Mapuche, la resistenza della fame

VALPARAISO – Si consigliava di non militarizzare il sud del Cile dove si concentra la popolazione mapuche, di non considerare come terroriste le loro rivendicazioni e di rendersi conto delle condizioni di “abbandono e frustrazione delle comunità indigene” come radice del conflito secolare. E’ il contenuto di un dossier scritto non da organizzazioni per i diritti umani, ma dai servizi di intelligence cileni, consegnato a Michelle Bachelet, alla fine del suo mandato presidenziale.
Lo ha rivelato oggi il quotidiano “La Nacion,” ora che la questione indigena è tornata alla ribalta dei media e del mondo politico, con l’aggravarsi delle condizioni di salute dei 32 detenuti mapuche in sciopero della fame dal 12 luglio scorso. Dalle carceri di Concepcion, Temuco, Angol, Lebu e Valdivia dove stanno scontando condanne pesantissime, gli attivisti indigeni chiedono allo Stato di rivedere la legge antiterrorismo e di riaprire un tavolo di trattativa.
Dopo mesi di silenzio, il governo ha risposto i giorni scorsi con un’inaspettata apertura. Il presidente Sebastian Pñera ha inviato al Congresso due proposte di legge per restringere l’ambito di applicazione del codice militare e ridimensionare le misure anti-terrorismo. Inoltre, sembra abbia chiesto aiuto alla Chiesa cattolica, per convincere i detenuti a sospendere lo sciopero e per svolgere un ruolo attivo di mediazione.
Lo protesta nelle carceri vuole riportare l’attenzione sulla repressione che le organizzazioni native subiscono. La legge in vigore, nonostante alcune modifiche negli ultimi dieci anni, risale in realtà ad una norma del 1984, in pieno regime militare. Impone lunghe detenzioni preventive e raddoppia le pene, per qualunque atto di protesta considerato sovversivo. Così rientrano gli atti dimostrativi di rivendicazione e di occupazione di terre nel sud del Cile da parte di militanti mapuche. Lo stesso Ministro degli interni, Rodrigo Hinzpeter, ha definito poco in sintonia con uno stato di diritto il sistema penale in vigore: “la giustizia militare attua con una maggiore ampiezza di quella propria di una democrazia”.
L’iniziativa del governo è arrivata con l’aggravarsi delle condizioni psico-fisiche dei detenuti, al limite della sopravvivenza. Secondo i sanitari hanno perso dai 13 ai 16 chili e sono ora in una fase di serio pericolo. Si sono sollevate così le proteste di organizzazioni dei diritti umani, di personalità del mondo della cultura e di molti deputati di opposizione. La direttrice dell’Istituto nazionale dei diritti umani, creato l’anno scorso, Lorena Freis, ha ricordato come “gli organismi delle Nazioni Unite, il Consiglio dei diritti umani e il Comitato contro la tortura, hanno più volte raccomandato allo stato cileno di cambiare la propria legislazione e di adeguarsi agli standard internazionali”.
Il senatore e presidente della Democrazia Cristiana, Patricio Walker, ha sottolineato come “in alcuni casi, sono stati communati 100 anni di carcere, nonostane i detenuti non siano colpevoli di delitti di sangue, mentre al carabinero che ha ucciso di recente il giovane mapuche Matias Catrileo, è stato condannato a soli 3 anni e lasciato in libertà”.
La vozera del governo, Ena von Baer da parte sua, ha appuntato ai governi della Concertacion le responsabilità per il deteriorarsi della situazione, omettendo ovviamente come in questi anni fossero i partiti di destra a rinfocolare l’allarme terrorismo e a chiedere mano dura contro le proteste mapuche.
Così, il rapporto dei servizi di sicurezza, pubblicato ieri da “La Nacion”, impressiona rispetto alla sordità e al cinismo del mondo politico. Il conflitto mapuche, si legge, nasce dai “livelli di povertà in cui vive un gran numero di indigeni nella zona ad ovest delle regioni del BioBio e della Auracania, fino a quella de Los Lagos”. Qui è evidente un problema di “mancanza di rispetto delle tradizioni, della cultura, della natura” di quelle popolazioni, che tengono viva la protesta per la rivendicazione della terra”.
Per affrontare un conflitto di questa natura, il documento sottolinea come “non si possa parlare di una zona di guerriglia o militarizzata in uno Stato di diritto”. E ricorda che due governi nel corso del Novecento si sono distinti per applicare una riforma agraria, vero cuore delle rivendicazioni indigene. Tra il 1964 e il 1970, durante la presidenza di Eudardo Frei Montalva, furono riconsegnati ai mapuche 3,5 milioni di ettari di terra. Nei tre anni successivi, con Salvador Allende, la restituzione raddoppiò a 6,5 milioni di ettari.
Fu il regime militre che “annullò e rese vana questa ridistribuzione”, dividendo le comunità indigene e “cercando di eliminare totalmente il regime di proprietà comunitaria delle terre”, a favore di “grandi multinazionali come Shell, Mitsubishi ed altre, oltre ad alcuni proprietari cileni, che comprarono grandi quantità di terreni mapuche”.
Il documento dei servizi di sicurezza rintraccia anche le attività di collegamento dei militanti indigeni con gruppi anarchici, che avrebbe acutizzato il conflitto con atti violenti. Ma avverte che “per ristabiire il clima di normalità nella zona”, è necessario “generare migliori condizioni di vita, che possano creare impiego, possibilità di accesso a servizi di salute, comunicazione, trasporti, e altre misure che creino sviluppo, ricchezza collettiva, benessere generale”. Tutto questo è possibile solo “se si rettificano i progetti attuali, che dimostrano come siano chiaramente inefficienti i programmi in corso”.

Lettera22

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