culture, società

Il Cile visto dal ponte

SANTIAGO DE CHILE – [con Guillermo Jorge Alfonso] Sul rio Mapocho, che attraversa Santiago correndo come un matto, alla fine dell’Ottocento furono costruiti alcuni ponti, con la severa eleganza del ferro, come si usava allora. Il Puente Vicente Huidobro, a poca distanza da Plaza Italia e dal quartiere freak di Bellavista, ora è un teatro. Coperto e restaurato, è l’unico teatro-ponte al mondo. La sala ha due gradinate mobili, così che i 130 spettatori spesso vedono alle spalle degli attori la scenografia naturale dell’acqua che in fuga verso valle.
Spazio innovativo e sorprendente, è gestito da un’associazione culturale che ha imposto il Teatro del Puente come uno dei luoghi più interessanti della scena artistica della capitale cilena. Sono stati Freddy Araya, Francisco Ossa e Javier Caracciolo, a prendersene cura nel 2005 e a rilanciarlo. “E’ stata una scommessa, tanto più che solo ora, dopo quattro anni cominciamo ad avere i primi finanziamenti pubblici e anche l’interesse della pubblicità. Ogni anno mettiamo in scena dieci opere di giovani autori, sperimentali e con voglia di dare continuità al loro lavoro. Ci piace pensare di essere una sorta di incubatore per le giovani compagnie”.
Molti di questi artisti non hanno nemmeno conosciuto la dittatura, molti sono nati persino dopo. Hanno la stessa età della “transizione democratica” di cui ne sono un’espressione critica e contradditoria. In Cile, la transizione è come un ponte, che forse non è stato ancora attraversato completamente o di cui non si vede la fine.
“I giovani drammaturghi parlano di sè. E sono storie appassionate e disilluse. Dei progetti che ci arrivano – dicono Araya e Ossa – molti hanno uno sguardo politico, non ideologico, ma di critica della società a partire dalla propria vita, dalle frustrazioni che questo paese produce.”
Araya e Ossa raccontano il Teatro del Puente come una macchina da cucire, che lavora tra discorso e realtà, tra desiderio e possibilità, tra sponde urbane. Non a caso nei loro progetti c’è l’idea di invadere il parco di fronte al ponte, come dialogo permanente con la città, come solo il teatro sa fare.
A Santiago la passione per il teatro è cresciuta enormemente. Qui ha tradizioni prestigiose e di amore popolare. E’ pure vero che di venticinque strutture permanenti, quelle che scommettono sulla produzione indipendente e sperimentale si contano sulle dita di una mano. Ma sono pure le esperienze più prestigiose della città. Caso a parte è invece il Teatro Municipale, dove il sovrintendente Andrea Rodriguez è al suo posto da ventitre anni. Curava gli spettacoli e i gala per la giunta militare, era il Vatel dei Pinochet, anche se meno visionario e geniale. “Lui è un’eccezione, ma è anche la metafora di quanto abbiamo pagato questi vent’anni di transizione”, sottolinea amaro Ramon Griffero.
All’Universidad de Arte y Ciencias sociales, Griffero dirige la scuola di teatro. E’ un edificio bellissimo, nel Barrio Brasil, quartiere struggente e popolare. Considerato il più importante drammaturgo cileno e fondatore del Teatro de Fin de Siglo, trascorse alcuni anni in esilio tra Parigi e Londra. Rientrato a Santiago nell’82, Griffero si era inventato forme di resistenza creativa, come feste e pièces durante il coprifuoco notturno, quando tutti dovevano stare chiusi in casa. Ricorda, con la sua risata contagiosa, che in quegli anni andava vestito tutto di nero e si dipingeva i capelli di blu. “Allora affrontavamo un nemico, oggi siamo in balia di un potere mascherato, con le sue cupole politiche, economiche e culturali. Clan familiari, come una specie di classismo biologico”.
“Una volta la politica era il luogo dell’utopia e l’arte quello dell’emozione. Oggi, che la politica è solo ordinaria amministrazione, l’arte è l’unico spazio dove si parla di morte, sogni, universo”. Durante la dittatura, si contavano tre drammaturghi, ora almeno 150 e 22 scuole universitarie di teatro autorizzate. Al fermento teatrale si è aggiunta la seduzione televisiva, così che l’effervescenza delle nuove generazioni per le scene finisce nel tritacarne dell’immaginario mediatico e cuico, come vengono definiti i super-ricchi che abitano nel loro lussuoso apartheid urbano.
