I diavoli rossi di Victor Jara

dicembre 5, 2009

SANTIAGO DE CHILE – “Vi sembra normale che abbiamo dovuto aspettare trentasei anni per seppellire dignitosamente Victor Jara? A cosa sono serviti vent’anni di democrazia?”. Così ci aveva detto alcuni giorni fa, Rosa Ramirez. Una domanda senza risposta, quella dell’attrice icona del teatro cileno. Eccolo allora, il funerale postumo del grande cantautore, vittima simbolo del golpe. Come un sommovimento del cuore, nella sede della Fondazione a lui intitolata, in Plaza Brasil, da giovedì migliaia e migliaia di persone si sono accalcate a dare l’ultimo saluto e ad accompagnarlo oggi al cimitero di Santiago.
Victor Jara era stato torturato e ucciso durante il golpe, sepolto in silenzio, accompagnato solo dalla sua compagna Joan. Era uno dei simboli del nuovo folklore militante, la voce della rivoluzione allendista. Qui raccontano che gli operai del cimitero avevano messo dei segnali sulla tomba anonima, in modo che la gente sapesse dov’era. Ora, dopo la riesumazione di giugno, i funerali, solenni e di popolo. Che ovviamente appaiono come un’altra metafora paradossale della transizione democratica.
Un’inchiesta del CERC (il Centro di studio sulla realtà contemporanea) rivela che per il 19% degli intervistati gli anni di regime militare sono stati “buoni”, un 36% “regolari”, il 14% non sa o non risponde. Resta il 31%, che in questi tre giorni di veglia si è commosso di fronte a quella bara.
Il direttore del CERC, Carlos Huneeus, è uno dei più prestigiosi ricercatori sociali del paese. E’ un osservatore pragmatico e impietoso. “In questi anni si è parlato della dittatura concentrandosi solo su Pinochet. Ma la questione dei diritti umani e della repressione riguarda sopratutto il modello economico imposto dalla dittatura, di cui la Concertacion di centro-sinistra si è fatta garante. Soprattutto i socialisti, terrorizzati da quello che era successo con le politiche di Allende, sono diventati i padrini della destra economica. Era una paura ingiustificata, che ha prodotto un corto circuito tra sentimento popolare, aspettative e condizioni di vita e politiche neo-liberali dei governi di sinistra. Un disastro”.
Vent’anni di transizione non hanno scalfito le diseguaglianze sociali. Oggi, quasi il 70% dei cileni intervistati dal CERC ritiene di non avere possibilità di uscire dalla povertà. Il Paese, che si appresta a celebrare il Bicentenario dell’indipendenza, si percepisce classista, escludente, senza alcuna mobilità sociale, violento, amaro. E’ un paese che ama discutere ma sottovoce, preferisce cuchichear, borbottare, non come i vicini cacerolasos argentini, sanguigni e rivoltosi.
“Io credo che la transizione sia finita. Siamo arrivati fino a qui, questo è il nostro paese. E con questo dobbiamo fare i conti. Continuare a parlare di transizione significa avere sempre mille alibi”. Antonia Zegers, popolarissima e bellissima attrice, è la presidente di “Genera”, una Ong impegnata sul fronte dell’esclusione sociale. “Senza l’alibi della transizione – continua –  dovremmo finalmente affrontare l’abisso delle diseguaglianze, il fatto che il 25% dei giovani lavora senza contributi fiscali, che il 4% dei lavoratori è in nero, che essere povero è una colpa sociale per cui si è marchiati dalla discriminazione”. Nei mesi scorsi “Genera” ha realizzato una massiccia campagna di sensibilizzazione, chiamata Mas respeto. “Ora il nostro lavoro è di attivare e irrorare le reti sociali, offrire voce e strumenti”.
Nel paese, ad una settimana dal voto, la parola d’ordine è “cambio”. Tutti lo ripetono, ma rispetto a cosa non si sa. E comunque nessuno osa criticare la presidenta Michelle Bachelet, che gode di una popolarità enorme. “Tuttavia – sottolinea Huneeus – dovremmo chiederci se il fatto di essere così popolare sia davvero un successo o una debolezza. A me sembra che quell’adorazione sia il risultato di una politica che ha evitato di fare delle scelte, ha schivato gli strappi per cercare sempre il consenso della destra”.
Il professore si ferma un attimo e aggiunge: “Potremmo persino dire che la destra ha co-governato questo paese. Alla fine, che successo è per la Presidenta lasciare la sua coalizione in queste condizioni di debolezza e sul punto di perdere clamorosamente? Questi paradossi ci dicono che si è chiusa davvero una fase del paese”.
Nelly Richards, direttrice de La Revista de Critica Cultural ha convinto 120 artisti, intellettuali, ricercatori, attivisti a costruire una nuova mappa culturale per la sinistra. Una sorta di wikipedia, un dizionario aperto al contributo permanente di tutti. Lo ha presentato in questi giorni alla Universidad de Chile, la più prestigiosa del paese. E lo ha consegnato nelle mani di Jorge Arrate, il candidato della sinistra radicale e comunista.
“Dopo vent’anni di transizione la nostra capacità di critica si è indebolita – ha detto Richards, amarissima – e lo scenario prossimo è avverso. Per questo pensiamo che il nostro sia un contributo comunque di opposizione”. Così la sua operazione reticolare, aperta e curiosa ad un nuovo immaginario si è come arenata in un’atmosfera melanconica che pesava nel magnifico Patio Andrés Bello, tra il nugolo di reduci teneri e drammatici, di vip e di artisti radical chic, oltre che di attivisti generosi.
Tutti testimoni oculari, come la folla enorme di oggi che ha attraversato la città verso il cimitero. L’ultimo addio a Victor Jara è stato un carnevale popolare e un lutto corale. La vedova Joan dietro al feretro, alta e magra, i suoi capelli grigi, senza concedere nessun sorriso, sembrava quasi rinsecchita da un dolore lontano, avvolta da bande musicali, maschere, coreografie di diavoli rossi, e un’onda di canzoni cantate da tutti.

http://www.lettera22.it

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