Uguali e confusi

settembre 16, 2009

I militanti di Casa Pound dovrebbero andare quest’anno alla Festa del cinema di Roma. Non possono perdersi infatti uno dei film in concorso, il danese “Brotherhood” di Nicolò Donato. E’ la storia del giovane Lars, che entra a far parte di un gruppo di estrema destra impegnato in raid punitivi contro arabi e omosessuali. A seguire il duro apprendistato di Lars viene messo Jimmy. Ma tra i due scoppia improvvisa la passione Un amore vissuto in segreto, di fronte alle regole razziste ed al crescendo di violenza del gruppo.
“Brotherhood” potrebbe essere una sorta di educazione sentimentale per i ragazzi dell’eccentrica destra sociale romana. Uno di loro, impegnato nel Blocco Studentesco, il 30 settembre scorso ha provato a  descrivere a Paola Concia cos’è veramente Casa Pound. O, meglio, cosa non è: “Non siamo omofobi né razzisti. Non siamo mai stati condannati né indagati per reati legati alla discriminazione sessuale, razziale o religiosa. Non siamo il Ku Klux Klan”.  Paola Concia, si sa, è l’unica parlamentare dichiaratamente lesbica. Ha accettato l’invito del gruppo “post”-fascista a discutere di omofobia e di diritti civili. Tutto nasce dalla sorprendente adesione di Casa Pound alla fiaccolata contro le discriminazioni di una settimana prima. Alla richiesta del sindaco Alemanno, che conosce bene i suoi ragazzi, di non partecipare alla manifestazione per non creare incidenti, loro hanno rilanciato scompigliando le carte. Di fronte allo stupore della sinistra, la deputata democratica ha chiesto: “Perché non dovrei accettare un invito da un’associazione di destra che si vuole porre il problema della sua cultura politica verso i diritti civili? Perché non accogliere questa apertura?”.
E l’apertura sembra esserci stata. Su Queerblog leggiamo che il leader di Casa Pound, Gianluca Iannone, ha presentato un documento di sostegno ad una legge sulle convivenze anche gay e lesbiche: “Non vediamo un problema nel fatto che tali unioni abbiamo un riconoscimento di tipo civile e amministrativo con l’attribuzione di determinati diritti e doveri alla coppia”. L’unico tabù resta la possibilità di gay e lesbiche di adottare o di avere dei figli e di poterli crescere serenamente. Felicemente sorpresa Paola Concia: “Questo documento potrebbe benissimo essere una mozione congressuale del Pd. Diciamo pure che è più avanti di quella di Bersani. Con le vostre proposte avete aperto un varco. Ora mi aspetto dei gesti politici coerenti”.
Le reazioni dentro il movimento invece sono state tutte negative, a parte alcuni esponenti Lgbt fedelissimi al Pd o alla destra. Dal radical Pink di Verona all’austero Coordinamento piemontese il monito è di non “superare” l’antifascismo. I più discoli del Comitato Lgbt di Lucca hanno evocato una ragione più sociologicamente queer: “Ci ripugna la loro concezione di omosessualità ‘rispettabile’, virile, discreta, omologata. Nella nostra associazione e nell’ambiente della nostra quotidianità viviamo un dimensione troppo rainbow, tra checche nostrane, trans sudamericane sottoproletarie, gay cinesi magari un po’ scheccanti e lesbiche nere. Ah, c’è anche un socio di origine ebraica che non dimentica che era il signor Pound”.
