politica

Bicentenario argentino

BUENOS AIRES – Il coma celebrale di Gustavo Cerati dà una malinconia in più al Bicentenario argentino. Nato a Buenos Aires cinquant’anni fa, è considerato l’icona del rock latinoamericano. Per due decadi, tra gli Ottanta e i Novanta, ha attraversato il Sudamerica con la sua band Soda Stereo e come solista. Se anche sopravvivesse, le conseguenze dell’ischemia che lo ha colpito i giorni scorsi, subito dopo un concerto a Caracas, lasciano increduli: afasia di espressione e problemi di linguaggio, oltre che blocco motorio. Il dramma di Cerati sembra una metafora delle paure che il Paese continua a vivere.
L’Argentina sta assistendo ad un conflitto aspro tra poteri dello Stato e una lotta politica durissima. Naturalmente con risvolti surreali. Fra qualche giorno, per esempio, riaprirà i battenti, dopo alcuni anni di restauro, il famoso Teatro Colón, uno dei luoghi culto della lirica e della musica internazionale. Il Governatore di Buenos Aires, il miliardario Mauricio Macri, ha compiuto il miracolo di finire i lavori in tempo (erano programmati per il 2012) e lo sta presentando come l’evento più fastoso del Bicentenario. Il fatto è che Macri è acerrimo nemico della Presidenta, Cristina Fernandez de Kirchner. E tra i due è quasi una soap-opera. Lui dice pubblicamente che sedersi a fianco di lei lo disturberebbe molto, e lei rifiuta sdegnata di presenziare. In città, si dice che il teatro sia già in overbooking, con biglietti falsificati, duplicati e venduti al mercato nero. Il governo cittadino, si dice, controlla strettamente gli inviti, per evitare l’ingresso a chiunque sia legato al giro presidenziale.
Al centro dello scontro c’è lei, la Presidenta, meglio conosciuta come la Cristina, che assieme al marito Nestor, suo predecessore alla Casa Rosada, sta giocando una partita a tutto campo, con settori economici, finanziari e di partito per rilanciare e riscrivere il suo disegno politico. Prima la riforma delle imposte sulla soia su cui si è scontrata con i coltivatori, poi il duello con il governatore della Banca Centrale sull’uso delle risorse per pagare il debito, ora la battaglia con il potente gruppo editoriale Clarin sulla riforma del sistema televisivo.
L’opposizione è durissima, ma priva di un progetto alternativo. Quanto i Kirchner vengono sconfitti, rilanciano la partita e proseguono testardi, nonostante in Parlamento abbiano già perso la maggioranza dei deputati. Così che devono conquistarsela di volta in volta, coinvolgendo notabili e cordate peroniste. O, come si dice qui, comprandoli, lungo una filiera di corruzione gigantesca ed endemica.
La Cristina, intanto, vanta la capacità del Paese di surfare in modo brillante nella tempesta della crisi globale, e dell’euro in particolare. Alcuni giorni fa, a Madrid, di fronte ad una platea di imprenditori spagnoli, poteva rivendicare indici di disoccupazione in calo e al 8,3%, l’attrattiva per i mercati e per gli investimenti, la crescita dell’8,1% dal giugno 2008, una produzione industriale di quasi il 10% in più nel primo trimestre, e un export nei primi quattro mesi a +19%. Cosa significhino queste cifre nella vita quotidiana è tutto da vedere.
Per il momento si festeggia il compleanno dell’indipendenza per cinque giorni di fila. Da sabato, la Avenida 9 de Julio, è piena di stand, installazioni e un enorme palco per i concerti notturni.  Le bandiere e le insegne nazionali bianco azzurre addobbano locali pubblici, strade e le vetrine di tutti i negozi e ristoranti. Il Paese sembra essersi riversato a Buenos Aires.
Anche i nativi hanno marciato nelle strade porteñe. In ottomila, a conclusione di una lunga carovana iniziata il 12 maggio a Jujuy, nel profondo nord argentino. Loro però non hanno niente da festeggiare. “Marciamo per dimostrare che siamo vivi – come ha detto David Sarapura, del Coordinamento Kollas Autonoma di Salta – che siamo gli antichi abitanti di questa terra e che abbiamo resistito e continueremo a resistere”. Sopravvissuti all’occupazione spagnola. E sopravvissuti pure a questo Stato, che gli ha sottratto illegalmente dai 5 agli 8 milioni di ettari di terra, secondo la Rete Agroforestal della Regione del Chaco, colpendo almeno 600 mila persone. Chiedono di recuperare le loro terre, di fermare lo sfruttamento minerario, di vedere riconosciuti lingua e cultura. Reclamano uno Stato plurinazionale. Ma come voglia cambiare il Paese, dopo duecento anni, è ancora tutto avvolto da nubi spesse e un’umidità densa, come l’aria pesta di Buenos Aires.

Lettera22

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