E’ serio Ramon Griffero, dietro i suoi occhiali rossi. “Mi chiedo: saranno questi giovani artisti gli anticorpi del paese, che è stato anestetizzato, privatizzato, e di cui è stata venduta la memoria?”. Si ferma. E gli esce un’altra delle sue risate folli, terribili e liberatorie, che sembrano uscire dalle viscere di questo paese.
Una delle viscere del Cile si chiama la Negra Ester. Così è tutt’ora conosciuta l’attrice Rosa Ramirez Rios, per la prostituta dura e sensuale interpretata in questo successo teatrale che ha compiuto vent’anni. Icona popolare, raffinata, bellissima, india come sarebbe piaciuta a Pasolini, Rosa Ramirez ha fatto sognare i cileni e ora è una testarda e poetica capo-compagnia. La incontriamo infatti nella sede del suo “Circo Teatro”, a Repubblica, lungo la strada delle università. Il “Circo Teatro” è l’invenzione di Andrés Perez, una specie di eroe della drammaturgia, che ha valorizzato la tradizione del teatro callejero del primo Novecento, cioè le storie di vita e le passioni della strada. Era stato l’incontro a Parigi con il Teatre du Soleil a dargli la forza – negli anni Novanta – per lanciarsi a sovvertire i canoni estetici, politici, narrativi del palcoscenico. Morto di Aids, si era imposto sulla scena culturale producendo una forza d’urto anche a livello sociale.
Rosa Ramirez, musa, vedova, compagna d’arte, erede di Andrés Perez, ci accompagna tra le strade polverose di un barrio alle spalle del metro Ecuador. Entriamo in una Junta de vecinado, un comitato popolare che si prende cura della vita sociale e negozia con il municipio i “contratti di quartiere”. Rosa ci fa conoscere un gruppo di donne impegnate in un laboratorio teatrale. Formaggio, pane, caffé, dolci, coca-cola, è l’ora del Once. Ognuna racconta come è arrivata a fare teatro. La nuova è una signora esile e un po’ spaurita. Dice d’un fiato che ha bisogno di affrontare la violenza che subisce in casa. E intanto le si cambia persino la voce e il viso si contrae. Rosa Ramirez le incoraggia a parlare, usa la tragedia come arte, chiede ad un’altra di rifare il monologo sui tabù della propria vita.
Lei è veramente la Negra Ester: “Il nostro è teatro duro, povero, quello che nasce dalla fatica e dal dolore. Mio figlio Andrés è nato l’11 settembre 1973, stesso giorno del golpe. Ricordo che la città era tutta colorata, piena di murales. Sono uscita dall’ospedale ed era grigia, perché i militari li avevano coperti di vernice. Odiavano il colore. E’ da allora che abbiamo paura a guardarci negli occhi. Un’abitudine che purtroppo non abbiamo perso con la democrazia. Eppure, sono passati vent’anni. Non ci sono più alibi. Guarda quante autorizzazioni e divieti il municipio impone agli artisti di strada: io non voglio chiedere il permesso per produrre bellezza per strada”.
Anche Marcos Layera ripete cose terribili. Ed è adorato da pubblico e critica. “Bisognerebbe scendere per strada inferociti. Ma io sono troppo codardo per lanciare una molotov. Ma quando sento di qualche attentato e che la gente ricca è spaventata, mi dico: bene, la paura almeno è un segno di vita, il paese non è ancora morto del tutto”. Il fatto di essere specializzato in criminologia e considerato il miglior drammaturgo emergente è solo una delle sue geniali contraddizioni. Simulacro si chiama la sua opera, “per dire che questo paese ha addosso solo una maschera di stucco”. Sono racconti marginali, tutti al bordo di una umanità psicologicamente disordinata, che ondeggia tra il grottesco e il patetico, teneramente orrenda. La tessitura è irreale e sarcastica. Come la storia di un operaio che vuole vincere un fondart [un finanziamento per un progetto culturale] per sistemare i denti dei figli.
E’ il racconto corale e sincopato del paese. “Il mio è un teatro di resistenza bio-politica. E’ antipatico, violento, acido, eccessivo”. E se gli si chiede da dove venga tutta questa rabbia, lui risponde tranquillo: “dalla mia biografia di medio-borghese, che ha avuto rapporti con l’alto e il basso, sono parte della scenografia in cui viviamo e che crediamo essere la realtà. Qui tutto sembra in ordine, perfetto. Siamo così meticolosi che sembriamo la ghiacciaia del Sudamerica. Bisogna grattare via tutto il luccicante della cultura ufficiale e anche di quella che si dice indipendente. E riconoscere che la tragedia non è quella che viene messa in scena sul palco. Ma quella che c’è fuori dal teatro”.

Alias / il Manifesto

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