L’arte è un’arma di bio-resistenza

SANTIAGO DE CHILE – Affidare la curatela generale della prima Triennale di Arti Visive al Ministro della cultura di un paese vicino, pur studioso e critico autorevole, è una scelta che in Europa sarebbe inimmaginabile. E che il curatore sia uno dei teorici più radicali e colti della relazione fra culture native e arte contemporanea dà subito il segno della sfida culturale di questo evento. E’ ciò che succede in Cile. E il curatore di cui parliamo è Ticio Escobar, paragayano, chiamato dal presidente-vescovo Fernando Lugo a reiventare l’infrastruttura culturale del suo paese.
Pensata dal governo di Michelle Bachelet come l’inizio di una lunga riflessione sul Bicentenario della nascita del paese, la Triennale si presenta come una sfida culturale densa, obliqua e tutt’affatto retorica. E con l’ambizione di essere un biglietto da visita nel panorama dei grandi eventi internazionali.
Ticio Escobar – con il suo team curatoriale transamericano- ha fatto della Triennale un pensatoio sull’estetica delle origini, tra natività irrisolta e feroce battesimo coloniale, con tutto il precipitato di machismo, misoginia, razzismo, classismo. Ha evidentemente lavorato sul paradosso dello spazio e della fisiologia nazionale. Uno specifico identitario che metteva a punto le fabbriche sociali ed istituzionali dell’esclusione e della violenza, e allo stesso tempo produceva mestizaje e impastava lingue, biografie, corpi, memorie, cosmogonie,
Tutto il subcontinente è così. E nessun paese può pensare di parlare per sè senza uno sguardo intimamente latinoamericano. Neanche il paese che più si sente “inglese” come il Cile. Anzi proprio partendo dal Cile, ripete Escobar. La Triennale parla dei “limiti dell’arte” e questo è il proprio la raffigurazione del limite, l’icona più prossima al lontano, fisicità lunga e sottile, “che se si spostasse virtualmente, proietterebbe una striscia sull’intero cono sud”.
Triennale, perché in questo modo ha il tempo per elaborare. E per mettersi in ascolto e in relazione con ciò che si muove fuori, a cominciare dalla Biennale di Sao Paolo. Evento multiplo e plurisensoriale, dislocato in tre centri del paese, nel Nord (ad Antofagasta e Iquique), al sud (Concepcion, Talmuco e Valvidia), oltre ad una decina di sedi museali a Santiago. Come a dire che il paese deve ripensare a questa sua costruzione di fratture, identitarie, geografiche e culturali, tutte entrate di prepotenza anche nelle agende della campagna elettorale presidenziale in corso.
Perché è sempre la memoria quel materiale vischioso che scorre nelle “vene aperte” del Sudamerica. Tutto sembra passare inesorabile da là, sul bordo di “frontiere, mappe e ubicazioni intermedie” come sono stati chiamati a riflettere curatori, sociologi, ricercatori, in uno dei coloquios internacionales. La memoria resta un “espacio insumiso”, come le lettere e le immagini inedite della resistenza intima e molecolare dei cileni, la caparbia dei Settanta che Pinochet non è mai riuscito a sradicare con tutto quel terrore. Bio-resistenza, raccolta e presentata non a caso nello splendido Centro culturale de La Moneda, voluto con il ritorno della democrazia proprio sotto il palazzo butterato dall’aviazione golpista.
Ma non è più o non è solo quella la memoria con cui fa i conti il paese, dopo vent’anni di transizione.  La vera sfida sembra con i terreni emotivi più profondi. E’ la necessità di una mirada multiple della propria identità, così contaminata, frastagliata, violenta e psicologicamente instabile.
