Quell’attentato alla comunità ebraica

settembre 27, 2010

BUENOS AIRES – Delle molte grane che l’Iran deve affrontare a livello internazionale, è poco conosciuto lo scontro che da quattro anni lo oppone all’Argentina. Lo ha ricordato in questi giorni la presidenta Cristina Fernandez de Kirchner nel suo intervento all’Assemblea Generale dell’Onu. Al centro del contenzioso è il terribile attentato che il 18 luglio del 1994 a Buenos Aires distrusse la sede dell’AMIA, l’Associazione mutualistica israelita, cuore della comunità ebraica, lasciando 85 vittime e più di 300 feriti. Fu qualcosa di spaventoso. La polizia calcola che più di mille case e negozi furono distrutti. I testimoni raccontano che l’onda d’urto investì l’intero caseggiato, lanciando auto, alberi e persone. Si raccolsero vetri fino a sei cuadras al di là di Calle Pasteur 633, luogo dell’attentato.Due anni prima, la capitale argentina aveva vissuto un’altra esplosione. Il 17 marzo 1992, un furgone era saltato in aria di fronte all’ambasciata israeliana, uccidendo 20 persone e ferendone 242. Allora, era stata la Jihad Islamica a rivendicare l’azione. Ma su quello che successe all’AMIA nessuno ha parlato. E mai si è fatta realmente luce su mandanti, complici ed esecutori.  La giustizia argentina è arrivata solo nel 2006 a svelare la pista iraniana, seguendo una serie di indizi e di testimonianze. Il governo dell’Iran è indicato come mandante e gli Hezbollah libanesi come esecutori. Obiettivo: vendicarsi di un mancato accordo sulla tecnologia nucleare, colpendo la quinta comunità ebraica più popolosa al mondo. Da qui i mandati di cattura internazionali spiccati contro otto alti funzionari e diplomatici iraniani, compreso il Presidente allora in carica Hashemi Rafsanjani.
L’Iran ha sempre rifiutato le accuse e ovviamente non ha mai proceduto all’estradizione di nessuno degli accusati. L’Argentina dei Kirchner ha chiesto più volte l’intervento degli organismi internazionali, puntando il dito sulla reticenza e la complicità di Teheran. Sabato la Presidenta è tornata sulla vicenda, avanzando dalla tribuna newyorkese una nuova proposta: «Non reclamerò gli accusati per la quarta volta, visto che non abbiamo mai ottenuto alcun risultato – ha detto – Voglio offrire alla Repubblica Islamica di Iran la possibilità di scegliere, di comune accordo, un paese terzo dove ritenga esistano tutte le garanzie per aprire il processo». La proposta si rifà al precedente del caso Lockerbie, quando la Libia accettò di far processare in Olanda i suoi agenti accusati da Usa e Gran Bretagna dell’attentato al volo Pan Am del 1988.
Le parole di Cristina Kirchner hanno avuto una vasta eco nel paese sudamericano. Soddisfazione è stata espressa dal magistrato che segue le indagini Alberto Nisman e dal presidente della DAIA, l’associazione delle comunità ebraiche, Aldo Donzis. Il fatto è che quell’attentato rappresenta una delle pagine più oscure e torbide del recente passato argentino. La prima inchiesta finì addirittura con la sostituzione del magistrato, Juan José Galeano, accusato di aver costruito una falsa pista, corrotto e sviato le indagini. A manovrare il depistaggio sarebbe stata addirittura la Casa Rosada, all’epoca occupata da Carlos Menem. Sull’ex-Presidente, ormai vecchio ma sempre nell’agone politico, si sono concentrati differenti filoni di indagini legati all’attentato dell’AMIA, che svelano retroscena ed intrecci insospettabili. Di sicuro, la verità gira attorno a lui.
La prima inchiesta aveva individuato cinque responsabili e un gran numero di complici. Tutti argentini, molti poliziotti e un losco commerciante di auto, Carlos Telleldin, nella cui officina sarebbe arrivata una settimana prima l’auto-bomba. Nonostante le accuse siano cadute, con l’emersione della pista iraniana, dubbi e ombre su di loro non si sono dipanati. Guillermo Borger e Aldo Donzis, a capo dell’AMIA uno e della DAIA l’altro, hanno recentemente chiesto alla giustizia di non lasciar cadere quella pista, «perché le testimonianze, il giro di telefonate, le estorsioni, le relazioni di amicizia e di affari esistono tutte». Per loro, il depistaggio, che pure ci fu, non riuscì a cancellare fatti ed indizi inquietanti e reali.
