Eccoli, i dannati della terra

agosto 28, 2010

VALPARAISO – Eccoli, i dannati della terra. Hanno gli occhi incassati e tristi, la barba lunga, dimagriti di fame e di angoscia, a torso nudo. I trentatré mineros si muovono nel loro spazio angusto, laggiù a settecento metri di profondità. Si sono organizzati per resistere. Uno di loro, Mario Sepulveda, fa da guida: «Ecco il vasito per lavarci i denti. Facciamo la pulizia di base.  Qua abbiamo fatto un domino come passatempo. Questo è il posto dove facciamo una riunione organizzativa tutti i giorni. Là preghiamo».
Le immagini hanno fatto capolino nelle case, lasciando tutti ammutoliti. A Copiapó, all’accampamento Esperanza, il silenzio e le lacrime dei familiari di fronte ad uno schermo gigante e 45 minuti di reality. La sonda video li tiene vicini e loro ci riportano alla realtà, a ventun giorni dal crollo della galleria.
«Siamo sperando che il Cile intero faccia tutti gli sforzi possibili per poterci tirar fuori da questo inferno», aveva detto due giorni fa al telefono il capo-squadra Luis Urzúa al Presidente Sebastian Piñera. Quella parola, inferno, aveva già raggelato l’euforia corsa in tutto il Paese da domenica pomeriggio. Le immagini di ieri l’hanno amplificata. L’inferno è il crollo la galleria, danno collaterale del loro lavoro. Ed è quel lavoro dentro l’intestino di Atacama, mentre il minerale estratto vola nelle borse del mercato globale. E l’inferno è l’attesa almeno fino a Natale. Laggiù, sarà una prova di sopravvivenza che non ha precedenti.
«C’è un gran numero di professionisti con cui da quaggiù lavoriamo per le operazioni di riscatto», hanno raccontato i 33. Per questo, sarà prezioso anche l’aiuto della Nasa, per  gestire un gruppo umano chiuso in uno spazio claustrofobico e remoto. L’astronauta in orbita José Hernández ha inviato i giorni scorsi la sua solidarietà, via Twitter. Dice che l’ente spaziale può dare informazioni «sull’aiuto psicologico delle persone intrappolate e delle loro famiglie, sul cibo disidratato e sulle bibite con elettrolitio e sodio, disegnare un protocollo di esercizi per evitare la atrofia muscolare». Se non sarà l’inferno, sarà comunque un incubo che dovranno tutti affrontare contro il tempo.
Il Cile lo vive come una sfida nazionale. Il Paese, che si sta apprestando a festeggiare il suo Bicentenario, sta facendo i conti con i volti, le voci, la fatica e il dramma di questi uomini. E di questo lavoro, che sempre ha rappresentato il motore della ricchezza e dell’economia, il salnitro prima, il rame oggi e il litio – si dice – nel futuro. Ma chi ci lavora sono praticamente degli sconosciuti. Di certo inesistenti per i media e confinati nel girone basso di una società ancora fortemente classista.
Chi sono i minatori del 2010, sembrano chiedersi in molti. Quelli di sempre, sembrano rispondere loro. Johnny Barrios Rojas, cinquant’anni, quando era giovane sognava di studiare arte. Ma non poteva permetterselo. L’istruzione è tutt’ora un lusso.  Così, lavora da 25 anni nella stessa miniera. José Henríquez ha sei anni di più. Le due figlie raccontano che già nel 1986 lo sfiorò la morte assieme al padre e al fratello, anche loro mineros. Dopo un crollo passarono due giorni a vagare seminudi.
Carlos Mamani è boliviano, uno dei tanti immigrati che qui in Cile cercano fortuna e l’unico straniero del gruppo dei trentatré. Era arrivato dieci anni fa con sua moglie Veronica per lavorare nei campi di pomodori di Arica. Da quattro aveva preferito la miniera. Così aveva deciso anche Jimmy Sanchez, diciannovenne, il più piccolo dei reclusi, perché qui almeno poteva guadagnare 350 mila pesos (poco più di 500 euro) e affrontare le spese della figlia nata a giugno. Si era infilato nelle gallerie di San José pure Franklin Lobos, 53 anni, ex calciatore della nazionale cilena. Finita la carriera, lavorava come autista, e proprio lui si occupava di trasportare su e giù i mineros. Nella sua prima telefonata con il mondo esterno ha ringraziato Ivan Zamorano, che in lacrime lo aveva incitato a resistere.
Storie di uomini finiti in miniera. A far ricco il Paese. Che ora vive l’euforia di aver realizzato una cosa unica al mondo. Lo ripetono centinaia di volte, in tivù e nelle radio, dove passa continuamente la voce dei minatori che intonanto l’inno nazionale. E’ l’ottimismo vincente del suo presidente-impresario, come fosse una sua promessa elettorale mantenuta. Così, ha fatto piantare trentatré bandiere nazionali alla Moneda, «per ricordarci di voi sempre», ha ripetuto ai minatori intrappolati, anche se suona come un patriottismo un po’ holliwoodyano.
Emozionante e manipolatorio, il racconto che il Paese fa di se stesso è di un futuro di successo, capace di realizzare qualsiasi cosa. Così, è passato in silenzio il fatto che sia stata solo una semplice (e meravigliosa) fatalità, l’incontro della sonda con i minatori. Compreso il fatto che solo la curiosità di un macchinista, quel giorno, ha permesso di salvare il foglio di carta con il famoso messaggio che ha fatto il giro del mondo.

il Manifesto

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