Nury Gonzales. Corpo desaparecido in un comodino

dicembre 15, 2009

SANTIAGO DE CHILE – Nury Gonzalez, artista visiva, dirige da un anno il Museo di Arte Popolare Americana (Mapa) e insegna Analisi Visuale alla Facoltà d’arte dell’Università del Cile.
Da dove nasce l’idea del comodino per la tua installazione “La vida es un sueño”?
Il velador è un oggetto molto intimo. La si lasciano le proprie cose che ci teniamo vicine per una notte. O lo si prepara per ricevere un amante. Parla di corpi che si riposano e che se ne andranno. E delle loro vite. Il comodino racconta sempre la storia di un corpo desaparecido. Quindi di una ferita, un terremoto appunto. Che è non solo la scossa tellurica, ma una perdita e uno strappo. Quello che ci troviamo sopra è un intenso e intimo ritratto della persona che lo usava, così vicino al proprio corpo. Mio padre, per esempio, ci teneva una cassetta con le ceneri di mia madre. L’installazione l’ho progettata seguendo, come faccio sempre, le serie matematiche. Sono 45, ben squadrati, con i lumi accesi, e il tutto leggermente spostato , slittato, non allineato con la stanza. Per creare la tensione dell’attesa.
Il tuo sembra un racconto fatto di storie, di oggetti, di corpi appunto. A differenza di molti artisti cileni non sembri attratta dalle iperbole teoriche.
Questo richiede credo molte risposte. L’iper-teorizzazione ha a che vedere con l’ansietà dei nostri artisti di entrare nello spazio culturale internazionale, anche per il fatto che siamo davvero ai bordi del mondo. Non abbiamo l’apertura fisica verso l’Europa che possono sentire Sao Paolo o Buenos Aires. Per questo, in tante opere vi è una sensazione così intensa di trattenuto, di vigilato, di contratto che si traduce nella teorizzazione meticolosa di qualunque cosa. Infine, conta anche il fattore generazionale. Credo siano soprattutto gli artisti più giovani – quelli nati persino dopo la fine della dittatura – ad essere più affascinati dalla teorizzazione, magari un po’ sacrificando un rapporto più emozionale con l’opera. Forse perché sono molto assorbiti dall’ambito accademico, mentre noi, che durante la dittatura eravamo in esilio o qui, in una situazione praticamente di clandestinità, abbiamo dovuto usare l’arte come carne viva. Molte volte però mi chiedo se oggi abbia ancora senso il linguaggio che uso, questo lavoro su stratificazioni, come continue pennellate di colore denso una sull’altra. Mi dico che è la memoria a dare la densità di un’opera. Come usarla, però, resta un problema aperto.
E’ lo stesso processo che hai utilizzato per creare la video-installazione “Poliloquio” al Mapa, sulla memoria indigena nella guerra del Chaqo.
Sì. In quel caso avevamo tutte le riprese con i racconti dei nativi, realizzate dagli antropologi Pablo Babosa, Consuelo Hernandez e Nicolas Richard assieme all’Università francese Rennes 2. Come presentarli? ci siamo chiesti. Allora abbiamo pensato di farli scorrere simultaneamente e nelle singole lingue, senza traduzione. Volevamo chiedere al visitatore un atto di responsabilità: entrare in crisi, osservare, valutare visivamente quello che succedeva, cercare di interpretarlo. Come un’opera d’arte. D’altra parte, quello che mi sono proposta nella direzione del Mapa è di non considerarlo solo uno spazio con un codice etnografico. Ma di connessione profonda con la dimensione del contemporaneo, sul terreno delle identità, delle espressioni, della proprietà intellettuale, delle sfumature dell’arte.

http://www.ilmanifesto.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: