politica, società

Benvenuti in Padania

VENEZIA – Gli dona un’aria anni Ottanta, tutta quella brillantina sui capelli riccioluti e nerissimi, che gli lascia scoperta una fronte ormai più che ampia e gli sottolinea un naso generoso. Sarà anche vintage, ma la sua pomata è comunque un marchio di riconoscimento e, forse, di seduzione. Allo stesso tempo, lo vedi apparire in tivù e sai già che parlerà di radicchio. A suo modo è rassicurante. Anche il suo accento trevigiano non spaventa nessuno. Lui, così attento alla comunicazione, finisce per usarlo come un carrillon.
Comunque, Luca Zaia, diplomato enologo e laureato veterinario, appartiene a quel gruppo di quarantenni leghisti che almeno parla di cose che conosce. Lontano anni luce dai dentisti lombardi alla Calderoli e dalla supremazia bianca e obesa dei Borghezio. Ma è un’altra generazione anche rispetto all’apocalisse senile dei Gentilini o alla vertiginosa monotonia dei Gobbo. Una razza piave giovane e brillante, incistato alla terra, taccagno di fantasie e trionfo di pragmatismo.
Certo, della nomenclatura leghista conserva l’ossessione clinica per le parole d’ordine assurde, e a volte ributtanti, che tutti considerano le chiavi magiche del successo verde-padano. Lui ad esempio ha aperto la sua campagna elettorale per il Veneto, con lo slogan sempreverde: “Prima ai Veneti, agli altri quel che resta”. Ma appare quasi innocuo e parsimonioso con la ferramenta ideologica leghista. Quasi uno di buonsenso. “Macché pasdaran – scandisce lui – sono solo realista e pragmatico. La politica è l’arte del possibile”.
Impossibile sembrava solo far scendere dalla poltrona di Palazzo Balbi, dopo quindici anni di regno, il gigante di Gori. Giancarlo Galan infatti deve far posto proprio a Luca Zaia. E lo fa con rancore e stordimento. Quello era “il mestiere più bello del mondo”, amava ripetere. Lascia la poltrona di governatore nelle mani di un odiato leghista, costretto dal nuovo patto della canottiera. Il Silvio, incerottato per il recente incidente con la stautetta e l’Umberto, manomesso da un ormai lontano ictus. Entrambi acciaccati, ma potenti uomini d’onore.
“Voi non potete capire – diceva mezza in lacrime una pasionaria leghista come la vicentina Manuela Dal Lago – Questo è un sogno che si realizza. Lo abbiamo atteso da molti anni e qualcuno ce l’ha fatto posticipare”. Luca Zaia realizza il sogno della Lega. Anche Flavio Tosi, sindaco di Verona, che per un attimo si era illuso di installarsi a Palazzo Balbi, gli manda “complimenti vivissimi”, dietro al suo sorriso che è abitualmente una minaccia. Segreti e bugie.
Ma chi è Luca Zaia? A ventisette anni era Assessore alla Provincia di Treviso, ovviamente all’agricoltura. A trenta, Presidente della Provincia, ovviamente a Treviso. Dal 2005 al 2008 è il vice di Galan in Regione, si occupa sempre di agricoltura e pure di “identità veneta”.
Ma di sé non parla mai come uomo politico. Preferisce definirsi “manager pubblico” e vantare i progetti di “decision-making process”. Che significa semplicemente prendere una qualche decisione. Ma lui preferisce la versione inglese, lingua che parla assieme allo spagnolo, così dice, “ma col mio notaio parlo veneto”. D’altra parte, di che stupirsi. La politica, si sa, è solo ordinaria amministrazione. E questo è il lessico. Che si impasta nelle sedi della Lega, con il fantastico mondo di mitologie campestri, patrie fantasmatiche, ronde notturne e nostalgia di piccole e ordinate case (e capannoni) della prateria padana.
