Estamos bien en el rifugio, los 33

agosto 10, 2010

VALPARAISO – Estamos bien en el rifugio los 33. Questo è il messaggio arrivato nel pomeriggio di domenica dalle viscere della terra. Miniera San José, Copiaco, nord del Cile. “Stiamo bene, nel rifugio, tutti e 33”: lo hanno scritto in rosso su un pezzo di carta, i minatori che da 17 giorni erano intrappolati a settecento metri di profondità, vittime di un crollo nelle gallerie del rame, accaduto il 5 agosto scorso. La sonda che finalmente li ha raggiunti, ha riportato in superficie il messaggio, quando ormai le possibilità di ritrovarli in vita erano disperate.
Appena radio e televisione hanno dato la notizia, una scarica di emozione ha attraversato il paese. La gente per strada festeggiava a suon di clacson, altri a crocchi negli incroci sventolando le bandiere, la centrale Piazza Italia di Santiago ha cominciato a riempiersi. A sera sono arrivate anche le immagini, mentre la sonda incominciava a inviare medicinali, comunicazioni, viveri. Ora è la fase del recupero. Si dovrà scavare un percorso di 66 cm di diametro. Per portarli su, occorreranno tre-quattro mesi. Ma i trentatre minatori sono vivi.
Qui si dice che è un miracolo. Sarà stato San Lorenzo, il santo dei mineros, ad esaudire le preghiere delle famiglie che hanno piantato le tende centinaia di metri più in alto, all’ingresso della galleria. Il loro accampamento Esperanza ha sfidato il panico dei proprietari della miniera, i dubbi delle istituzioni, la presenza dei carabineros e l’odore della disperazione. Di sicuro, mai era successo di ritrovare vivi dei minatori dispersi da così tanto tempo, in condizioni altrettanto terribili.
Eppure, i familiari erano sicuri. E così pure gli altri minatori. E’ il sapere degli operai, ci raccontava il giorno prima, quando ormai si sussurrava il peggio, il presidente del sindacato Confederacion Minera. Nestor Jorquera ne era sicuro: “Sono vivi, per il tipo di terreno, perché conoscono bene le gallerie, per il luogo dove si trovavano al momento del crollo, perché resistono ad una fatica inimagginabile. Noi sappiamo che sono vivi. Il ministro dubita, ma lui è la prima volta che vede una miniera”.
Il ministro ora osannato è Laurence Golborne, un ingegnere quarantottenne, con alle spalle una brillante carriera manageriale. E’ la generazione di manager ed imprenditori arrivata al governo con la vittoria nel febbraio scorso delle destre, capitanata dal presidente Sebastian Piñera. Quando i giorni scorsi il ministro aveva dato per spacciati i minatori, era stato interrotto dai familiari di fronte alle telecamere: “dovreste tenerla voi la forza per resistere e continuare”, si era alzata una voce dura e triste, da uno dei tanti che vivevano nell’accampamento Esperanza. La scena ha fatto il giro del Paese.
Piñera si è giocato una partita importante per la sua popolarità. Nonostante la miniera sia gestita da un’impresa privata, con dirette responsabilità nell’accaduto, il presidente-imprenditore ha investito direttamente il governo, ha coinvolto tutti organi tecnici del settore e ha fatto arrivare “i macchinari di ultima generazione dagli Stati Uniti e dall’Australia”, come ha rivendicato domenica. Ha curato l’immagine nei dettagli, si è precipitato quattro volte sul luogo del dramma, accompagnato quasi sempre dalla moglie, Cecilia Morel, che si è proposta come “amica” delle madri, spose e sorelle accampate.
Il Presidente sapeva che qualunque fosse il destino dei minatori, avrebbe comunque vinto la sua battaglia personale, “populista e decisionista – come la definisce Nestor Jorquera. Che aggiunge: “Eppure restano intatte le responsabilità dello Stato nel concedere autorizzazioni per la sicurezza prive di fondamento e dei proprietari, che a fronte di guadagni enormi con il rame e l’oro, non investono un peso nella sicurezza del lavoro e delle gallerie”.
Piñera ha mezzo decapitato il Servicio nazionale di geologia e mineria (Sernageomin) e ha annunciato una nuova legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. Sembra aver centrato l’obiettivo di apparire in sintonia emotiva con il paese, di conquistare  il rispetto popolare e di presentarsi come un uomo sensibile ed empatico, come solo alla sua predecessora riusciva, la socialista Michelle Bachelet. L’emozione dilagata in Cile è corsa parallela al trionfo attribuitogli dai media, quasi tutti controllati da imprese vicine alle destre e uno di sua diretta proprietà, Chilevision.
Resta il fatto che quella miniera non aveva i requisiti di sicurezza, che il Sernageomin  gli aveva incredibilmente concesso, l’ultimo nel giugno scorso. Secondo le informazioni  raccolte dal sindacato, problemi ed incidenti si registravano dal 1999 nelle due miniere di San José e San Antonio, entrambe di propriretà di Alejandro Bohn Berenguer. Nel 2008 aveva dovuto chiuderle per sette mesi e pagare un indennizzo di 90 milioni di pesos alla famiglia di un minero, Fernando Contreras Contreras, morto in un’esplosione. Eppure, ad agosto di quest’anno non risultavano ancora terminati i lavori della galleria di sicurezza.
Quella di Bohn Berenguer è una delle 1.335 piccole e medie imprese minerarie che lavorano in Cile, assieme alle 16 grandi aziende del settore, dove sono occupati oltre 174 mila operai. Loro appresentano il cuore dell’economia del paese, che di nome fa rame, l’oro rosso che si produce in oltre 5,4 milioni di tonnellate annue, cioè 22.300 milioni di dollari in utili solo nel 2007 e 6.200 di tasse nelle casse statali.
Come rivelava alcuni giorni fa il quotidiano El Mercurio, vi è una stretta relazione tra il prezzo del rame e il numero dei minatori morti. Il boom del valore del minerale che negli ultimi anni è oscillato tra i 3,1 e i 3,2 dollari a libra, ha coinciso con il macabro record di vittime, 31 nel 2006, 40 nel 2007, 43 nel 2008. Il numero di incidenti triplica nelle piccole e medie imprese, dove regole e condizioni di lavoro sono super-precarie. La maggior parte lavora con sub-contratti, con scarsa esperienza in sicurezza mineraria. Nel 2007, si  sono contano in 1.982 i minatori feriti, di cui 1.040 con sub-contratti.
Nella miniera del miracolo, la San José, “i perni per fissare le pareti sono stati ridotti di molti centimetri solo per poter avere un maggior accesso al metallo”, denuncia Raimundo Espinoza, presidente della Federacion de Trabajadores del Cobre. “Esigiamo più controlli liegali nelle imprese, soprattutto quelle in sub-appalto”, aggiunge con rabbia. Compresi i controlli sull’età dei minatori. Il più giovane dei sopravvissuti al crollo del 5 agosto, ha 19 anni. anche se per la legge ne avrebbe dovuto avere almeno 21. Si chiama Jimmy Sanchez. Prima lavorava nel settore edile, ma da quando è nata a giugno la figlia, aveva preferito la miniera, per guadagnare di più. 350 mila pesos, vale a dire poco più di 500 euro.

il Manifesto

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