politica, società

Eduardo Frei padre e figlio

SANTIAGO DE CHILE – Si sapeva fin dal 2005, dalle prime rivelazioni di un ex-agente della Dina, i brutali servizi segreti pinochettisti. Lunedì si è aperto il processo con sei imputati. Solo ora infatti ci sono prove e testimonianze che inchiodano almeno alcuni degli assassini e complici dell’ex-presidente democristiano Eduardo Frei Montalva, padre dell’attuale candidato della Concertacion alla presidenza del Cile. Ora si può dire con certezza che la morte di Frei non fu accidentale, ma un assassinio.
A sei giorni dalle elezioni è una notizia esplosiva. Ma è anche l’ennesima prova che la
storia del Cile non passa. Le ferite, nonostante la prudenza di questi vent’anni di transizione, sembrano carsiche. La scorsa settimana i funerali dignitosi di Victor Jara. Oggi la verità sulla morte di Eduardo Frei Montalva. Il figlio sessantasettenne, che pure si chiama Eduardo, alla volata finale della campagna elettorale, cerca di non rilasciare dichiarazioni, sperando in un passo falso della destra, erede del pinochettismo. Ma l’unica gaffe sembra averla fatta proprio lui, che ha definito quello del padre il primo assassinio di un presidente cileno, “uno spartiacque della storia del Cile, tra un prima e un dopo”.
Una dichiarazione poco ponderata perché, anche se la destra non commenta, è dallo staff del rivale progressista Marco Enriquez-Ominami che arriva la stoccata. “La dichiarazione di Frei è una mancanza di rispetto per la storia, significa dimenticare che il primo presidente in carica contro cui si attentò fu Salvador Allende. Quello fu il vero prima e dopo. Il prima e il dopo ha che vedere con il colpo di stato, la rottura della democrazia, il bombardamento della Moneda, da cui uscì morto Allede. Il suo suicidio è solo un fatto tecnico in un quadro storico”. La sciabolata al candidato concertacionista viene da Carlos Ominami, senatore socialista, che adottò ME-O, dopo l’assassinio del padre naturale, Miguel Enriquez, capo del MIR, il movimento della sinistra rivoluzionaria.
Una storia sudamericana, certo. Storie di famiglie antiche, che qui la gente chiama la “cupola del poder politico”. E di figli ora potenti. Ma è la storia del Cile, pure irrisolta e che riemerge sempre.
D’altra parte, la stessa parabola di Eduardo Frei Montalva è una pagina di questo paese.
Nato nel 1911, avvocato, attraversò il novecento cileno da attivista politico. Nel 1935, fondò il movimento giovanile della Falange Nacional, staccatosi dal Partito Conservatore e trasformatosi nel 1957 nella Democrazia Cristiana, di cui assunse la leadership. Più volte ministro, arrivato alla presidenza della repubblica affrontò l’avanzata socialista, già incarnata da Salvador Allende, con riforme in agricoltura e nell’industria, il suffragio universale, un piano di edilizia popolare.
Ma l’onda delle sinistre era troppo forte per essere arrestata dall’intuizione democristiana. Della rivoluzione socialista di Allende, Eduardo Frei Montalva fu un oppositore infaticabile.  E salutò il golpe di Pinochet, quel maledetto 11 settembre 1973, come un espediente liberatorio, tecnico, per riportare il paese alla normalità. Valutazione errata, perché i militari avevano in mente un nuovo ordine. Se ne rese conto subito, diventando uno dei principali oppositori democratici.
Nel 1982, ricoverato in ospedale per le sue critiche condizioni di salute, fece solo in tempo a scrivere alla sua famiglia un drammatico messaggio: ”Portatemi via di qui immediatamente”. Inutile richiesta di aiuto. Tutto intorno al suo letto giravano medici militari, agenti della polizia segreta, amici che lo avevano tradito. Lo infettarono di batteri, lo fecero morire come se fosse un incidente, nascosero cartella clinica ed autopsia per vent’anni. Ora in sei risponderanno di fronte alla giustizia.
“La verità aiuta a sanare”, sono state le uniche parole della figlia Carmen, che testardamente si è battuta in questi anni per conoscere la verità.

http://www.lettera22.it

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