Estela Carlotto, candidata al Nobel: “Continuo a cercare Guido”

luglio 20, 2010

BUENOS AIRES – Guido, il nipote di Estela Barnes de Carlotto, non é stato ancora trovato. Se è vivo, i prossimi giorni compie 32 anni. Il corpo senza vita della madre era stato gettato per strada una notte di agosto del 1978, coi segni della tortura, il volto sfigurato. Laura aveva ventitré anni e gli ultimi nove mesi li aveva passati nelle celle de La Cacha a Buenos Aires. La sua colpa era l’impegno nella “Gioventú Peronista”. La colpa del figlio, nato nel Hospital Militar Central, era di rappresentare solo un “bottino di guerra”.
Da quei giorni terribili, iniziati qualche mese prima del sequestro della figlia, quando già era stato preso e torturato il marito Guido, Estela Carlotto non si è mai fermata. Era una tranquilla maestra elementare e la politica non l’aveva mai sedotta. Ora, settantacinquenne, è l’instancabile volto e voce delle Abuelas, le testarde nonne di Plaza de Mayo. Loro continuano a cercare i nipoti mai visti, nati nei lager, strappati alle madri assassinate e affidati a militari e civili complici. Le Abuelas calcolano in 500 i neonati nati e rimessi in circolazione nelle famiglie perbene argentine. Ad oggi, ne sono stati rintracciati 101.
La storia gira. Decine e decine di militari e civili complici sono ora sotto processo, le Abuelas sono invece in corsa per il Premio Nobel per la Pace. «E’ da tre anni che il Ministro dell’Educazione propone il nostro nome per il premio. Ora abbiamo superato anche la prima selezione.  Ovviamente, ne siamo molto orgogliose». Incontriamo Estela Carlotto nella sede delle Abuelas, dove le è appena arrivato il sostegno dell’AMIA, la Asociación Mutual Israelita Argentina, che nel 1994 è stata bersaglio di un orrendo attentato, dove morirono 85 persone e i cui autori, mandanti e complici sono tuttora a piede libero e pressoché sconosciuti.
«Sono trentatré anni che ci battiamo per i diritti umani e per ritrovare i nostri nipoti. Un lavoro difficilissimo, abbiamo dovuto inventarlo con il tempo, aprendo e scoprendo percorsi, affrontando situazioni diverse. Noi chiediamo giustizia, non vendetta».
Come avete organizzato la ricerca dei bambini rubati durante la dittatura?
Solo alla nostra sede sono arrivate 240 denunce. Altri casi sono stati raccolti dal Conadi, la Comisión nacional para el derecho a la identidad, del Ministero della Giustizia, con cui lavoriamo strettamente. E’ una sinergia, tra una Ong e lo Stato, che ha pochi precedenti. Così abbiamo ottenuto l’istituzione di una “Banca Nazionale dei Dati Genetici”, unica nel mondo, dove abbiamo lasciato il nostro sangue, necessario per comparare il Dna di chi potrebbe essere nostro nipote.
Sono migliaia i giovani, nati tra il 1975 e il 1980, che in questi anni sono passati qui. In molti hanno dubbi sui propri padri, cose di cui non si parla in casa, foto che non ci sono, dettagli fisici che non coincidono. Riceviamo questi giovani, impauriti e preoccupati, perché vengono a domandare qualcosa che potrebbe cambiare per sempre la propria vita. Immaginatevi, quanta forza devono avere. Nessuno può vivere dubitando della propria identità e di quella dei propri padri. Padri che spesso non rispondono e quando mentono è perché sanno di aver commesso un delitto. Perché, in quel caso, non hanno adottato i figli. Li hanno rubati. La maggior parte dei ladrones de niños faceva parte della forza di sicurezza o civili complici.
Ci sono molti processi in corso per i crimini di Stato. Com’è la situazione della giustizia per quanto riguarda i bambini sottratti?
Abbiamo processi aperti contro i responsabili della repressione, militari o civili che parteciparono alla morte di 30 mila persone. Questa è la cifra dell’orrore. Poi ci sono i processi per il riconoscimento dell’identità. Noi riceviamo denunce, facciamo le nostre ricerche, proviamo a parlare con il giovane in questione. Quando abbiamo pronto il dossier, presentiamo la denuncia, che non è contro il ragazzo, ma per segnalare un crimine di cui anche lui è vittima. La legge prevede che il giudice chiami il giovane, gli espone la situazione e gli chiede di sottoporti al test genetico per accertarne l’identità. Il giovane può rifiutarsi. A quel punto, ha un mese per riflettere. Se ritorna, confermando il rifiuto, l’analisi genetica scatta obbligatoria.
