culture, società

Catalina Saavedra. La corsa di Rachel verso gli Oscar

SANTIAGO DE CHILE  [con Guillermo Jorge Alfonso] – In una famiglia dell’alta borghesia cilena, lavora da vent’anni una nana, come si chiama qui la domestica. Raquel è una donna burbera, folle, astiosa che riesce a imporre a tutti la propria routine. E quando la padrona di casa deciderà di affiancarle un’aiutante, reagirà con crudeltà. Fino al terzo tentativo: l’arrivo di Lucy riuscirà a far breccia in tutto quel rancore accumulato, nel silenzio di un mondo recluso.
Film giocato su una tensione psicologica che non diventa mai tragedia, La Nana è diretto magistralmente da Sebastian Silva. Storia di un dramma personale, è anche una magnifica (e accidentale) metafora della società cilena. Alla sua uscita nel 2009, ha conquistato pubblico e critica, fino alla candidatura come migliore film straniero per il Golden Globe, la cui cerimonia è prevista il prossimo 17 gennaio.
Protagonista è Catalina Saavedra, quarantenne, volto teatrale e televisivo amatissimo in Cile. Per la sua interpretazione in “La Nana”, ha conquistato premi in dieci festival (in Italia a Torino, l’ultimo il Gotham Awards a New York) e in questi giorni si dice che possa rientrare nella rosa di nomi per l’Oscar come migliore attrice.
L’appuntamento con Catalina Saavedra è per l’almuerzo in un sushi-bar nel Barrio Providencia, in un’afosissima giornata di estate australe. Ci racconta con ironia che in tv lavora ancora, ma non per le superpagate teleserie, piuttosto per programmi “un poco decadenti”  come la sit-com “Los venegas”, la più longeva del Cile. O opere d’autore, come la mini-serie “Comunidad”, dove interpreta in chiave comica una famosa attrice dipendente dalla cocaina. E’ divertita, piena di impegni e, nonostante la fama, è fiera del suo modo di fare caldo e popolare.
Oggi il cinema cileno vive un momento di grande successo, all’interno di un più generale fermento culturale. Che ne pensi?
Innanzitutto credo sia una questione generazionale. Protagonisti veri di questo successo sono trentenni. E’ una generazione che evidentemente è interessata a raccontare storie. Qui abbiamo grandi attori, un livello tecnico altissimo, bravi registi. Ma il problema sono le storie. Molto idee sono buone, ma non si trasformano in buone sceneggiature. D’altra parte, mi sembra che spesso il Paese non appoggi veramente i propri talenti.
Nel senso che consideri carenti le politiche culturali?
Non è sufficiente finanziare un’opera, se poi non si cura la diffusione nel Paese e fuori. Una giornalista importante che ho conosciuto durante le selezioni del Golden Globe, mi diceva che era impressionata dal fatto che il Paese non avesse sostenuto  “La Nana” a tutta forza a partire dalla vittoria al Sundance Festival. In realtà le istituzioni culturali sono un circuito chiuso e spesso opaco, le cui regole sono piuttosto oscure. E comunque è una eredità culturale che si trascina dalla dittatura, che ha amplificato l’idiosincrasia e la sfiducia e ha scommesso tutto sul successo della televisione spazzatura.
Dopo un anno di premi, come ti spieghi il successo de “La nana”?
Credo che la cosa più freak sia il fatto di averlo presentato in anteprima mondiale in un festival così importante come il Sundance. Di solito, si parte da piccoli festival per poi puntare in alto. Invece, abbiamo vinto al primo colpo. A quel punto ci siamo detti: è il massimo che possiamo ottenere. E mai avremmo pensato di fare un viaggio in tutto il mondo, e in ogni tappa un premio.
Dunque, cosa ha colpito secondo te di più i giurati di tanti festival?
Resto convinta che un film possa dirsi riuscito se ha una buona storia. Se ti fa fare un viaggio emozionale e drammatico. Questo è ciò che è successo alla pellicola: credo che la narrazione sia credibile da qualunque punto di vista, e che colpisca al di là del tema affrontato, della lingua e della cultura di origine. Tutti gli attori recitano molto bene e sono credibili. La sceneggiatura è ottima, con una miscela di humour, di suspence, e in quell’unica location che è la casa dove vive la nana.
Il film sembra anche una metafora delle relazioni sociali di questo paese. Quella famiglia è un micro-cosmo sociale così plateale.
Certo. Eppure il film è prima di tutto la storia di una donna. In questo caso veramente della nana che ha avuto da bambino il regista. Nasce da un’ispirazione reale. Dunque non è un film politico in senso tradizionale, né di denuncia. E’ una cronaca. E il racconto sociale si deduce, non viene dichiarato. Raquel è cattiva, ma è anche vittima di un sistema di neo-schiavitù. In questo caso la padrona di casa non è aggressiva o autoritaria, anzi è molto democratica, il che amplifica molto la tensione nel film. E’ il pubblico che poi deduce i drammi e immagina tutta la trama nascosta, non detta.
Nel film colpisce molto la complessità delle relazioni tra donne. Tra padrona e nana e tra le stesse domestiche c’è un misto di potere, crudeltà ma anche complicità.
Penso anche alla relazione tra Raquel e sua madre, che non si vede e si può solo immaginare quando parlano al telefono. Anche i rapporti tra nanas sono terribili, ma di parità. Inoltre, non è casuale che nel film ci sia solo una scena di Raquel con il padrone: l’uomo di casa, infatti, nella vita reale non ha generalmente alcun contatto con la servitù, se non per dare i soldi dello stipendio. L’universo di rapporti in cui vivono le nanas è davvero tutto al femminile, oltre ai bambini ovviamente.
Ormai sei una star, con Meryl Streep che a New York ti applaude. Come è cambiata la tua vita quest’anno?
La mia carriera è stata un cammino lento. Anni di lavoro duro, soprattutto in teatro, che ho vissuto con passione e forza. Ora, però, non voglio profanare il mio lavoro per milioni di pesos, dando la mia faccia alla pubblicità di una multinazionale, come fanno altri. Non voglio transitare in questo inferno. Ma so che ora tengo voce, ora esisto. E voglio sfruttare questa tribuna. Mi considerano un idolo? Ebbene, credo che la gente si meriti anche un idolo alternativo alle star, che vada in autobus, in metropolitana, nei bar soliti, come faccio io. E credo che molti apprezzino questo di me. Non voglio esiliarmi dentro il mio paese, non sono una diva.  Sono sempre stata discola. E per l’oroscopo cinese, sono nata sotto il segno della capra.

Alias / il Manifesto

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