società

Il bicentenario del paese modello

VALPARAISO – Tra le bancarelle e gli improvvisati ambulanti appostati nelle viuzze di Avenida Pedro Montt, a due passi dalla trafficata Avenida Argentina, c’è una donna che vende solo limoni. Piccola, magrissima, un fascio di nervi, sdentata, urla «limones! limones!». La voce sembra venire dal profondo della terra, tanto è scura e potente. Vende limoni, perché l’aria in questa parte di Valparaiso è spesso acre e soffocante. Gas lacrimogeno. La gente corre veloce, coprendosi la bocca. Ma i limoni sono la soluzione migliore, si sa.
Il fatto è qui di fronte c’è il Congresso. Enorme, a forma di arco di trionfo, con uno sproporzionato colonnato, è un bruttissimo esempio di architettura. Non a caso è stato voluto da Augusto Pinochet di persona, là dove sorgeva la casa della sua infanzia, si dice. E come gesto di buona volontà verso la seconda città del Paese, per inaugurare quello che per lui era già democrazia, anche se era solo la sua Costituzione autoritaria del 1980. Si sarebbero dovuti aspettare altri dieci anni, prima di festeggiare il plebiscito che l’avrebbe messo da parte e quindici per ballare per strada all’annuncio della sua morte. E’ vero che qui le manifestazioni finiscono quasi sempre con scaramucce e sassaiole. Ma è pure vero che la polizia sembra gestire la piazza sempre allo stesso modo, metodi spicci e grilletto facile. L’odore acre e soffocante dei lacrimogeni impregna l’aria per ore.
Gli scontri sono un vero e proprio rito l’11 di settembre di ogni anno, quando i cortei commemorativi attraversano le città. A Santiago, in particolare, è come il 1 maggio a Berlino. Finisce sempre con barricate e feriti e pure temporanei black out in alcuni quartieri della capitale. Eppure, José Luis Ortega quest’anno è tutto sommato soddisfatto. Il generale dei Carabineros della Regione Metropolitana ha rendicontato 251 arresti, che sono sì un po’ di più rispetto ai 221 dell’anno scorso, ma i feriti sono 13 e non 27, di cui 9 in divisa e non 19 come l’ultima volta. «E’ stato l’11 settembre più tranquillo degli ultimi dieci anni», ha detto.
Uno degli episodi più spiacevoli è quello capitato al cimitero di Santiago. Lorena Pizarro, vozera dell’Associazione dei familiari di prigionieri desaparecidos (AFDD), stava ricordando il settembre nero e codardo di trentasette anni fa. All’improvviso un gruppo di “incappucciati” ha assaltato alcuni cameramen e camionette della stampa.
Fatti “sospettosi”, secondo l’Ordine dei giornalisti. Per il suo presidente, Marcelo Castillo, «assomigliano a quanto succedeva durante il regime militare, quando gruppi di civili attaccavano i manifestanti e i carabinieri non intervenivano». Il riferimento è all’arresto di un reporter di “Radio Nueva”, Marcelo Garay, fermato dagli agenti durante il corteo perché su di lui pende una denuncia di un anno fa. Allora era stato malmenato e bloccato, mentre faceva un reportage fotografico nel sud mapuche, in Araucania.
Foto proibite e cose bizzarre per una democrazia, si direbbe. Ma qui i media sono spesso sbadati e silenziosi su certi temi. D’altra parte, sono quasi tutti di proprietà di alcune grandi imprese e tutti molto vicini alla nuova fase politica di destra, dopo vent’anni di Concertacion.
Un anniversario delicato, anche per questo motivo. Il governo si sentiva sotto esame. Le consegne alla polizia erano di tenere basso il profilo. E all’ala più pinochettista della coalizione, l’UDI, l’invito era di evitare commenti, possibilmente. Avrebbe risolto il Presidente.