Eppure, resta il fatto che nell’infinita transizione italiana nessuno si sarebbe aspettato che la destra scoprisse finalmente la questione omosessuale non come un’infamia, così come veniva descritta, urlata e sanzionata con l’aspersorio almeno fino al famigerato Family Day, ma come una ferita aperta ai diritti di cittadinanza e di libertà. Che ne parli così anche la destra più radicale, che ha i suoi miti virilisti e antisemiti inscritti persino nel nome, lascia davvero increduli. La questione dei diritti civili sembra trovare orecchie attente nella sfera destra del panorama politico italiano. Un oggetto inedito e un po’ esotico, ma che nel resto d’Europa le forze moderate e  di destra hanno da tempo assimilato grazie ai loro cromonomi storicamente antifascisti, che in Italia i nostri non hanno avuto in dote. Per cui alla destra di Angela Merkel siederà come vice Guido Westerwelle, leader del Partito Liberale, apertamente gay e attento ai diritti di cittadinanza. Forse è con questo sguardo mitteleuropeo, che si può leggere la parabola intellettuale e politica di Gianfranco Fini, tuttora in corso. In aperto conflitto coi suoi ex-camerati, si è schierato – in un crescendo liberale – per il diritto di voto e la cittadinanza agli immigrati, contro le pratiche dei respingimenti, contro la legge 40 sulle tecniche di riproduzione assistita, per una buona legge sul testamento biologico. Sembra preistoria quando, seduto al Maurizio Costanzo Show, dichiarava fuorilegge i maestri gay. Dopo quindici anni, è diventato il primo presidente della Camera, la più alta autorità dello Stato finora, a ricevere una delegazione di associazioni Lgbt.
Allo stesso modo,, il sindaco Alemanno sembra muoversi con tatto tra le “comunità”, da quella ebraica ai gay, ai migranti. Il suo curriculum nel mondo dei picchiatori di destra era una macchia sotto osservazione. Ha fatto effetto vederlo prima partire per Auschwitz e poi entrare al Gay Village, avvinghiato al braccio della moglie, che di nome – si sa – fa Isabella Rauti e di lavoro la capo-dipartimento della Ministra Carfagna. eppure ci è andato, e molti della “comunità” sembrano aver apprezzato.
La prima a lanciare il sasso era stata proprio Imma Battaglia, la pasionaria del World Pride 2000. Il giorno dopo si era già defilata dalle luci della ribalta e, in rotta anche con i suoi vecchi compagni del Mario Mieli, ha lavorato più da impresaria del Village e protettrice (finalmente!) dei queer studies di Omosapiens. E’ stata lei a chiedere al movimento di sfidare la destra sul terreno di quelle libertà individuali così agitate ed esibite, piuttosto che rinchiudersi nel rancore e negli insulti. Lei e il suo team di giuristi hanno elaborato un testo sulle unioni civili, ancor più scarnificato dei Dico in quanto a rilevanza pubblica dei diritti, ma che ha fatto da matrice ai Di.Do.Re., invenzione della strana coppia ministeriale Gianfranco Rotondi e Renato Brunetta.
Nello stagno Lgbt la destra ha anche le sue organizzazioni friendly o apertamente affiliate. “Gay.Lib”, per esempio. Un manipolo di “gay e liberali”, come si definiscono. Il loro leader, Enrico Oliari, era un giovane iscritto al MSI trentino che, di fronte al suo coming out, lo aveva cacciato via con disonore. Era il 1993. Fu Fini in persona a riconsegnargli la tessera. “Gay.Lib” ora ha tenuto il suo congresso, un’organizzazione striminzita ma galvanizzata. Idee chiare: si punta al matrimonio e niente adozioni o figli. Il suo notiziegay.com sprizzava gioia per l’outing a Boffo del “bravo” Feltri – così si legge – capace di assestare un colpo alla Chiesa che la sinistra mai avrebbe pensato. Per altri, i punti di riferimento nella galassia del centrodestra sono i radicali di Benedetto Della Vedova. E’ il caso di “Azione Trans”, che già dal nome riprende le organizzazioni dell’ex-An e che ha difeso l’iniziativa di Casa Pound in nome del “superamento degli anni Settanta”.
A parte queste schegge organizzative, si sono aperti in realtà ampi spazi di agibilità pubblica a destra per un mondo gay e lesbico non militante, che nel segreto dell’urna è stato ammaliato dalle sirene berlusconiane, come la maggior parte dei concittadini etero.
