Terremoto e sopravvissuti

marzo 2, 2010

SANTIAGO DE CHILE  [con Guillermo Jorge Alfonso] – Nel quartiere Matta di Santiago, ieri, finalmente, assieme a La Florida, è tornata la luce. Qui i danni sembrano contenuti, a differenza del vicino Franklin e del Barrio Brasil. Vecchie case basse, di una bellezza struggente, costruite per lo più con tecniche tradizionali.
Nei crocchi agli angoli delle strade si parla con amarezza di come nei quartieri alti non sembra sia successo nulla. Girando per le zone cuicas di Santiago, infatti, da Providencia a Las Condes a Vitacura tutto appare normale. Qui non si è visto black out. “In quei quartieri non esiste l’autocostruzione e le municipalità sono ricche e possono permettersi funzionari e controlli severi”, ci dice Natalia Jorquera, architetta dello studio “Sur Tierra”, impegnato in tecniche di bio-costruzione. “Il paese ha da alcuni anni norme antisismiche severissime. Ma è carente di controlli nei cantieri, non c’è personale sufficiente e non si fanno ricerche geologiche. Se è vero che moltissimi edifici hanno retto, altri anche nuovi sono collassati o spezzati, perché costruiti su terreni non adatti. E nei barrios poveri ci sono tante devastazioni perché la gente fa interventi senza permessi, abbattono muri, aumentano le camere. E’ molto diffuso per esempio, sostituire i tetti di tegole con lamiere, più economiche e leggere, ma che lasciano sconnessi i muri”. Il terremoto ha sempre un qualche risvolto di classe. La paura non è neutrale.
Nella regione del Mauli, la situazione è disperata. Si contano 554 morti, sui 795 totali. Un cronista di Radio Chile racconta che i cadaveri nell’obitorio, anche se morti di recente, sono talmente gonfi che non si riesce a chiudere le bare. L’acqua dello tsunami e i crolli li hanno massacrati persino da morti. I sopravvissuti non hanno niente da mangiare. L’altra sera un supermercato è stato dato alle fiamme dopo un saccheggio. Nonostante il coprifuoco, ora anticipato alle 18, e il dispiegamento dell’esercito, che è stato pure rafforzato.
Qui si parla solo genericamente di sciacalli, ma come sempre dietro quella parola ci sono centinaia di persone realmente disperate, comprese tante donne che si vedono dividersi il latte in polvere a mani nude. La stessa sindaca Jacqueline von Rysselberghe si dice disperata, “abbiamo bisogno di cibo, per la popolazione. Siamo senza rifornimenti”. Molti dicono che sono i soliti miserabili e violenti, quelli che nutrono l’immaginario popolare, la città dei suburbi, con il loro idioma sbiascicato e la fama di assalitori ed attaccabrighe. Ma anche questo finisce per essere consolatorio. Fortunatamente, gli aiuti sembrano sbloccati e ieri sera camion con 5 milioni di razioni di viveri sono partiti per Concepcion.
I cileni hanno anche un’anima “burlesca”. Così almeno dicono. Felicia ci racconta: “Mia nonna è viva! Scappò da una apertura che trovò nel muro del suo sgabuzzino, perché era caduto il tetto e le porte erano bloccate. Ha 83 anni, la Brigit!”. Quando lo scrive anche in facebook, le reazioni di giubilo si moltiplicano, e si ride per esorcismo: “La….zorra!”, che è come dire, che volpe! e ancora “Maestra!” o “La cagò!”.
L’umore nero di Claudio, che da Talca ci scrive: “Mentre la gente non aveva luce, acqua e alimento, le autorità si preoccupavano solo di mandare contingenti militari per difendere i supermercati dei ricchi. E la gente senza servizi di base prega e spera nell’aiuto del Signore”. O la rabbia tragicomica di Ramon: “Gli allarmi dello tsunami dormivano. I materiali della costruzione erano avanzati e i concessionari delle strade privatizzate… viaggiavano. E il miglior aeroporto era di Pvc”.
Intanto è scattata anche la gara di solidarietà. Il volto più noto e più amati della televisione cilena, Mario Kreutzberger, meglio conosciuto come don Francisco, ha annunciato unTeleton speciale “Chile ayuda Chile”, come già lo fece dopo il terremoto del 1985. E’ un gigantesco evento di raccolta fondi che coinvolge tutto il paese, dai lustratori di scarpe alle banche, i negozi, le imprese. “Un evento di unità nazionale”, lo ha definito.

il Manifesto

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