politica, società

Matrimonio gay, è legge

BUENOS AIRES – 33 voti a favore, 27 contrari, 3 astenuti. E’ legge. L’Argentina è il primo paese dell’America Latina ad estendere il matrimonio alle persone dello stesso sesso. II voto è arrivato dopo oltre quattordici ore di dibattito. Una maggioranza risicata, certo. Ma è un mezzo miracolo, visto che il Frente para la Victoria, che sostiene il Governo, ha perduto ormai molti mesi fa, nell’ultima tornata elettorale, la maggioranza nelle due Camere.
La legge sul matrimonio igualitario, come lo chiamano qui, è un fatto senza precedenti in Sud America, dove la violenza machista e omofobica è radicata e pervasiva. Ed è un fatto storico anche nei rapporti fra Stato e Chiesa, in un Paese dove il Vaticano ha un’influenza fortissima e un’enorme capacità di ricatto su deputati e senatori.
La Presidenta Cristina Ferndandez de Kirchner può dirsi soddisfatta. La partita sul matrimonio gay è stato uno scacco matto contro l’opposizione, interna ed esterna al peronismo, appoggiata ormai apertamente e su tutti i fronti dalle gerarchie cattoliche. La Presidenta non ha fatto mancare l’appoggio al movimento gay e lesbico, un decisivo sostegno materiale e politico, silenzioso e testardo, come nel più classico dello stile dei Kirchner. E il movimento ha lavorato di piazza e di diplomazia, organizzandosi e utilizzando al meglio la sponda istituzionale. Maria Rachid è distrutta e raggiante. Lei è la portavoce della Federazione Argentina LGBT, che ha seguito tutto l’iter della legge lavorando all’INADI, l’Istituto nazionale contro le discriminazioni del Ministero della Giustizia.
Il voto al Senato arriva dopo decine di audizioni in Commissione Affari Legislativi e cento ore di udienze pubbliche in nove Province federali, dopo che il 6 maggio scorso il Congresso aveva licenziato la legge in prima lettura. La relatrice in Senato, Liliana Negre de Alonso, affiliata all’Opus Dei, ha cercato in tutti i modi di frenare la legge e di presentarla negativamente all’opinione pubblica. Era persino riuscita a convincere la maggioranza della Commissione a respingerla, sostenendo l’ipotesi di un nuovo istituto giuridico, di unión civil, riservato a gay e lesbiche. Un progetto addirittura appoggiato – e si dice pure ispirato – dalle gerarchie ecclesiastiche. Cose che sembrano incredibili, se pensiamo a ciò che è successo in Italia durante la discussione sui pur timidissimi Dico.
Il progetto di legge sulle unioni civili è stato rifiutato dai parlamentari kirchneristi e di centrosinistra, dalle associazioni Lgbt e per i diritti umani, che lo hanno definito apertamente discriminatorio, teso a legalizzare l’apartheid sociale. E anche questa sembra fantascienza.
Martedì si è tenuta una grande manifestazione contro l’apertura del matrimonio alle coppie gay e lesbiche. Convocata dalla Chiesa cattolica e dagli evangelici, ha raccolto dieci mila persone, secondo la polizia, anche se gli organizzatori ne hanno dichiarate duecentomila. Tutti sotto il simbolo del colore arancio, in nome di un’unica famiglia, “con un papà e una mamma”. Un solo colore contro l’arcobaleno delle tante diverse famiglie proposte dal movimento per i diritti civili.
Quest’ultimo si è dato appuntamento ieri, mentre era in corso la discussione al Senato, per una festa continuata la notte di fronte al palazzo del Congresso. In un giorno freddissimo di inverno australe, partiti di sinistra, organizzazioni studentesche e peroniste “kirchneriste”, gruppi per i diritti umani e associazioni Lgbt, hanno via via riempito la piazza con bandiere e striscioni multicolori, mentre dal palco si alternavano musica dal vivo e si contavano i progressi del dibattito nella Camera Alta. Alla sera,  la piazza era stracolma con migliaia di persone, sotto lo striscione “El mismo amor. Los mismos derechos”. Lo stesso amore, gli stessi diritti. Personaggi famosi del mondo della musica, dell’arte e dello spettacolo hanno dato il loro appoggio pubblico. Solo un momento di tensione si è avuto nel pomeriggio, quando una ventina di manifestanti cattolici si sono stretti di fronte ai cancelli del Congresso, intonando preghiere e alzando una statua della Madonna. La pressione dei manifestanti li ha costretti alla fuga, mentre in piazza la folla intonava “Iglesia, basura, vos sos la dictadura”, Chiesa spazzatura, sei tu la dittatura.

Lettera22

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