serie impressionante di aggressioni a persone e locali della comunità gay e lesbica negli ultimi mesi, ha portato alla luce una semplice verità che nel frattempo era stata occultata sotto una spessa coperta di ipocrisia. Gay, lesbiche e transgender sono oggetto di violenza, verbale e fisica, quotidianamente. Il problema è che in questo Paese l’omofobia non rientra tra i crimini di odio e quindi non è considerata un’aggravante, perché consapevolmente esclusa dai legislatori con una determinazione bi-partisan. Anzi, l’omofobia è sempre stata ritenuta un eccesso ideologico dell’associazionismo gay, o un sano vernacolare della cultura italiana, o persino rivendicata come uno degli strumenti di igiene etica dell’armamentario cattolico.
La stessa Ministra delle pari opportunità l’aveva esclusa tra i fenomeni da contrastare perché inesistente, rassicurata (diceva) anche da alcuni suoi amici omosessuali, evidentemente barricati nei loro “armadi” di classe, così invisibili da non poterlo dire di persona o così eccessivamente visibili da essere intoccabili, come nelle sceneggiature dei più classici regimi.
L’omofobia ha radici profonde e nessuna legge basterà ad estirparla. Fa parte  (come la misoginia, il razzismo, l’antisemitismo) di quell’archivio dell’esclusione che abbiamo in dote e che periodicamente viene aperto, rifornito, sistemato ed usato. L’insulto, si sa, è uno di quegli arnesi simbolici che perpetuano le gerarchie di potere sociale di chi si ritiene un “gruppo dominante”, in questo caso “maschile”. Se non basta, c’è sempre la repressione individuale, di gruppo, sociale e pure istituzionale per completare la cura.
E siccome del “maschile” (come del “femminile”) non si ha più una visione strettamente biologica, in questo concetto potremmo far rientrare anche le tante voci che escono dai corpi biologicamente di donne, siano essi plasticamente perfetti come quello di Mara Carfagna o senilmente votati al martirologio come quello di Paola Binetti.
Se oggi, esponenti di governo e di opposizione, di fronte alle persone ferite, malmenate, seviziate, minacciate, si dicono pronti ad allargare la legge Mancino anche all’omofobia, è perché la fiammata di odio è stata plateale e le vittime l’hanno denunciata senza farsi intimidire. Ma sono spesso quegli stessi politici che partecipano con devozione democratica a quelle che David Halperin definisce “strategie omofobiche pervasive e multiformi che danno forma ai discorsi pubblici e privati e che saturano l’intero campo delle rappresentazioni culturali”, e qui persino normative.
E’ evidente quanto siano cruciali, in questa pervasività omofobica, il peso e l’ampiezza che ancora detiene la potenza narrativa della Chiesa, che sa di tenere strategicamente in ostaggio i corpi usandoli come terreno di battaglia, simbolica e materiale. E’ su questi che la Chiesa agisce con la sua struttura ideologica violenta e con il potere ossessivo della superstizione, entrambi decantati da tanti politici ed intellettuali, anche di sinistra, come profondità etiche e messaggi universali. Come dice Massimo Cacciari, “quelli dei cattolici sono valori di particolare rilievo e non è semplice per un non credente uniformarsi ad essi”. Lo dice come se davvero avessimo l’orrendo destino e il dovere penoso di uniformarci ad essi. Ipnotizzati da Benedetto XVI, a volte molti di questi ascoltati intellettuali e abili politici sembrano voler farci pagare il fatto di non essere riusciti da giovani a fare le loro rivoluzioni dai nomi improbabili, in cui la dimensione della libertà era spesso una sovrastruttura effimera, e che oggi continuano a scrivere libri e a tenere conferenze altrettanto incomprensibili e imbarazzanti.
Il destino del nostro Paese nel campo della laicità e dei diritti di libertà sembra butterato da questo impasto velenoso. Così, non a caso, questo stesso Paese finisce sempre ammaliato dal “corpo del capo”, anche se oggi è un Eighlander settantenne, adulterato di botulino e di viagra, il che conferma la tenace filigrana virilista, machista e intimamente fascista della nostra cultura collettiva. Lui può dire di essere  l’utilizzatore finale in una fabbrica luccicante di esclusive sex-workers, così come Svastichella può affermare di accoltellare i froci, ma di averne molti di amici. L’estate torrida del sexygate all’italiana ha spalancato i confini tra privato e pubblico, lungo un reality grottesco di divorzi, minorenni, erezioni, escort, ville, bugie e fobie, perché questa è la forza del berlusconismo. Che però aveva anche un patto di potere con la gendarmeria vaticana, un gioco di specchi e di scambio tra l’esibizione del corpo proprio (e di quelli comprati e comprabili) e la clausura e il disciplinamento del corpo degli altri. Un vero e proprio porta-valori faceva (e fa) da navetta tra Villa Certosa e il Vaticano.
Peccato che, appena alzato il monito sugli eccessi di corte, la Chiesa si è trovata decapitata del suo più importante giornale, la punta di lancia del Family Day. Come nei migliori regimi: l’intrigo e il veleno. Il direttore di Avvenire è finito persino con sarcasmo sulla Frankfurter Algemeine Zeitung, come il “gigolo omosessuale che tormenta con terrorismo telefonico la fidanzata del suo amante”.  E anche questo, vero o falso, ha finito per montare la fangosa narrazione di odio di queste settimane.
Forse è arrivato il momento per le organizzazioni lesbiche e gay di distogliersi dallo smarrimento. Di alzare il tiro e di capovolgere la “sottomissione paradossale – come diceva Bourdieu – della docilità dei dominati verso i dominanti”. Non si tratta solo di strappare una protezione legislativa minima contro l’omofobia, di auto-organizzarsi per proteggersi, di aumentare le denunce, di dare visibilità agli agguati, in una parola di togliere paura.
Ma soprattutto, è tempo di mettere a valore quello che intanto succede nella società, cioè le pratiche sociali e culturali, molteplici e molecolari, di invenzione dei legami sociali e affettivi, di riarticolazione della prossimità senza vincoli di sangue, che è cardine della vita gay e lesbica. Sono le esperienze di sfida alla clandestinità con migranti e asilanti gay e lesbiche; l’uso sistematico del diritto e delle istanze giudiziali contro le normative di apartheid legale; le forme di parentalità e la molteplicità degli strumenti per realizzarla da parte di tante lesbiche e gay; le pratiche familiari inedite, che rimodellano famiglie allargate e con vincoli di solidarietà ed intimità; le culture e le ricerche più sperimentali ed innovative, capaci di svelare i meccanismi identitari e di esclusione sociale, di attraversare i generi e sedimentare nuovi alfabeti. Tutte forme di disobbedienza civile e culturale, oltre la patina del mainstream bigotto (anche omosessuale) e capace di de-costruire stereotipi e poteri e di produrre nuove narrazioni.
E’ quello di cui Giddens parla, quando dice che “gay e lesbiche stanno costruendo nuovi percorsi per loro stessi, ma anche per gli eterosessuali”. E’ quello che Judith Butler chiama il “cambiamento dell’ordine simbolico”, evocando la possibilità di ripensarsi fuori dallo “strangolamento dell’identità”. Perché, infine, è quello che la società reale vive nella sua esperienza quotidiana e non sono che le uniche, semplici, vitali forme di resistenza.

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