Della sua esperienza in Provincia, Zaia vanta, ovvio, il “Consorzio di tutela del radicchio di Treviso e Castelfranco”. Nel suo sito però, aggiunge: “ha anche voluto introdurre nei bilanci provinciali la cosiddetta “finanza creativa”. Certo, i suoi tecnici sono stati almeno bravi a non cadere nella trappola dei derivati tossici, come molte altre amministrazioni pubbliche. Ma quello che Zaia ha lasciato in eredità è un indebitamento faraonico. A fine 2009, pesano sulle spalle della Provincia quasi 173 milioni di debiti residui, il cui costo solo per quest’anno supera gli 8,2 milioni di euro.
“Una buona fetta di questo indebitamento ha scadenze molto lunghe, a 20 o 30 anni – ci racconta Stefano Mestriner, consigliere di opposizione – per cui le operazioni della gestione Zaia peseranno per decenni su un bilancio sempre più rigido anche a causa dei crescenti vincoli imposti dal patto di stabilità”.
Una delle opere finanziate dalla creatività di Zaia è l’acquisto e la ristrutturazione della nuova sede della Provincia, dove un tempo c’era l’ex-ospedale psichiatrico Sant’Artemio. Costo dell’operazione 82 milioni di euro. In realtà, nei suoi piani c’era un riassetto urbanistico, una specie di risiko, con traslochi di tutti gli enti più importanti, a cominciare dalla Fondazione Cassamarca. Ma il potente istituto bancario, feudo democristiano, non l’ha mai seguito, lasciandolo solo nell’ex-manicomio e pieno di debiti per decenni. D’altra parte la Fondazione si è sempre sentita un contro-potere in città e in provincia, e non è mai scesa a patti con questi cugini di campagna, un po’ parvenu e piuttosto grotteschi.
Luca Zaia non si scompone. Sorride sempre, stringe le mani, dà pacche sulle spalle. Ha chiesto e ottenuto una stanza dalla sua vecchia scuola enologica. Qui ogni lunedì il Ministro riceve il popolo. Ascolta, consiglia, consola, prende appunti. E’ la famosa “presenza sul territorio”, che prima si chiamava pervasività democristiana.
Ma è anche talento personale, quello di Zaia, che viene da lontano, rodato negli anni universitari quando faceva il PR per alcune discoteche trevigiane. I suoi coetanei se lo ricordano, già allora chiacchiere e brillantina. Uno che si dichiara suo elettore ci dice con orgoglio: “El xe come la coca-cola, investe più in publicità che in prodoto”. E così si infila abilmente in ogni rotocalco televisivo. Spot, talk show, interviste, comunicati. Lui a cavallo. Lui alla sagra dell’asparago. Lui col prosecco in mano. E comunque, lui e il suo fido addetto stampa.
Lui ama dare numeri, cifre, nomi, località. Spesso impossibili da verificare, l’importante è dare l’idea. Innanzitutto di efficienza: “riduzione media di oltre il 50% del numero delle assenze dal servizio del personale ministeriale” e “già a partire dal 2008 un risparmio medio di 2.5 milioni di euro annui”. Poi di implacabile decisionismo: “Il Ministro inaugura la stagione della tolleranza zero verso chi commette frodi alimentari. Da settembre 2008 a maggio 2009 sono state portate a termine 27 maxi operazioni di sequestro di prodotti scaduti”. E poi c’è tutta la battaglia con l’Unione Europea. “Bruxelles diviene la sua seconda casa”, sottolinea lui, sempre in terza persona.
“Peccato che le sue due battaglie più importanti siano state un flop colossale – ci racconta Nicola Atalmi, consigliere regionale comunista – Sul prosecco doveva immolarsi per fare ottenere il Doc solo a quello veneto: alla fine è considerato prosecco qualunque produzione, dal Friuli al Piemonte. E sulle quote latte ha fatto di peggio, firmando un accordo che ha scontentato tutti, dai furbi agli onesti”.
