culture, società

Pedro Lemebel. “No a Piñin e alla destra”

SANTIAGO DE CHILE  [in collaborazione con Guillermo Jorge Alfonso] – “Guarda, rispetto alla transizione, ti posso rispondere solo io, perché in questo paese gelatinoso non si sa mai cosa pensa e cosa sproloquia il tuo vicino. I più giovani dicono di non sapere, perché sono nati dopo la dittatura. Ma in questo modo è come evadere dalla storia. Nemmeno io esistevo durante l’Olocausto, eppure so bene cosa successe”. Pedro Lemebel aguzza gli occhi. Sistema il suo perenne fazzoletto colorato in testa, che porta come un vezzo chic e iconografia pop. E ride, come avesse raccontato una burla di bambino. La tia solterona cronista, si era definito qualche tempo fa nella cubana “Casa de Las Americas”. Una zia zitellona cronista.
Siamo seduti sul terrazzo della sua casa a Bellas Artes, attorno ad un tavolino con rum, ghiaccio, vino rosso. Dalla sala, attraverso la vetrata, esce la voce di Grace Jones, un vecchio disco che non a caso di titolo fa Strange. La casa è semplice e raffinata, piena di ricordi, di appunti, di foto. Pedro Lemebel ama giocare con le parole, esattamente come nei suoi libri. Il chilenismo è popolare, sanguigno, arrotolato in modo dolce e stralunato.
Lemebel è la voce che ha seguito dai bordi culturali e sociali la transizione democratica in questi vent’anni cileni. Transizione che si può chiudere il 17 gennaio con un presidente di destra. “E’ stata una transizione ad elastico. Il fatto è che i mezzi di comunicazione non si sono democratizzati. Dittatura, diritti umani, desaparecidos, prigionieri, erano parole che non si sentivano in tivù durante gli anni della Concertacion. In questo modo si è prodotto un immaginario insonne e collettivo, per cui sembra non sia successo tutto quel terrore di cui parlavano i comunisti. C’è ancora gente che non ci crede ed evita il problema. Avverto la sensazione che ci sia stata davvero una grande complicità con quei fatti terribili, in cui fu coinvolta metà del paese. In questa soggettività tossica, la destra ara il campo e forse arriva alla Moneda”.
Nell’ipnosi della memoria, di sicuro la stanchezza è diffusa soprattutto tra le classi più disagiate. La transizione non ha sfiorato le grandi diseguaglianze sociali, come fosse stato uno sciagurato impegno preso con Pinochet. Non a caso “cambio” è diventato un mantra. “Il nuovismo è populista. E conservatore quando parla di aborto, libertà civili, una nuova costituzione, tutti temi che infatti scompaiono dall’agenda presidenziale del candidato che fa gargarismi con il futuro”, scandisce Lemebel.
Parla di don Piñi, come lo chiama lui con sarcasmo. Quel Sebastian Piñera, imprenditore con le mani in tutti i gangli dell’economia del paese, capace di tenere unita la destra dura con l’economia sociale di mercato e i diritti umani, come promette di fare, ricordando di essere stato pure anti-pinochettista. Spregiudicato e veloce, cerca i voti che mancano a quel 44% già conquistato al primo turno.
E’ firmata proprio da Pedro Lemebel la lettera aperta che gira nel web come un manifesto di resistenza. Pedro ci racconta che in realtà quel testo lo scrisse a sostegno di Michelle Bachelet nel 2005, quando Piñera già aveva tentato la scalata alla Moneda. “Però è valida ancora, nonostante oggi mezzo paese sia illuso dal discorso ottimista e neoliberale di questo impresario che dice di non essere contaminato dai vizi dei partiti, anche se il suo principale sponsor è la UDI, il partito di estrema destra che governò con Pinochet”.
Buena onda y futurismo. Le ferite si incerottano con i dollari – scrive Lemebel nella sua lettera aperta – Chissà se il paese si ricorda di Lei che fa parte della nuova pancia della destra imprenditoriale. Per inciso, in quell’epoca di terrore, chi faceva fortuna era grazie alle garanzie della repressione. Lei riempiva la sua arca, don Piñi, mentre noi sudavamo grosse goccedisudore, gocce di sangue”. La sua amarezza e il suo sarcasmo guardano con orrore l’aggressività di una destra antropologicamente “disneyword, solo l’arrivismo Miami-style di alcuni cileni può davvero pensare di comprare la sua ricetta di vita facile, la sua filosofia banale di gambettecorte texano”. Pedro se la ride: “Sono gli stessi di allora, che si godono superbi i privilegi della democrazia che abbiamo ottenuto noi. E solo noi”.