Rifiugiatosi al Nord, ad assistere al concerto dell’Orchestra sinfonica al Parque Nacional Pan de Azucar, Sebastian Piñera ha voluto essere rassicurante: «Tre quarti dei cilieni erano minori di età quel giorno, e pertanto non possiamo rimanere legati agli stessi contrasti e odii del passato. Dal 1988 abbiamo compiuto la transizione e l’abbiamo fatta bene. Ci è stata riconosciuta come esemplare». E ancora: «L’impressione è che all’epoca, governo ed opposizione si fossero proposti di distruggersi reciprocamente e ci riuscirono e così distrussero la nostra democrazia». Il golpe? Una «rottura prevedibile, anche se indubbiamente evitabile, di una democrazia che si era ammalata».
E’ sempre ottimista il Presidente Piñera. Sarà per il fatto di essere un impresario e per di più miliardario. Sarà che questa è la settimana de las fiestas patrias. Ed è il Bicentenario. Lui naturalmente vuole che tutto sia perfetto. Sarà un lungo week end, con il culmine il 18 settembre. Potranno riposare persino gli addetti al commercio, ai quali sono stati riconosciuti tre giorni di ferie pagate. Negozi chiusi. Sembra fantascienza in un Paese abituato ad una deregulation selvaggia e dove solo il 12% dei lavoratori è iscritto ad un sindacato. Non a caso, i partiti di governo erano i più perplessi. Come faranno le aziende, si chiedevano. Si permetta ai lavoratori di festeggiare la patria con le loro famiglie, ribattevano dal centro-sinistra. Il dibattito al Senato sembrava davvero un po’ stucchevole, ma almeno parlavano di lavoratori. Cosa molto poco frequente, qui. Anche qui.
A parte i minatori, ormai vere e proprie star. Il loro riscatto dalle viscere della terra sta procedendo lento, ma sicuro, con tre trivelle, i consigli della Nasa e la popolarità alle stelle del suo Ministro delle Miniere, Laurence Golborne. Un successo mediatico inaspettato. Perché a La Moneda tutto si aspettavano fuorché la resistenza e la tenacia dei quei trentatré minatori, chiusi dal 5 di agosto laggiù, a settecento metri sotto la montagna di rame, nella desertica Atacama.
Il Bicentenario è dedicato a loro, si dice. Anche se dovranno aspettare fino a dicembre per uscire alla luce del sole. E sarà durissima. I cileni sono testardi, e più sono indios più sono tenaci, si dice. Così, dall’altra parte del Paese, al sud, sono altri cileni invisibili a tenere l’agenda presidenziale in allarme. I 34 mapuche, che da 67 giorni sono in sciopero della fame. A loro si sono sommati anche 4 deputati di centrosinistra. I militanti mapuche chiedono di aprire un tavolo di trattativa sulla questione delle terre e di riformare la legge antiterrorismo, applicata alle loro proteste. Codice militare, doppie condanne, arresti preventivi, isolamento. Leggi applicate con inflessibilità dai governi della Concertacion in questi anni. E continuate in questi sei mesi.
Ma ora è tempo di festeggiare. «Con empanadas di tacchino o fagiano, barbecue di filetto e il miglior pesce, dice la ministra cuica [ricca e snob, ndt] toccandosi la cintura di alta moda, mordicchiando appena un’oliva ripiena di acciughe. Intanto là, nel sud piovoso le bocche chiuse della terra agonizzano nel loro sciopero della fame». Il messaggio amaro e poetico dello scrittore Pedro Lemebel sta girando velocemente in rete. Crudele, come la realtà.
Il Presidente cerca di correre ai ripari. Ha inviato al Senato una riforma minima alla legge antiterrorismo, anche se i deputati di destra, eletti nel sud del Paese, difendono i terratenientes e la strategia repressiva contro i delitti alla proprietà privata. Il governo ha coinvolto la Conferenza Episcopale cattolica, chiedendole di facilitare il dialogo e di convincere i mapuche a fermare la loro corsa verso la morte. Piñera non vuole un Bobby Sands nel Paese – il cui spettro è stato evocato in questi giorni dal quotidiano “la Tercera”  –  a sei mesi dal suo insediamento e con gli occhi del mondo puntati sulla sua credibilità. Unione Europea, Australia, Nuova Zelanda, Canada hanno mosso i propri ambasciatori. E lui fra un mese sarà in tour internazionale per promuovere la sua immagine, i suoi businessman e il suo paese-azienda. Teme contestazioni sul presente. E sul passato.
