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Maria Rachid: “Gay, avremo il matrimonio igualitario”

BUENOS AIRES – L’Argentina si appresta a diventare il primo paese sudamericano ad estendere il matrimonio alle persone dello stesso sesso. E’ infatti approdato in questi giorni al Senato il progetto di legge, già votato a sorpresa dal Congresso, che riforma il codice civile sull’esempio spagnolo. La sua approvazione sarebbe per l’Argentina una sorta di rivoluzione gentile, un modo per fare i conti, a duecento anni dalla sua indipendenza, con machismo e omofobia, ancora profondamente radicati.
Il progetto di legge ora è sul tavolo della Commisión de Legislación General del Senato, presieduta da Liliana Teresina Negre de Alonso, severa conservatrice legata all’Opus Dei, che ha aperto le audizioni. E i primi ad essere ascoltati sono stati proprio i rappresentanti delle organizzazioni gay e lesbiche, assieme a studiosi, legali e ricercatori sociali favorevoli alla riforma.
Maria Rachid, portavoce della Federazione Argentina Lgbt, ha aperto la serie di audizioni puntando sulla strada irreversibile dei diritti civili. “Le nostre famiglie esistono già – ha dichiarato in Commissione a nome delle 40 organizzazioni gay e lesbiche del Paese – l’unica cosa che farebbe la legge è dar loro un riconoscimento giuridico”. La incontriamo nella sede dell’INADI, l’importante Istituto nazionale contro le discriminazioni, che dipende dal Ministero della Giustizia, dove lavora come responsabile per il Programma sulle differenze sessuali.
“Il primo progetto di legge fu presentato nel 2005 e riproposto poi dalle deputate Vilma Ibarra e Silvia Augsburger, che lo hanno fatto approvare recentemente dal Congresso – racconta – Tieni conto che i partiti hanno lasciato libertà di voto ai propri parlamentari. Il governo ci appoggia, ma non ha la maggioranza al Senato. Così stiamo cercando di convincere i senatori uno per uno, li chiamiamo, mandiamo dossier e ricerche, li coinvolgiamo, con un pressing quotidiano”.
Gli oppositori si fanno sentire, ma non sembrano così agguerriti. I più impegnati sono gli evangelici, che martedì avevano annunciato di sbarcare in 50 mila in Plaza de Mayo. Se ne sono contati meno di due mila. D’altra parte, neanche in Senato è ancora battaglia aperta. Siamo solo alle scaramucce.  Le senatrici Sonia Escudero e Marina Riofrio, per esempio, hanno dichiarato che la questione riguarderebbe solo Buenos Aires e non la provincia. La cosa suona bizzarra e ha fatto sorridere più d’uno in Commissione, come se nel resto del paese gay e lesbiche non esistessero. Comunque, se anche facessero audizioni in tutto il paese, come richiesto dalle due parlamentari, la data per il voto al Senato è ormai irrevocabile. Sarà il 14 luglio.
L’altro punto critico è l’automatica estensione del diritto all’adozione in coppia, ma – come ricorda Maria Rachid – “oggi in Argentina questo diritto è riconosciuto già ai singoli e sono centinaia i gay e le lesbiche con figli. Il matrimonio darebbe una maggiore copertura legale e sociale a quei bambini. Per evitarlo, si dovrebbe prevedere per legge una espressa esclusione, ma non vedo realistica una soluzione che apparirebbe apertamente discriminatoria”.
Quello che colpisce di più è il silenzio della Chiesa cattolica, a parte le condanne di rito. “Sì, non si sta mobilitando ed è strano – dice la portavoce Lgbt – Credo che la gerarchia argentina sia molto più divisa di quello che fa vedere. E sospetto pure che sia in corso una trattativa, per far passare il matrimonio chiedendo in cambio di bloccare la nuova legge sull’aborto. Il che sarebbe molto triste. In ogni caso, sanno che l’opinione pubblica è per la maggior parte dalla nostra, così pure i mezzi di comunicazione, ovunque, anche nelle provincie più lontane. In un anno su cento interviste, ho trovato solo tre giornalisti contrari al matrimonio”. “Sono convinta – continua Rachid – che questa legge avrebbe un effetto moltiplicatore all’interno della società argentina, perché faciliterebbe il contrasto all’omofobia e alla misoginia. Romperebbe stereotipi e tabù. E farebbe da apripista per gli altri paesi del Sudamerica”.
In effetti, è innegabile l’appoggio che darebbe al Messico, dove gay e lesbiche si possono da poco sposare solo nella capitale. E accelererebbe la stessa riforma in Uruguay, promessa dal Presidente Pepe Mujica. Sensibili sarebbero paesi con costituzioni anti-discriminatorie, come l’Equador, il Venezuela, la Bolivia. Ma è nel vicino Cile che i fatti di Argentina sembrano trovare in questi giorni maggiore eco. Qui, il neo-presidente di destra, Sebastian Piñera, aveva fatto capire in campagna elettorale di sostenere una proposta di legge sulle coppie di fatto. Nonostante ciò, proprio ieri sono arrivate le dichiarazioni pesanti e sgangherate del leader del partito di governo, Paul Larrain: “Non vedo perché lo Stato debba appoggiare le richieste degli omosessuali. Di orientamenti sessuali c’è una tremenda varietà, c’è gente che va con animali, è lo zoofilia, esiste letteratura in merito. Dunque, la politica pubblica non deve farsi carico di opzioni sessuali diverse”. Parole che hanno suscitato un vespaio di polemiche, nei media e nei social network. Ma, anche qui, tutti sanno che sarà questione di tempo.

Lettera22

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