Il rum e il vino fanno effetto nell’afa santiaguina. Lasciamo Bellas Artes. Si va al mercado de la Vega. L’anima più popolare e autentica della città. I grandi banchi del pesce e delle verdure, odori acri e dolci, colori forti. Le donne piccole e con la voce così grossa che non si sa da dove provenga, infaticabili, indie, che chiamano a mangiare nei ristorantini dai tavoli di legno e le sedie di plastica. Qui tutti salutano Lemebel, lo conoscono, lo chiamano. La Vega è la sua seconda casa.
Ricorda Pasolini quel suo essere visionario e follemente innamorato della parte proletaria, infame, marginale e stupenda del suo popolo. Lo ricorda quando incarna la voce della coscienza critica del Cile, come fosse lui stesso un paese nel paese. Ma di Pasolini non ha l’odore di tragedia luterana e l’abissale senso di colpa cattolico; la sua tristezza non plasma un’omosessualità nera e aliena, ma una gioia maricona, eversiva, sguaiata. La stessa che Lemebel ha usato come un’arma durante la dittatura, quando con altre locas ha animato, dall’87 al ’95, Las yeguas de la Apocalipsis, performer e militanti radicalmente comunisti e transgender.
Le sue cronache e i suoi racconti, da quando li leggeva a Radio Tierra, fino alle tante raccolte tradotte in tutto il mondo (in Italia per Marcos y Marcos) sono dense di una lirica turbo-barocca, un linguaggio colto e popolare come una lingua viva, che pulsa, fatta di tanti mondi che a volte restano estranei e a volte si mescolano creando shock e sensualità. La sua opera è considerata una magnifica esperienza letteraria e politica. “Ho un pubblico affezionato che si emoziona o si infuria con i miei testi – ci confida Lemebel – Credo che la diffusione per radio mi conquistò molti lettori soprattuto donne e giovani. Non che sia un best-seller, però i miei scritti corrono ovunque, copiati, piratati, con una certa dignità marica e proletaria. Cosa posso chiedere ancora, se vado per la strada a testa alta in un Paese dove non tutti hanno le mani pulite?”.
Come Pasolini, evoca un comunismo di redenzione. Ma il comunismo qui è qualcosa di sentimentale, ha a che fare con il cuore, non tanto con i voti. E’ una parte intima e calda di questa casa degli spiriti che è il Cile. Pedro ricorda Gladys Marin. La mitica segretaria del Partito Comunista. La prima cilena a denunciare il vecchio Pinocho alla magistratura per genocidio e crimini contro l’umanità. Erano molto più che amici, Gladys e Pedro. Tra loro si era creata una vera e propria complicità, intellettuale e umana. I suoi funerali, imponenti e dolorosi, nel 2005, hanno commosso e fermato l’intero paese. Nella lettera a Piñera – che ha detto di aver omaggiato la morente segretaria comunista – Pedro alza la voce: “Fare propaganda con la sua elemosina per la mia amica Gladys nei suoi ultimi momenti di vita è molto brutto e di cattivo gusto. Sopratutto per Lei, che è così umanista e cristiano. Perché Lei è astuto, Piñín. Vuole prendere voti da tutte le parti, come se questo Paese fosse un cappello da mago”.
Il pisco sour accompagna il merluzzo, raffredda la gola dal calore dell’estate cilena e impasta le parole e i ricordi. Pedro ride e si commuove. Racconta una raffica di aneddoti su Gladys. Ci tiene a dire che fu lei a rompere con la tradizione violentemente omofoba della sinistra, che aveva escluso dal sogno allendista il grido di libertà delle maricas. Tutto era successo quel giorno del 1987, quando Lemebel lesse in pubblico il suo testo-icona, il Manifiesto: hablo por mi diferencia. Una performance di protesta contro la dittatura, uno sputo al terrore e una sfida alla sinistra. Da allora niente fu come prima. “Non so se quel testo sia legato solo a quei fatti, non so se sia contingente o no, però non scrissi mai per la posterità, la trascendenza mi nausea. Però succede sempre che finisco per leggerlo come fosse la mia hit, a volte con la Internazionale di sottofondo. Allora una qualche tristezza utopica mi rannuvola le parole.”

Alias / il Manifesto

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