Massacrare donne

BUENOS AIRES – E’ il 23 gennaio, quando Fabiana Lourdes Cuello viene trovata morta. Ha 19 anni. E’ stata impiccata da Franco Ezequiel Peralta. Il suo fidanzato. Quando viene scoperto, lui stesso si toglie la vita. Accade a Paraje Ensenada, alle porte di Cordoba. Fabiana ha aperto quest’anno una lista che a fine giugno già contava dodici nomi.
Impressionano le storie di queste ragazze, nell’elenco terribile di oltre duecento donne che ogni anno in Argentina vanno incontro allo stesso destino. «Impressionano per la loro età, perché hanno sopportato violenze psicologiche e fisiche nel silenzio più totale, perché gli assassini sono loro coetanei che finiscono quasi sempre per suicidarsi, perché l’omicidio si consuma ancora più brutalmente delle altre donne adulte. Non è mai una sola pugnalata. Sono decine di colpi». Lo racconta così, Ada Beatriz Rico, con la voce secca e dolce. Lei coordina l’Observatorio del femicidio de la sociedad civil “Adriana Zambrano”, che ha presentato di recente il suo terzo rapporto annuale.
L’ultimo caso, che ha suscitato molto clamore, è successo a Balvanera, quartiere del centro di Buenos Aires. Marianela Rago aveva diciannove anni, studiava giornalismo. Morì asfissiata e praticamente decapitata con un coltello da cucina. Aveva lasciato il suo fidanzato. Lui è passato dalle minacce all’omicidio. E da qui alle prime pagine dei giornali.
L’Argentina fa i conti con il femicidio, l’uccisione di donne solo perché donne. 208 casi nel 2008, 231 l’anno scorso,  oltre a 16 che all’Observatorio chiamano “vinculados”, cioè di uomini o bambini che cercano di impedire la violenza o che in quel momento si trovano con la vittima. Per 163 di loro, l’assassino era della cerchia familiare, in particolare fidanzati o mariti o ex. Sessantacinque vittime avevano fra i 13 e i 30 anni. Ada Beatriz Rico ci mostra le schede: «Pugnalate, bastonate, affogate, impiccate, asfissiate, scannate, finite con pistole o fucili, strangolate, bruciate: l’armamentario del terrore è lungo e vario. Dimostra solo la ferocia e la premeditazione di questi uomini che le considerano di loro proprietà e sentono di poter fare quel che vogliono».
L’Observatorio del femicidio è una iniziativa della Casa del Encuentro, il più importante “centro donna” del Paese, come si direbbe in Italia. «Una Ong di feminismo popular», preferiscono le attiviste porteñe. La casa occupa il primo piano di un antico edificio tra Rivadavia e Medrano, nel popolare Barrio Almagro. «Siamo qui da quattro anni, ma il nostro lavoro ne conta quasi dieci», racconta Fabiana Tuñez, la coordinatrice del centro, mentre ci mostra le sale riunioni e gli spazi dove si incontrano i gruppi di donne, i team di aiuto legale e psicologico, e dove si progettano interventi e campagne.
«Non potevamo più sopportare la lista di omicidi. Dovevamo dare un segnale alla società e alle istituzioni. Il primo rapporto due anni fa monitorava 43 giornali. Oggi siamo in grado di setacciare 120 testate e il gruppo conta più di venti persone in tutto il Paese, sono le nostre antenne sociali grazie all’attivazione di reti di gruppi e associazioni di donne. Il nostro rapporto ora è sul tavolo delle più importanti istituzioni del Paese e persino il Dipartimento di Stato americano lo ha citato nel suo report sull’America Latina».
Il lavoro della Casa e del suo Observatorio ha accelerato l’approvazione l’anno scorso della legge di “Protección integral de las mujeres”, il cui regolamento sarà firmato i prossimi giorni dalla Presidenta, attivando finanziamenti a progetti sociali ed educativi e di prevenzione della violenza di genere. «Noi appoggiamo la legge, ma chiediamo che il femicidio sia considerato una fattispecie penale a sè e che venga tolta la patria potestà all’omicida», sottolinea Tuñez.
Intanto, visto il clamore suscitato dagli omicidi tra adolescenti, le istituzioni sembrano muoversi. Guadalupe Tagliaferri, direttrice del dipartimento “de la Mujer” del governo di Buenos Aires, ha annunciato un programma di aiuto “tra pari” rivolto agli adolescenti, in due Centri della città, sottolineando che nel solo 2009 sono state 178 le ragazze che si sono rivolte agli sportelli cittadini, per denunciare violenze ed abusi. Il “Programa nacional de educacion sexual integral” attiverà inoltre un piano di informazione rivolto alle scuole, sul tema delle relazioni violente.
Fabiana Tuñez ci tiene a sottolineare il contesto sociale drammatico: «questo è un Paese dove la misoginia e il machismo sono molto radicati – dice – Ogni anno si calcola che 4 milioni e mezzo di donne siano vittime di abusi. Qui almeno 600 ragazze scompaiono nella tratta della prostituzione, spesso nel silenzio di vergogna delle loro famiglie. Ed è inutile ricordare che in Argentina l’interruzione di gravidanza è ancora illegale. Stiamo parlando del diritto di scelta e del diritto alla vita delle donne».
Il confine tra società civile e istituzioni, si sa, è spesso un campo di battaglia. E’ là dove si scontrano dolore e impunità. Fra qualche settimana le attiviste della Casa del Encuentro glielo ricorderanno al Governatore di Jujuy, nel nord del Paese. A metà agosto andranno infatti lassù, perché c’è un caso di femicidio che brucia e su cui cercano di tenere i riflettori accesi. Ce lo racconta, Miriam, sorella di Adriana Zambrano, 29 anni, uccisa due anni fa a colpi di pugni e calci dal marito. «Il suo corpo era sfigurato. Vicino c’era la loro bambina, sconvolta. In primo e secondo grado i giudici hanno accettato la versione che l’omicidio non fosse premeditato. E che la morte fosse dovuta ad emorragia celebrale per colpa di una caduta. La condanna è stata lieve, cinque anni di carcere».
Miriam cerca di controllare la commozione e la rabbia. «Non possiamo far riaprire il caso. La sentenza è definitiva. Ci rivolgeremo alla Corte interamericana. Ma fra tre anni quell’uomo sarà libero e chiederà l’affidamento della bambina. E questo mi sembra davvero incredibile. I suoi parenti hanno agganci politici e temo che possa godere di coperture. Non è un caso, che i primi a soccorrerla, un poliziotto e un medico, fossero legati alla famiglia. Noi chiediamo giustizia. E il silenzio è il nemico più pericoloso».
E’ stata lei tre anni fa a chiamare la Casa del Encuentro, vedendo che nella lista di femicidios non c’era sua sorella. Il fatto è che quell’omicidio non era stato nemmeno citato dalla stampa locale, in quel gioco crudele di omissioni e di colpe che si fanno complicità. Lei ha cominciato a collaborare con la Casa. E il primo Observatorio del femicidio porta il nome di sua sorella.

http://www.ntnn.info

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