politica, società

La papelera della discordia

BUENOS AIRES – E’ dal 2006 che gli abitanti della città argentina di Gualeguaychú picchettano il ponte General San Martin, dove passa la Ruta Internacional 136, che segna il confine tra Argentina e Uruguay. Protestano contro un polo cartario, costruito sul lato uruguayo dalla società finlandese UPM. Denunciano l’inquinamento delle acque e dell’aria, i danni per il turismo e l’agricoltura. Ora, quella che è conosciuta come una delle proteste più testarde del Sudamerica, potrebbe essere arrivata al termine. Il governo di Buenos Aires ha infatti varato un decreto che chiede l’immediato sblocco del ponte, denunciando l’illegalità dei manifestanti. Le conseguenze si vedranno i prossimi giorni, quando la magistratura e la polizia saranno chiamate a far rispettare il decreto.
E’ una vera e propria svolta, quella di Buenos Aires, che pure in questi anni aveva sostenuto le richieste degli abitanti di Gualeguaychú contro l’Uruguay.  E’ stata la sentenza della Corte di Giustizia dell’Aia, cui si era rivolta proprio l’Argentina, a far mutare la situazione. Il 20 aprile scorso, infatti, la Corte internazionale ha escluso illegalità e nocività dell’impianto, sottolineando tuttavia le negligenze uruguaiane nell’iter di autorizzazione, come previsto dagli accordi bilaterali del 1975.  L’Argentina ne è uscita sconfitta nel merito e il suo vicino nella forma, anche se per la prima è una vittoria morale e per il secondo un risultato inappellabile.
Tutto era cominciato nel 2002, con il progetto presentato da due società cartarie, la spagnola Ence e la finlandese Botnia (ora UPM-Kymmene). Dopo le prime proteste, nel 2005 i manifestanti – riuniti nella cosiddetta “Asamblea Ambiental” – cominciarono a picchettare e a bloccare il ponte di frontiera. Di fronte alla crisi, l’impresa spagnola si ritirò, mentre Botnia continuò i lavori, sostenuta dal governo di Montevideo. Il ponte resta picchettato da cinque anni dagli “asambleistas”, come vengono chiamati, che rivendicano i propri studi sull’impatto ambientale, commissionati alle Università di Buenos Aires e di Cordoba.
La tensione tra i due paesi è stata in questi anni molto alta, in particolare quando erano in carica i due ex-presidenti, Nestor Kirchner e Tabaré Vázquez. Fallita la mediazione del Mercosur, l’Argentina si era rivolta a l’Aia, la cui sentenza arriva ora in un momento di feeling tra i due paesi, grazie alla strategia del sorriso del nuovo leader uruguaiano José Mujica, come dicono quasi tutti gli osservatori. I due governi hanno nel frattempo concordato di attivare da subito una commissione mista di tecnici per una nuova approfondita valutazione dell’impatto della cartiera.
La sentenza dell’Aja è stata invece accolta dai “piqueteros” di Gualeguaychú come una nuova sfida.  I giorni scorsi, in 18 mila, secondo gli organizzatori, hanno manifestato contro il verdetto e le soluzioni di mediazione del governo. Dall’altra parte del rio, si erano riuniti almeno duecento uruguaiani, della vicina località di Fray Bentos, stanchi per il blocco che avrebbe danneggiato l’economia e fatto perdere molti posti di lavoro, arrivando a denunciare gli “asambleistas” argentini di essere “coimeros”, corrotti, e di taglieggiare il passaggio del ponte.
Ora il decreto governativo potrebbe far precipitare la situazione. Il Ministro della Giustizia, Julio Alak, si è rivolto alla Asamblea Ambiental, chiedendo di “riflettere e di terminare il blocco. La questione è stata affrontata giuridicamente e se non si libera il ponte, non si può procedere con i controlli ambientali”.  Nonostante i toni bellicosi di uno dei leader della protesta, Alfredo De Angelis, capo della potente Federazione Agraria e acerrimo nemico della Casa Rosada, da Gualeguaychú arrivano voci più caute, cui si è aggiunto ora il lavoro di mediazione del vescovo di Paraná Mario Maulión.
Intanto, a Montevideo, alla domanda su cosa si aspetta da questa svolta nella crisi della cartiera, il presidente Mujica ripete sornione: “Io aspetto seduto”.

Lettera22

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