Di fronte c’è un delitto che chiamiamo de acción publica, perché è così grave che colpisce non solo le vittime, ma tutta la società. Lo Stato si è assunto la responsabilità di cercare e trovare la verità su questi crimini. In questo momento, per esempio, è in corso un caso molto mediatico.
Lei si riferisce ai figli di Ernestina Herrera de Noble, Marcela e Felipe, gli eredi dell’impero editoriale del Clarin. Una lunga storia, tuttavia l’ultimo colpo di scena è il fallimento delle prove genetiche sugli indumenti dei giovani. Com’è stato possibile?
E’ da vent’anni che abbiamo la denuncia sulla loro inverosimile “adozione”. A quel tempo chiedemmo di parlare con la signora, pensando che avesse accettato i bambini senza sapere. Così è successo in altri casi, ma quelle famiglie ci aprirono la porta, dando piena disponibilità e collaborazione, anche loro volevano sapere la verità. La signora Herrera de Noble invece non ci ricevette. Mandò uno del suo entourage, dicendoci che mai la signora avrebbe potuto adottare “figli di terroristi”…Il mediatore insinuò che fosse una manovra politica, così solo allora scoprimmo quanto fosse compromessa col regime. E alla fine ci fece la proposta indecente: noi conosciamo chi sono le madri di questi ragazzi e potremmo dirvelo solo se voi ci rivelate il nome di chi ha denunciato la signora. Capite? loro volevano quel nome, a tutti i costi. Ma per noi, è sacro, è intimo, è segreto. Salvaguardiamo la vita di chi viene a dirci ciò che sa.
Così si arrivò al processo. Il fatto scandaloso è che dura da nove anni. Hanno fatto di tutto per evitarlo. Riuscite ad immaginare quanto potere c’è in gioco? Nel 2003 la signora ammise le irregolarità nelle “adozioni”. Ma raccontò una storia falsa. Perché? E chi sono questi ragazzi? Perché così tanti sforzi per impedire la verità? Il caso ora è nelle mani di una nuova giudice, Arroyo Salgado, che già ha lavorato sui diritti umani. Ha resistito alla richiesta di ricusazione e di fronte al rifiuto della prova del Dna, ha provveduto ad applicare la legge, obbligando i due giovani a consegnare gli indumenti. Sorpresa: erano contaminati, avevano tracce di Dna di tre, quattro persone. Com’è possibile? L’unica cosa che posso pensare è che abbiano inquinato appositamente i vestiti, sapendo – informati per tempo – che quel giorno il Tribunale avrebbe fatto l’esame. Immaginiamo, consigliati dagli avvocati.
Voi vi siete fatte un’idea di chi potrebbero essere i genitori?
No, non è possibile. perché ci sono due famiglie diverse e perché non conosciamo le esatte date di nascita. In molti casi, venivano dichiarati neonati, anche se avevano già uno o due anni. Ma questi due giovani, ormai adulti, devono rendersi conto, ora, che l’intralcio alla giustizia è un atto molto grave. Da vittime rischiano di trasformarsi in complici nell’occultare un crimine. Credo che la signora Herrera de Noble li stia ricattando: se si scopre la verità, vado in galera, mi considerano un’assassina. Un’estorsione affettiva. Ma questi ragazzi non possono impedire la giustizia. Se lei è colpevole, lo è comunque. Tutto questo succede mentre i loro ladrones, li hanno trasformati in  battaglia politica, tra la Presidenta e il giornale Clarin. E questo è un’offesa e un assurdo: quando iniziò questa vicenda, i Kirchner non erano al governo.
Quando riuscite a rintracciare i nipoti, le loro reazioni sono molto diverse di fronte alla scoperta della verità.
Sí, perché molti la ricercano da soli, altri sono obbligati a saperla. In molti casi non vogliono assolutamente incontrare la madre della propria madre trucidata. Allora bisogna lasciare tempo, avere pazienza come solo le abuelas sanno avere. Gli dai tempo per pensare. Alcuni dicono: va bene, la voglio vedere, ma che non mi abbracci. La abuela va all’appuntamento, sempre con un regalo. La maggior parte delle volte il ragazzo non lo vuole, né vuole vedere foto. Allora aspetti l’incontro successivo. Altre volte, vedendo affinità con questa vecchia sconosciuta, riconoscendo dettagli fisici o un gesto familiare, comincia a chiamarti nonna, e il rapporto si fa più affettuoso.
