Veneti salvi tra le macerie

marzo 5, 2010

SANTIAGO DE CHILE – Il tetto del laboratorio sprofondato, un forno fuori uso, fino a ieri senza luce e linee telefoniche. “Almeno cento mila dollari di danni”, prova a stimare sconsolato Renzo Fenzo, proprietario della “Cristal Art”. E’ nel Barrio Serronavia, sulla strada per l’aeroporto Merino Benitez. Quartiere poverissimo, il terremoto del 27 febbraio lo ha ridotto a una serie di caseggiati distrutti, macerie ovunque, la gente accampata per giorni in strada. “I macchinari rimasti utilizzano un generatore. Ma sarà molto dura ripartire a pieno ritmo”. E dopo qualche secondo di silenzio: “Torno ora da un funerale. Dovremmo abituarci”. Il padre era un vetraio veneziano. Arrivato in Cile, aprì nel 1964 la sua fabbrica di lavorazione a mano del vetro. Oggi è l’unica di questa tipo a produrre, nel paese sudamericano, cristalleria per la casa e per gli hotel.
La “Andritec”, invece, è metalmeccanica. Lo stabilimento è sulla Carretera General San Martin. “Qui nessun danno. Le pareti di calcestruzzo rinforzato e il tetto di lamina di acciaio, leggero e flessibile, hanno resistito. In questi giorni, tuttavia, non abbiamo avuto acqua, luce e telefono”, racconta il proprietario, Jorge Andrighetti. La fabbrica produce componenti per camion e automobili. “I più colpiti sono stati i nostri clienti nel Sud, dove il terremoto si è scatenato. In alcuni casi è difficile raggiungerli, alcuni sono stati saccheggiati”. Origine bellunese, Andrighetti racconta la sua storia di veneto:  “Mio padre è arrivato qui quando aveva dieci anni. Era di Fonzaso, vicino a Feltre”.
Anche i capannoni della “Maestranze Cantele” hanno retto, in San Joaquin, periferia industriale della capitale cilena. “Posso dirmi fortunato – dice Italo – La notte del terremoto ero a 40 km a sud di Santiago. La mia casa ha solo qualche danno. E’ un paese di campagna, con le case antiche di origine coloniale. E’ stato mezzo distrutto”. La voce è rotta dallo spavento, come ormai chiunque qui si è abituato a tirar fuori. Di origine vicentina, moglie spagnola, Cantele sta partecipando come molti a portare aiuto: “Con un gruppo di amici, molti di origine italiana, partiamo i prossimi giorni per Paine, nella regione di Maipo, molto colpita dal sisma. Ho scritto ai nostri referenti in Veneto, per capire se anche la Regione possa mobilitarsi e portare aiuto”.
Sono solo alcune delle storie raccolte tra i veneti che vivono in Cile. All’anagrafe consolare, risultano 38 mila le persone con passaporto italiano, 1268 di origine veneta. La maggior parte hanno doppia cittadinanza. In questi anni, soprattutto gli imprenditori si sono organizzati in un’Associazione che ha allacciato stretti rapporti di collaborazione e scambio con la Regione Veneto e con i comuni di origine delle famiglie.  A tessere le relazioni è soprattutto Aldo Rozzi Marin, il console onorario cileno in Veneto.
Dopo il terremoto che ha colpito il Cile, è stato automatico stringere ancora di più i rapporti. Lino Ravazzolo, sindaco della vicentina Teolo ha annunciato i giorni scorsi di voler accelerare l’iter di gemellaggio con Edita Ester Mansilla, prima cittadina di Pucón.  La città cilena conta 15 mila abitanti ed è nella regione di Concepción, epicentro del sisma. “La città non ha subito gravi danni, siamo nella zona montuosa. Il peggio è capitato nella costa”, ci racconta Eugenio Benavente Hormazabal, presidente del Consorzio “Termas del Sur”, che ha sede proprio a Pucón. “Solo due impianti termali hanno sofferto danni, il resto ha tenuto. Ora ci aspettiamo molto dai veneti, in campo tecnologico e di investimenti per rilanciare l’economia turistica della zona – dice Benavente – Soprattutto ora, dopo questa tragedia, abbiamo bisogno di pensare al futuro”.

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