“Figli di figli di figli”, dicono i nativi, non solo figli di coloni.  Aiwin, nella lingua mapuche, è l’immagine dell’ombra. Cioè la fotografia. Protagonista di una serie di laboratori in alcune comunità indie, ne sono usciti ritratti impietosi e poetici, dove cifre simboliche e sguardi innocenti si accatastano come colpe. E’ il caso di un dittico, con le foto accostate di una vanga e di un’ascia piantate a terra, oblique, ben salde ma sul punto di cadere. Il punto di crisi è il nostro sguardo, sembra dire Carmen Martinez Martinez della comunità San Juan della Costa, che le ha realizzate.
Sullo stesso cortocircuito, si presenta al Museo dell’arte popolare americana (MAPA) l’installazione-video sui ricordi indigeni della guerra del Chaco degli anni ’30 fra Paraguay e Bolivia. Un unico incomprensibile racconto, in loop e in cinque lingue indie. Un “poliloquio”, come infatti si intitola, che finisce per generare il paradosso tra l’urgenza di ricucire le memorie strappate e l’impossibilità di condivederle.
Tuttavia il rimosso delle radici come ferita delle origini non può essere un feticcio, una icona del dolore che si agita solo per perpetuarla e dunque per riprodurre il dominio. Il rimosso è il presente, ci racconta Gustavo Buntix, che al Museo di Arte contemporanea (MAC) ha presentato l’esperienza peruviana del Micromuseo. Il rimosso è proprio lo impuro e lo contaminado, ovvero “le pulsioni neobarocche” dell’arte latinoamericana. Così la memoria spalanca le braccia con un linguaggio che vibra e si infila nei trionfi della crudeltà e del surreale. E’ l’impasto di acrilico e di seligrafie iconiche di Angel Valdez.
E’ il “funerale di Atahualpa” rimodellato con figure pop, tra cui spicca il ghigno di Benedetto XVI, realizzato da Marcel Velaochaga, che rimanda allo stretto legame tra violenza, sadismo e sacro. La parola quechua “mallki” significa tre cose: cadavere, feto e seme. Una apocalisse semantica per l’igienismo coloniale dei nostri immaginari. Così Patricia Bueno, usa sedici piccole damine settecentesche di resina in posa, dalle cui gonne plissettate escono carrarmati come se avessero tenuto nascosti enormi falli. Trasfigurazioni mistiche e museo travesti, dove Giuseppe Capuzano fa una scorribanda transgender usando zeppe Settanta “come esodo”, vestito da “vergine che non cessa di trasformarsi sotto il mantello pregiato, memoria dei nostri dèi ermafroditi”, dice.
Identità e memorie, dunque, purché multiple, sfocate, tremule. Come il terremoto, che qui è una sensazione permanente di normale disorientamento. Ed è nella splendita cornice del MAC di Quinta Normal, che va in scena.  I 30 artisti cileni, per lo più l’ultima strepitosa generazione, disincantata e radicale, ritagliano ancora di più il già sforbiciato ventaglio identitario, terremotandolo con “nascondimenti e discontinuità”.
E’ la migrazione raccontata come transito e trance da Claudia Aravena. E’ la torre dell’alta tensione svenuta in sala come desiderio di interruzione e contrapposizione al e del reale, di Francisca Garcia. E’ l’igloo di tre metri di diametro fatto di blocchi carbone nero, come un oscuro ombelico di Alejandra Prieto.
Ma è soprattutto l’opera di Nury Gonzalez – forse la più seduttiva e magica della Triennale – che racconta la profondità poetica di questo paese. La vida es sueno è un’installazione con 45 comodini ordinati per cinque su nove file, tutti diversi, pieni di oggetti personali, ciascuno con una sua storia. Così, dal cumulo di dettagli si possono ricostruire 45 biografie, ognuna con le proprie abitudini, ricordi, tracce di vita. Un pieno di immagini, che pure amplifica anche l’assenza: non si dà comodino senza letto, né letto senza una persona. Semplicemente nell’installazione non ci sono, ingoiati nell’attimo prima di una scossa di terremoto. Un terremoto, come racconta l’artista, non solo geologico, ma soprattutto simbolico. Ed è quel loro essere fragili supporti dell’intimità e inquietante racconto corale che fa piegare il cuore.

http://www.ilmanifesto.it

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