Vecinos de Yungay

SANTIAGO DE CHILE – “La mattina dopo il terremoto erano già qui con le ruspe, pronti a demolire gli edifici”. Rosario Carvajal è furiosa. “ Quel giorno abbiamo chiesto agli operai i permessi tecnici e legali, ma non avevano nessuna autorizzazione. Li mandano le agenzie immobiliarie, dicendo agli abitanti che non c’è niente da fare, che bisogna abbattere tutto. E pure le autorità spesso lo ripetono, per negligenza o per mala fede”.
Il terremoto può sempre diventare un business per pochi. Anche quello terrificante che ha rivoltato il Cile quasi due mesi fa. Rosario Carvajal ci fa percorrere le strade di Yungay, uno dei quartieri storici di Santiago. E’ la portavoce dei Vecinos por la defensa del barrio, nato cinque anni fa per salvare il quartiere dalle speculazioni edilizie.
Verifica e segnala i crolli, Rosario. Indica le crepe sui muri dei palazzi e soprattutto delle abitazioni più antiche, che qui sono davvero tante, quelle ad un piano, coi soffitti alti, di una bellezza struggente e nostalgica. Un patrimonio culturale, che il Comitato dei Vecinos è riuscito a far riconoscere dal Consejos de Monumentos Nacionales, come “zona tipica”, così che le speculazioni sono più difficili. Ma non impossibili.
Rosario Carvajal lo sta ripetendo a tutti: “Dobbiamo imparare a restaurare, recuperare, utilizzare le tecniche tradizionali di architettura, perché questa è la nostra forza. Solo così è stato possibile salvare l’85% del barrio, nonostante la furia del terremoto che ha devastato il Paese. Qui i danni sono stati contenuti e reversibili, mentre tutti i media parlavano di un quartiere distrutto”. Ci indica un edificio: “Ecco la casa di Ignacio Domeyko, secondo rettore dell’università del Cile. E’ del 1848, in perfette condizioni. Guarda la casa al lato, anno 1922”.
La macchina organizzativa dei Vecinos è ormai collaudata. I giorni successivi al sisma, cinquanta architetti volontari hanno aiutato il Comitato ad ispezionare più di 300 edifici, preparando 1500 schede tecniche. Il risultato? Uno solo irrecuperabile e 91 con gravi danni. Due soli morti su 58 mila abitanti.
Alla Fondazione Victor Jara, che ospita il comitato, in 120 hanno già partecipato a due seminari sulla messa in sicurezza e la ricostruzione delle proprie case. Nel frattempo una delegazione ha visitato cinque pueblos storici colpiti, Cobquecura, Chanco, Curepto, Vichuquén e Villa Alegre, incontrando abitanti e associazioni locali. Il fatto è che i Vecinos del Yungay hanno messo in rete più di trenta esperienze in tutto il Paese e fondato la Asociación Chilena de Barrios y Zonas Patrimoniales. La ricetta è la stessa: consapevolezza, cura del patrimonio, mutuo-aiuto, bioarchitettura.
Anche il sindaco di Santiago, Pablo Zalaquett, di destra, ha dovuto abbandonare i toni bellicosi degli inizi, e riconoscere pubblicamente il lavoro dei vecinos. Subito dopo il terremoto, il Sindaco era tra le strade del quartiere assieme a loro. Il lavoro del comitato, ha detto “è necessario e indispensabile, visto che noi senza i Vecinos non possiamo lavorare. Sebbene Yungay sia uno dei barrios più colpiti, esistono quasi 1500 altri luoghi della Comuna danneggiati allo stesso modo o persino peggio”. Alla fine ha accettato di aprire un tavolo tecnico, per concordare cosa fare, assieme al Comitato, al Ministero, all’Ordine degli Architetti.
“Il tavolo tecnico si è rivelato efficace – racconta Rosario – E rimane un’esperienza unica in Cile. Un vero e proprio esercizio di democrazia partecipata. I Vecinos si siedono con pari dignità. Là contrattiamo i lavori, definiamo l’agenda, coordiniamo interventi e soluzioni di autogestione. Qui si è deciso, per esempio, cosa e come demolire. E come usare i subsidios, il bonus deciso dal Municipio per le riparazioni di emergenza”.
Solo così agguerrito, questo quartiere, che sta compiendo 171 anni, si è potuto difendere dalla speculazione e persino rivitalizzare. Negli ultimi anni si ripopolato, grazie ad una nuova generazione di abitanti, giovani studenti e professionisti, e pure locali e attività culturali sono fiorite ovunque.
