Italo e i gelati biancolatte

novembre 28, 2009

SANTIAGO DE CHILE – Prende il casco da lavoro con la bandiera di San Marco appiccicata sopra. Gli occhi di Italo Cantele si illuminano. E dice: “Biancolatte. Si chiamerà così. Qui in Cile, sarà la prima catena di gelaterie tutta Veneta. Arriva finalmente il gelato di qualità direttamente dalla tradizione e dalla creatività della mia terra amata”. Fa un cenno ala moglie Pilàr e il macchinario del laboratorio si mette in funzione. “E’ la prima volta. Sono troppo emozionato”, sussurra.
Da gennaio il gelato dei Cantele sarà servito nelle prime due gelaterie di Santiago. In progetto ce ne sono altre quattro, da aprire anche a Viña del Mar e a Pucon nel Sud. Tutto made in Veneto, compresi macchine, materia prima, arredi, oggettistica, vettovaglie, e persino il logo, realizzato dal grafico (veneto, ovvio) Massimo Zanrosso.
“La Regione è entusiasta – racconta Italo – e ci sta supportando con grande passione, a cominciare dall’Associazione Gelatai Veneti con cui siamo già pronti a fare scambi di giovani lavoranti per perfezionare la formazione”.
Italo Cantele, classe 1962, figlio di figli di migranti in Sudamerica. E’ presidente dell’Associazione imprenditori veneti in Cile, che conta un centinaio di attivissime realtà economiche. Quella dei gelati non è l’attività principale, è solo un modo originale per diversificare l’attività tutta centrata nel settore meccanico. Di strada ne ha fatta, questa famiglia con radici nella vicentina Chiuppano. Immigrare in Cile non era una scelta scontata, com’è stato invece per gli ottocentomila veneti in Argentina. Oggi se ne contano solo 1500, che hanno lasciato nel Novecento la miseria delle campagne vicentine e veronesi e la pellagra della bassa padovana per arrivare nel Paese ai confini del mondo. E’ come un’epopea minore, quella veneta in Cile, ma non meno affascinante.
In una delle sue “Historias marginales”, Luis Sepulveda racconta di un giovane veneto che, sbarcato a Buenos Aires, si fa dare un passaggio da un camion per raggiungere un parente. Quando si fermano a mangiare, non gli pare vera tutta quella carne e le bistecche enormi, tanta è la fame da cui è fuggito. E’ euforico, si ubriaca  e dorme, senza rendersi conto di aver attraversato il confine. Illegale e stordito, le guardie di frontiera gli danno il benvenuto. Qui fa fortuna. Ci si arriva quasi sempre per caso, in Cile. E quasi sempre per caso ci si ferma.
La storia dei Cantele è un po’ così. Nel 1936 il nonno Massimiliano arriva qui, perché a Panama non riesce a sopportare la durezza della malaria. Gli consigliano un posto caldo e secco, come il Nord del Cile, dove il deserto di Atacama è il più secco del mondo e il suo cielo il più terso. Qui lavora nelle miniere di salnitro. A questo punto lo raggiungono dall’Italia la moglie e il piccolo Tarcisio, il padre di Italo, che conserva ancora il biglietto di terza classe di quel viaggio con il transatlantico “Oracio”. Da lì i Cantele non se ne andranno più. Il vecchio Tarcisio non conosce l’italiano. Parla spagnolo e un grave dialetto vicentino, tramandato in famiglia come un’eredità preziosa. I due Cantele mostrano con orgoglio i tre cappannoni della loro impresa. Sono due società del settore meccanico, 30 dipendenti, 2 milioni di euro fatturati l’anno: una è la “Maestranze Cantele”, che fa macchinari per l’industria mineraria, l’altra la “Italinox”, lavorazione di acciaio inox per strumentazione ospedaliera.
“Il mio sogno sarebbe di innestare qui in Cile il modello veneto – racconta Italo – Con l’ufficio della Cepal, la Commissione Economica per l’America Latina delle Nazioni Unite, ho organizzato un corso sui distretti industriali del Nordest, per dimostrare la mia visione di cileno veneto su questo successo economico”. Per Italo gli assi da giocare sono il “corporativismo” (ma forse intende “cooperativismo”), la fiducia tra banche e imprenditori e tra le stesse imprese, l’ordine sociale, il rispetto di leggi severe, i valori della famiglia. E da qui nasce anche l’entusiamo dei Cantele per la stagione pinochettista.  “Dura, ma necessaria”, ripete Italo, mentre il padre annuisce severamente. Veneti fino in fondo, conservatori anche in politica, verrebbe da pensare. Ma è solo una normale famiglia cilena di destra, che su quegli anni ha sempre una sua storia da raccontare. E per ironia della sorte, la fabbrica dei Cantele si trova in una strada che di nome fa Salvador Allende.
Intanto, il macchinario tutto veneto del gelato si mette in funzione. Gorgoglia, vibra, sbuffa. Doña Pilar e don Italo si guardano in silenzio. Finché dal bocchettone esce il primo getto di una crema densa, color nocciola. “Biancolatte”, si chiamerà, sussurra Italo.

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