E con quelli che loro hanno considerato genitori, come reagiscono questi ragazzi?
Nessuno può intaccare l’affetto che li lega, tanto meno noi.  Sarebbe crudele. Noi diciamo che quel bambino rubato è ora un uomo adulto, ha diritto di vivere con chi vuole e di amare chi vuole. Per quello che abbiamo visto fino ad ora, la maggior parte comincia a chiedere spiegazioni. Chiede: che cosa avete fatto? Come mi avete portato in questa casa? Dove mi avete preso? Molte volte si rendono conto che quello che considerava il papà era l’assassino di sua madre vera e di suo padre vero. A quel punto cominciano a separarsi. E poi spesso non li vogliono più vedere. Una volta ho chiesto ad una ragazza: che cosa senti per le persone che ti hanno cresciuta? E lei mi ha risposto: niente. Il che è terribile. Neanche odio. Niente.
Noi abbiamo imparato in questi anni a distinguere caso per caso. E assicurare il massimo rispetto per questi ragazzi. A rispettarne i sentimenti e le decisioni. Noi li incontriamo per lasciarli liberi. Perché sappiano che hanno una nonna che li ha cercati per anni. Per dirgli che i loro genitori non li hanno abbandonati. Ma che sono stati rubati.
Questi giovani rappresentano un altro pezzo generazionale di una memoria collettiva, di una storia che i sopravvissuti, las abuelas e las madres de plaza de mayo hanno raccolto. Possiamo dire che la memoria delle vittime é ora una memoria comune del Paese?
Sì, io credo di sì. Dieci anni fa abbiamo costruito l’Archivo biografico familiar. Abbiamo pensato: questi ragazzi non possono conoscere i genitori, chi gli racconterà la loro storia, visto che noi, i nonni, ce ne stiamo andando? L’archivio è semplice: un gruppo di ricercatori va nella casa delle abuelas e ricostruisce minuziosamente la storia del figlio scomparso. Gli piaceva studiare, cantare, ballare. Che carattere aveva, se e quando si sposò. Ricostruiscono la vita di questo scomparso, con tutti i dettagli possibili. Così, i ragazzi possono accedere alle casse della memoria, con i documenti, le foto, le registrazioni, i filmini, gli oggetti, le testimonianze sui loro veri genitori.
Questo è un modo per ricostruire una memoria non solo individuale, ma anche collettiva del Paese. La repressione ha colpito persone di tutte le città, di tutte le religioni, di tutte le condizioni sociali e professioni. Stiamo ricostruendo la storia del Paese di quella generazione. E tutti si possono riconoscere.  E dobbiamo ammettere che nessuno come gli ultimi due Presidenti, Nestor e Cristina Kirchner, li abbiamo sentiti tanto impegnati nella difesa dei diritti umani. E’ stata la loro generazione quella spazzata via. I nostri figli avrebbero la loro età. Appartengono alla stessa storia inconclusa.
Lei é impegnata in una battaglia che tiene aperta una tragedia personale. Come si può convivere con il dolore, trasformandolo in un atto pubblico?
La ferita sta sempre aperta. Non si riapre tutti i giorni. Non si è mai chiusa. Quel dolore continua. Ma sarebbe peggio se mi chiudessi in casa senza far nulla. Penso che mia figlia ha avuto il coraggio di combattere per le sue idee. E sono orgogliosa di lei. Io ho voluto riesumare il suo corpo, dopo alcuni anni dalla sua sepoltura, perché volevo sapere. Sapere come l’avevano assassinata. Se era stata imprigionata e torturata. Se aveva dato alla luce il figlio. E la scienza mi ha dato le risposte che i militari mi avevano negato. Dicevano di averla incontrata in autobus, che aveva resistito all’arresto ed era finita uccisa. La assassinarono invece sdraiata al suolo, con una pistola a trenta centimetri dal cranio, e sappiamo il figlio nacque perché teneva i segni nella parte pelvica.
Quel dolore mi dà molta forza. Solo uscendo in strada e urlandolo, mi permette di sopportarlo un po´ di più. In questi giorni, per esempio, sui muri della città, sono apparsi questi manifesti: si vede il volto di Mandela e di Madre Teresa di Calcutta, a fianco il mio con Hugo Chavez e c’é scritto: no al premio Nobel per la pace. E’ una campagna della Asociacion de familiares y amigos de presos politicos. I prigionieri politici difesi da questa associazione sono i militari, i genocidi, gli assassini. Questa cosa mi dà rabbia e risa, ma anche molta forza per continuare.

http://www.ntnn.info

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