Giovanna Tassi, l’italiana di Radio Ecuador

SANTIAGO DE CHILE – «Oggi la situazione è calma. Il paese ha ripreso a vivere, a parte le scuole che restano chiuse per la sicurezza dei ragazzi. Lo stato di emergenza, decretato per cinque giorni, potrebbe finire anche prima. Credo sia stata una misura più diretta alle forze dell’ordine, che alla vita civile. Non a caso, non c’è coprifuoco. Né l’esercito nelle strade. Non c’era nemmeno quando sono tornata a casa questa notte». L’accento romagnolo ritma il racconto della direttrice della Radio pubblica ecuadoriana. E’ italiana, infatti. Si chiama Giovanna Tassi. E nel mercoledì nero dell’Ecuador, per 14 ore di fila ha tenuto la diretta radiofonica sugli eventi che hanno sconvolto il suo Paese di adozione. Era così sfinita dalle tante ore di lavoro e dalla tensione, che verso mezzanotte le uscivano anche alcune parole in italiano. Lei se la ride, «immagina la stanchezza e la tensione», mi dice.Ventisei anni fa Giovanna Tassi ha lasciato Imola, dove collaborava con la radio e il foglio diocesano, per impegnarsi nella cooperazione internazionale. E’ stata ovunque in America Latina. In Ecuador ha lavorato a Radio Amazonas e al quotidiano “Hoy”. E da un anno dirige la radio di stato. Con lei proviamo a capire cos’è successo nel Paese. Cominciamo dal ruolo dei media. Proclamato nel pomeriggio lo “stato di emergenza, i segnali di tv e radio private sono stati obbligati a dirottarsi sui canali pubblici. Poteva essere un noioso e poco attendibile bollettino ufficiale. E invece la radio di stato ha coraggiosamente aperto i microfoni, chiedendo ai cittadini di intervenire. E’ stata un’intera giornata di informazioni non stop, con la gente che chiamava per fare segnalazioni,  raccontare, commentare, discutere. Si potevano ascoltare chiamate pro e contro i manifestanti e il governo.
Giovanna Tassi ha guidato con sangue freddo questa sorta di inedito esperimento di “servizio pubblico”: «Abbiamo tentato di reagire di fronte ad una situazione di grande pericolo per la democrazia, cercando di aprire uno spazio di dialogo con i cittadini. Per me questo significa fare una radio ciudadana, civica, di partecipazione. Che non è populismo giornalistico, i microfoni aperti a ruota libera. No, a me piace il dialogo, non i monologhi».
Tutto questo durante una giornata terribile, finita verso mezzanotte. Impressionava l’immagine del presidente Rafael Correa in sedia a rotelle e maschera antigas, fatto uscire sotto scorta armata dall’ospedale, in mezzo ad una battaglia campale.
Che si sia trattato di un tentativo di golpe o di una confusa e violentissima insubordinazione della polizia, non è ancora chiaro. Una giornata lunga e «triste», come l’ha definita il Presidente, che nella conferenza stampa in piena notte ha puntato il dito verso i suoi avversari di destra, in primo luogo l’ex-presidente ed ex-golpista Lucio Gutierrez. Loro avrebbero tentato di trasformare il paese, per un giorno, in una «repubblica da operetta», così ha ripetuto più volte.
Tutto era cominciato il mattino, con la ribellione di alcuni reparti della polizia e militari per protestare contro la Legge sui servizi pubblici, che stabiliva nuove regole anche stipendi, bonus e benefit per tutto il settore. Anche se i ribelli parlavano di tagli agli stipendi, in realtà le forze dell’ordine non avrebbero subito alcuna penalizzazione. La legge era uscita, tuttavia, dopo un iter pasticciato e caotico. Il blocco di maggioranza, la Alianza Pais, si era diviso, il Presidente aveva messo il veto alle modifiche.
«Eppure, era chiaro fin da subito che non era una semplice protesta salariale  – racconta Giovanna Tassi – Tutto è cominciato alla stessa ora, quando reparti della polizia hanno occupato le centrali di Quito e di Guayquil, mentre alcuni delle forze aeree hanno bloccato l’aeroporto. Hanno cercato di tagliare le linee telefoniche, hanno attaccato server e ripetitori della tv pubblica e qui alla radio al primo piano hanno distrutto tutto. Un classico, da manuale. A me ha da dato l’impressione che sia stato un globo de ensayo, una prova di forza. Un anno prima del golpe del 1976, avevano fatto lo stesso».
Il Paese è stato lasciato nel caos, «sperando in una reazione dello Stato, di repressione, un bagno di sangue», ha detto il Presidente, che però non è avvenuta. Così, durante il giorno alcuni negozi e supermercati sono stati assaltati, mentre banche e scuole chiudevano «e le radio di Guayaquil, roccaforte delle destre, incitavano alla rivolta», sottolinea Giovanna. Nel tentativo di parlare personalmente ai poliziotti inferociti, Rafael Correa era stato colpito dai lacrimogeni e strattonato. Portato all’ospedale, era rimasto accerchiato e praticamente sequestrato. Dalle finestre aveva tentato un discorso, finito con un plateale «uccidetemi se è quello che volete. Da qui uscirò come Presidente o come cadavere».
Denunciando apertamente il golpe e il tentativo di ucciderlo, centinaia di suoi sostenitori, guidati dai ministri, hanno marciato verso l’ospedale, ma sono stati attaccati dai poliziotti ribelli. Eppure, nel corso della giornata era evidente che la sollevazione era rimasta isolata nel paese e dalla condanna internazionale. Verso mezzanotte l’attacco delle forze speciali. La Croce Rossa ha tracciato intanto un primo bilancio: due militari morti, 27 feriti e 88 persone intossicate dalla quantità enorme di lacrimogeni sparato nelle strade.
Ci dice Giovanna: «Chissà, forse quello che è successo ha dato più forza al paese. Oggi riceviamo moltissime telefonate e messaggi, come se la gente avesse voglia di parlare. Anche qui in radio sentiamo più forte il nostro progetto editoriale. Qui tutto, dall’economia ai media, è diviso tra costa e montagna, è l’idiosincrasia del Paese. Noi abbiamo scommesso sulla possibilità di unire il Paese attorno ad un comune senso civico, cioè un bene comune che è l’informazione». Si ferma un momento, Giovanna, per riflettere. E aggiunge: «Una cosa tuttavia mi ha colpito molto: la reazione lenta da parte delle forze armate. Un elemento che il presidente dovrà valutare. Forse ora comincia la parte più difficile».

Lettera22

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