Secondo una fonte del ministero della difesa argentina, che accetta di raccontarci alcuni intrecci, è plausibile la pista iraniana, le cui fila a Buenos Aires sarebbero state tirate da Moshee Rabbani, allora addetto culturale dell’ambasciata di Teheran: «La ricostruzione della sequenza di intercettazioni telefoniche, dall’aeroporto di Ezeiza il 1 luglio 1994 e conclusa la mattina stessa dell’attentato, all’aeroparco metropolitano, rappresenta il punto più vicino a cui si sia arrivati rispetto ai movimenti e ai legami dei suoi autori». E sottolinea il torbido che ne seguì, citando anche Israele: «Dall’istante dell’attentato, e con i cadaveri ancora là sul luogo dell’esplosione, ci furono contatti tra alte rappresentanze dello Stato e di Israele, per presentare all’opinione pubblica una versione “concordata” dei fatti, consona a ciascun Paese in causa. Così fu che nello stesso Gabinetto di Menem si fece di tutto affinché l’indagine non facesse luce su determinati aspetti delle relazioni internazionali tra il nostro e alcuni Paesi mediorientali, contribuendo così ad intorpidire l’inchiesta».
Il riferimento ad Israele si lega al lungo silenzio della sua ambasciata ed al fatto che nell’inchiesta fu trascinato persino l’allora presidente della DAIA, l’associazione delle comunità ebraiche, Rubén Ezra Beraja. Avvocato, molto amico di Menem, fu accusato di collusione con l’operazione di depistaggio. Finirà poi condannato per il caso di fallimento fraudolento del Banco Mayo. Su di lui, la Comunità ebraica non ha dubbi e ribadisce ancora, nella sua memoria alla magistratura, che non c’è «nessuna prova» diretta che lo coinvolga nei fatti che seguirono il 18 luglio del 1994.
La nostra fonte aggiunge di sapere che «i servizi di intelligence argentini furono avvisati anticipatamente della minaccia di attentato. So che non furono alieni a quelle manovre di copertura di cui parlavo – sottolinea – e gestirono pienamente la loro messa in pratica, occultando le informazioni ricevute».
Ad aiutarci a districare questa spy story che corre tra America Latina e Medioriente, è Raúl Kollmann, un giornalista del quotidiano “Pagina/12”, che lavora anche per Radio Del Plata e con la rete televisiva Canal 9. Si occupa di fatti criminali legati al mondo politico.e da anni segue proprio le vicende degli attentati di Buenos Aires. «A me l’ipotesi iraniana non convince – mi dice subito, ricevendomi nella sua casa – Mai l’Iran è stato accusato di aver eseguito attentati all’estero. Ed Hezbollah, certo, utilizza auto-bomba ma solo in Medio Oriente. Quelli argentini sarebbero i primi due casi. Poco credibile».
Kollmann pensa a «qualcosa che ha a che vedere con la Siria. Durante la sua campagna elettorale, Carlos Menem promise – e ci sono testimonianze in proposito – di aiutarla in ambito nucleare. L’Argentina è un paese relativamente avanzato su questo terreno e sulla produzione missilistica. Il fatto è che una volta eletto, Menem diventò uno dei più fedeli alleati di Usa e Israele. Lui è di origine siriana e in Medioriente c’erano evidenti aspettative. La promessa mancata fu sicuramente sentita come un tradimento».
Kollmann ricostruisce la ragnatela di relazioni tra il clan Menem e personaggi di origine siriana e libanese in Argentina. Rapporti di affari leciti e non, di amicizie pericolose e di ricatti, uomini d’affari ricchissimi. Come Alberto Kanoore-Edul, nei cui tabulati ci sono le telefonate con i poliziotti implicati e con il losco commerciante di vetture.  Chi con lunghe fedine penali, come Monzer Al Kassar, famoso trafficante d’armi, con passaporto argentino, implicato tra l’altro nel sequestro dell’Achille Lauro. Fino al misterioso impresario “padrone delle poste”, Alfredo Yabran, accusato dal fidato e potente ministro di Menem, Domingo Cavallo, di essere a capo di un gruppo mafioso, finito poi suicida.
Raúl Kollmann scuote la testa: «Speculazioni, ma nessuna prova. La verità è che non ci fu la volontà di investigare. Perché c’è un’enorme storia di ricatti e di tradimenti. Immagina che gli stessi ministri hanno raccontato di non aver mai fatto una riunione, i giorni dell’attentato, per discutere e valutare quello che stava succedendo. Ti pare possibile?».
Non si sa se la nuova mossa della Presidenta riuscirà a smuovere il pantano in cui si è persa la verità. Ma la Cristina, com’è chiamata, è conosciuta per essere testarda. E della causa dell’AMIA si è fatta carico «fin dalla prima commissione parlamentare che investigava sugli attentati – ricorda Kollmann – Aveva posizioni durissime. Fu l’unica a denunciare lo scandalo delle indagini, scontrandosi con lo stesso blocco di potere peronista».

Lettera22

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