Sono arrivati anche nuovi migranti dai Paesi vicini più poveri, finendo per occupare tante case abbandonate, pericolanti o facendo lavori senza controlli. La Cancilleria ha calcolato in 500 i peruviani colpiti dal sisma, la maggior parte residenti a Santiago e a Yungay in particolare. Ha pure messo a disposizione vari numeri telefonici per informazioni su come rimpatriare velocemente.
“Anche il nostro cuoco colombiano se n’è andato, disperato e terrorizzato”, dice Vladimir Aranibar, uno degli organizzatori del Café Brasil, ristorantino e centro culturale sull’Avenida Cumming, un’icona della sinistra politica e sociale del barrio. “Noi abbiamo lavorato molto in questi anni per far integrare i migranti con la gente del quartiere. E, forse perché tutti abbiamo biografie di poveri, mi sembra che la solidarietà sia stata diffusa e calorosa”.
Con le case danneggiate, molte famiglie hanno sostato per strada e in Plaza Brasil per alcune notti, prima di essere sgomberati. “Sotto shock e spesso senza documenti, molti sono anche stati espulsi”, dice Claudio, un giovane insegnante di yoga. Racconta che la notte del terremoto, con molti altri, è corso negli edifici pericolanti, a liberare dalle macerie i cortili e i marciapiedi. Ora, anche le ultime 40 famiglie, quasi tutte di immigrati, che erano rimaste senza tetto, sono state alla fine sistemate.
In Catedral, sono crollate le pareti di due edifici che correvano su un lungo conventillo, il tipico corridoio di primo Novecento, lungo e stretto, dove si affacciano le porte delle abitazioni. Il passaggio è colmo di macerie. Residenze ultra popolari. Non c’è stato niente da fare. Essere stranieri e poveri è sempre crudele. Alejandra, che insegna letteratura spagnola e vorrebbe fare un master in Italia, prova a riflettere: “Al tempo delle colonie, le famiglie aristocratiche non volevano nativi, ma neri, che importavano da fuori. Erano loro che vivevano e servivano in casa. Ma via via sono morti tutti, non sopportavano il clima ed erano costosi per i loro padroni. In Cile ne sono rimasti ben pochi. Forse è il destino di tutti i migranti poveri qui”. Si ferma e aggiunge: “In Cile le tracce coloniali sono ben profonde. E’ come se fosse rimasto un paese ancora razzista e classista. Essere poveri è ancora una colpa grave. Questo, un tempo, è stato un quartiere ricco. Si dice che i poveri da giù tirassero pietre ai palazzi dei nobili. Questi si sono spostati a Ñuñoa, nelle campagne, così come i cuicos oggi abitano verso la Cordigliera”.
Santiago ha continuato a mutare aspetto, seguendo il movimento urbano dei ricchi. L’esterno è sempre stato la tranquilla e protetta dimora del lusso. “Siamo abituati a vederli ritirarsi. Chissà che un giorno non li vedremo attraversare definitivamente le Ande”, ghigna amaro Fernando Cuadra. Ottantenne, piccolo e accartocciato, con due splendidi occhi azzurri, è un famoso drammaturgo. Ama parlare lento ed elegante, “in farmacia mi hanno chiesto se ero arrabbiato, mentre era solo il mio perfetto castellano”.
Racconta di com’era anonimo Yungay nel 1979, quando arrivò qui ed aprì il Teatro “La Casa”, tra Romero e Avenida General Bulnes. Un’esperienza guardata a vista dai militari, ma con stralunata “relativa tranquillità”, come dice don Fernando. Che racconta bene la testardaggine di un quartiere che cambia continuamente, mantenendo la sua vena un po’ ribelle.
Don Fernando racconta il barrio, dove è molto impegnato, ma sembra non dar peso al trauma del terremoto, come se fosse parte della fisiologia e del ritmo della storia. “In realtà, qui è necessaria una paziente cura quotidiana”, dice. Lui appartiene alla generazione di artisti che negli anni Cinquanta cominciarono ad usare il teatro come critica verso le distorsioni della società cilena. Ha sempre amato la cronica roja, dice, che poi sarebbe la nostra “nera”, portata in scena con opere come “Ñiña Palomera” o “Los sacrificados”. “Perché la realtà è sempre più orrenda della irrealtà”, sussurra.
Lo sanno anche i Vecinos. Si chiede Rosario Carvajal: “Può uscire un paese diverso dal trauma del terremoto? E se non ora, quando?”.

Carta – settimanale

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