Certo, hanno pesato il tradimento delle aspettative del governo dell’Unione, le tattiche ciniche e i silenzi offensivi del centro-sinistra. Ma per la maggior parte ha funzionato solo l’incantesimo berlusconiano, quel mix luccicante di velocità, di cambiamento, di rancore, di sicurezza, di allergia allo Stato. Non a caso, Dolce e Gabbana sono stati tra i primi a dirsi incantati. D’altra parte, per loro i diritti sono accessori costosi, ma comprabili. E quello fiscale (con relativo condono) il più raggiungibile tra i paradisi promessi dal tycoon televisivo. Segreti e bugie: i meccanismi del consenso sono complicati e  semplici allo stesso tempo.
Del totale disorientamento della società civile organizzata, non poteva essere esente il movimento Lgbt, che forse più di altri ha pagato il prezzo del governo Prodi. La scomparsa dei propri riferimenti nella sinistra radicale ed ecologista e l’ammutolimento sociale prodotto dal Partito Democratico hanno lasciato isolato e afono l’associazionismo gay e lesbico. Solo, a fare i conti con il vuoto delle proprie strategie, la confusione degli obiettivi, la debolezza delle pratiche, la fragilità del suo bagaglio culturale, l’inconsistenza della sua comunità, evocata più che costruita e difesa. Arcigay, la più importante e diffusa organizzazione omosessuale italiana, soffre di tutto questo ed è palesemente al knock out.
Profondamente turbata dall’arroganza e dall’attivismo spregiudicato della destra è un’intera generazione di dirigenti e portavoce del movimento Lgbt, formatisi – pure con grande tenacia e coraggio – negli anni Ottanta e Novanta. Lo stesso Franco Grillini, che ne è il volto più famoso, viene chiamato in tv ormai solo per litigare pateticamente con Alessandra Mussolini, che anche nella destra è ormai la più cheap delle icone dell’impresentabile.
Nell’ultimo anno, se non fosse stato per l’impegno di alcuni gruppi, non si sarebbe parlato gran che del movimento Lgbt. Pensiamo al lavoro della rete di avvocati “Lenford” e dell’associazione radicale “Certi Diritti”, che hanno aperto la via giuridica al diritto al matrimonio, puntando dritti alla Corte Costituzionale. Pensiamo all’attivismo del gruppo “EveryOne” per il diritto d’asilo a gay e lesbiche e contro la persecuzione di migranti e rom. Pensiamo ai pochi e bellissimi festival culturali Lgbt, che danno ossigeno ad un immaginario eterodosso. Sono esempi strepitosi, ma isolati. La stessa reazione confusa alla violenza omofoba di questa estate romana, dimostra lo stato di salute della galassia Lgbt.
Davina Kotulsky, una delle più conosciute animatrici della campagna per il matrimonio negli Usa, raccontava la forza dirompente delle nuove generazioni di attivisti queer californiani, che hanno spiazzato la vecchia generazione di militanti. Sono stati questi ventenni a scendere per le strade di San Francisco, il giorno della sconfitta nel referendum, senza aspettare l’autorizzazione per l corteo e scontrandosi con la polizia. A centinaia. Con la parola d’ordine che i diritti civili non si mettono a referendum. Ecco, qualcosa di simile ci vorrebbe anche qui. Significherebbe forse la fine di un ciclo politico e generazionale. Sarebbe la rottura di un maleficio per tutti, gay ed etero, stiamo vivendo.
Intanto, restimao immersi nella saga accidentata di un Paese malato. E Paola Concia, uscita da Casa Pound, avrà fatto quello che aveva amaramente già annunciato sul quotidiano l’Altro: “Me ne tornerà dalle parti del mio partito, dove devo ancora convincere la Binetti che non sono malata e tanti dirigenti che le coppie di fatto non fanno male al matrimonio e infine che l’omosessualità non è una scelta”.

Carta – settimanale

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