Ma lui va a presentare un paese che continua ad essere considerato un modello dal mercato internazionale. “Goldman Sachs” e “Moodys” hanno fatto sapere in questi giorni che il Cile sarà uno dei tre paesi, con Cina e India, che nel 2011 registrerà il tasso di crescita maggiore al mondo. Il PIL volerà attorno al 6% annuo. Saranno le costruzioni e le comunicazioni a tirare. Oltre ai piani di ricostruzione dopo il drammatico terremoto di sei mesi fa che, oltre a 500 morti, ha lasciato danni stimati tra i 25 e i 30 miliardi di dollari. Lo ricordano le scosse quotidiane che agitano leggermente il Paese ogni giorno, dieci solo nella giornata di domenica.
I successi economici e la stabilità finanziaria del Paese sono rivendicati con orgoglio, di fronte alla crisi del nord del mondo. Le imprese cilene si stanno espandendo in tutta l’America Latina. Il caso della recente fusione tra le compagnie aere “Lan” e “Tam”, la prima cilena, la seconda brasiliana, ha fatto brindare il mercato e gli investitori. Di sicuro brinderà anche il Presidente Piñera quando prossimamente formalizzerà la vendita del canale televisivo “ChileVision” – il più imporante dei suoi rami d’affari – alla statunitense “Time Warner”, per 140 milioni di dollari. L’aveva comprata cinque anni fa a 24 milioni di dollari. Avrebbe guadagnato la stessa incredibile cifra, se non fosse stato Presidente? si chiedono in molti. Cronache di ordinari conflitti di interesse.
Il Cile, piccolo e rannicchiato alla fine del mondo, sta navigando nella globalizzazione a pieno ritmo e con gran ottimismo. Anche se non può nascondere altri dati. Come il suo tasso di povertà, cresciuto – secondo l’ultima inchiesta del Ministero della pianficazione – al 15% della popolazione, pari a 2,5 milioni di persone. O i 443 morti sul lavoro nel 2009, ritmo in crescita, erano 155 solo nei primi tre mesi di quest’anno. E neppure il suo classismo, un po’ ottocentesco e molto neoliberale, del sistema sanitario ed educativo, vere e proprie macchine di darwinismo sociale.
Passata la ricorrenza di quel maledetto 11 di settembre di trentasette anni fa, con tutti i suoi fantasmi che si porta dietro, ora si vola dritti al giorno 18. Sebastian Piñera ha inaugurato anche i restauri dello stadio nazionale, in vista dei giochi sudamericani che il paese ospiterà fra quattro anni. «Quel giorno triste, lo stadio era stato trasformato in centro di detenzione», ha ricordato il Presidente. Centro di detenzione, lo ha definito così,  con il termine educato e compassionevole che usa la destra cilena. A fianco di Piñera c’era, impassibile, la sua predecessora, Michelle Bachelet. I due non si amano. E lei in quel campo di concentramento fu torturata e suo padre assassinato. Ma il Presidente è sempre ottimista. Ora, ha aggiunto, «non importa il passato, dobbiamo guardare al futuro».
Allora, si aprono las fondas, i tendoni dove ballare la cueca, in onore dell’indipendenza. Succedeva duecento anni fa, quando si insediò la prima Giunta nazionale di governo. In realtà, si sarebbe dovuto aspettare il 1823, altri tredicianni, per poter dichiarare veramente l’indipendenza. La transizione in Cile è sempre stata più ambigua di quello che lasciava intravedere.

Lettera22

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