Intanto, lui può dire di aver portato a casa i grandi della terra. Ma proprio nel cortile di casa. A Cison di Valmarino, che “per secoli fu la piccola capitale della contea dei Brandolini”, Luca Zaia ha ospitato i ministri del G8, più G5, più altri papaveri mondiali. Che poi in pochi se ne siano accorti è un altro problema. Lui  ha fatto il possibile, era arrivato persino a denunciare l’arrivo dei terribili black block. Ma magari aveva intercettato solo qualche agricoltore arrabbiato.
Per il presidente della Confederazione italiana agricoltori di Venezia, “quello che si chiude è uno dei peggiori anni per l’agricoltura”. I ricavi delle aziende agricole sono precipitati “in media del 13% a fronte di un aumento dei costi di oltre l’8%”. Una crisi di cui il Ministro si è guardato bene dal parlare. Richieste sono state fatte, ma non accolte, dicono. A cominciare dalla Finanziaria. “Maggior disponibilità al credito, agevolazioni fiscali e sblocco delle risorse comunitarie”, spiega sempre Quaresemin, che aggiunge con una doppia graffiata: “tutte bloccate burocraticamente a livello regionale”.
E Nicola Atalmi aggiunge: “io chiederei al Ministro di occuparsi anche di Rosarno. Com’è possibile che gran parte della nostra manodopera agricola viva in condizioni di schiavitù, senza che il Ministero dica niente. Aspetta che vengano presi a sprangate e pallettoni? Solo perché sono “negri”? E com’è possibile che un pezzo importante della filiera agro-alimentare sia palesemente controllata dall’ ndrangheta, senza che il Ministero dica niente?”.
Luca Zaia non si scompone. Non si cura degli avversari, sia fuori che dentro la coalizione che dovrebbe sostenerlo. Sa che a sinistra c’è il vuoto gelatinoso. E a destra, irrequieti notabili e faccendieri berlusconiani, alcuni velenosi altri fermi a capire come si muoveranno gli equilibri.
Di lui le cronache benevole dicono sia “il volto buono della Lega”, capace di tenere insieme cocci e potentati, di calmare le acque e anche conquistare nuovi elettori dal centro-sinistra. Sta simpatico persino a qualche no-global, per il suo spasimo super-local e il suo rifiuto degli OGM. In realtà, in tanti si chiedono come farà con i poteri davvero forti.
Un democristiano di vecchio corso, come Franco Frigo, del Pd, già presidente della Regione negli anni del terremoto della prima repubblica, nel giorno dell’incoronazione di Zaia ha ghignato: “La Lega al governo del Veneto? Potrà assumere soltanto imbianchini. Perché il “Sistema Galan” si è accaparrato tutte le concessioni per i prossimi trent’anni”. Dalla sanità alle grandi opere.
Tuttavia, Repubblica rivela che “Giulio Tremonti, che del Carroccio è il deux ex-machina in seconda, dopo decine di inchieste giudiziarie, ha mandato gli ispettori a spulciare nel cuore del sistema galaniano di potere: la sanità. Ne è uscito un quadro raccapricciante da Belluno a Padova, da Verona a Venezia”. Così, si ritorna sempre alla casella iniziale. E forse la Lega, pomata in testa e riccioli fermi, tenta di riaprire i giochi di politica e di affari della Regione.
Intanto, nel lungo sonno del Partito Democratico c’era chi sognava – con Rutelli, Fassino e Costa – di “salvare il soldato Galan” e di fare un listone con lui. Altri stanno pensando di consegnarsi mani in alto all’Udc del potente De Poli, già vice di Galan. Per altri ancora, si sussurra nei corridoi regionali, a dire il vero “Zaia è comunque il nome migliore uscito in questi mesi, rispetto a quelli gridati dalle nostre stanze”.

Carta EstNord – mensile

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