Philip Glass, il genio di un taxi-driver

ottobre 12, 2010

SANTIAGO DE CHILE  – Il Teatro Municipale è l’inossidabile salotto della capitale cilena dove si danno abitualmente appuntamento ricche signore e rampolli dell’ottimismo che il miracolo cileno assicura alla loro classe sociale. E’ qui che lo incontriamo. Philip Glass si presenta come un giovane settantreenne, dall’aria gentile, i modi pacati e lo sguardo in continuo movimento. Doveva venire ad aprile, ma il tremendo terremoto di fine febbraio, ha scosso l’intero Paese e pure il tempio santiaguino della musica colta, che lo aveva invitato. Così tutto è stato rinviato al primo week end di ottobre.
Lui attraversa, con passo felpato, i corridoi del Teatro. Camicia a scacchi e pantaloni casual, i capelli un po’ arruffati. E dietro ai suoi occhiali, i grandi occhi ammiccano curiosità, cercano di indagare discretamente chi c’è di fronte. Lo incontriamo assieme ad un ristretto gruppo di giornalisti, che restano per lo più in silenzio. Non si sa se per rispetto reverenziale, o per l’impotenza di trovarsi di fronte ad una non-star che pure è uno dei più grandi compositori viventi. «In realtà – esordisce – io sono solo il terzo tastierista dell’ensemble. Il gruppo ha compiuto quarant’anni e mi accompagna nei quaranta, a volte cinquanta, concerti che facciamo ogni anno», puntualizza.
Philip Glass ha voglia di parlare di giovani. Giovani musicisti con cui collabora o che vogliono imparare a comporre, altri che aspettano ancora di vedere riconosciuto il proprio talento. «Tutti loro – dice – hanno una visione della musica molto diversa da quella che avevo io alla loro età. Mentre io dovevo riconoscere e muovermi in ambiti diversi, dalla classica al jazz, il rock, il pop, la world music, loro non pensano ai generi in modo lineare. Per loro la musica è un orizzonte che si espande, è un insieme di cose che succedono nello stesso momento. Conosco alcuni giovani messicani che vengono dalla selva e compongono cose incredibili che non so come facciano a conoscere».
Sorride, Philip Glass. I suoi gesti sembrano sempre contenuti, lenti. Tutto il suo corpo appare come intimidito. Aggiunge: «Certo, i giovani oggi hanno fretta e spesso mancano di tecnica. Ma come armeggiano la tecnologia mi impressiona. Io continuo ad usare carta e penna per comporre. I fogli quasi non si trovano più a New York. Sto insegnando composizione a due ragazzi, io gli passo i fogli di carta, ma loro scrivono musica direttamente al computer. Sono sempre attorniato da giovani, e a dire il vero non ho mai amato insegnare. Ho sempre pensato di voler guadagnarmi da vivere di fronte ad un pubblico, non di fronte a degli allievi. Forse è la paura di avere, come di fatto hanno gli insegnanti, un potere tremendo».
Autore di almeno venti opere, otto sinfonie, più di venti colonne sonore, alcune delle quali famosissime – The Hours e The Truman Show, tra le altre – decine di spartiti per pianoforte, coro, arie sinfoniche e da camera. Un autore prolifico e immaginifico. Fin da giovane, quando cominciò a connettere musica e arti visive, trasformando le gallerie in palcoscenici, destrutturando la musica dotta in azzardate architetture sonore. E sperimentando l’impossibile.
Allo stesso modo ha incontrato tutte le sonorità aliene all’accademismo. Non solo lavorando con artisti della scena pop e rock sperimentale, come David Bowie e Laurie Anderson. Ma radicalmente più alternativi. Così, racconta l’incanto di fronte a Ravi Shakar, ora novantenne star del mondo intellettuale, ma che nei primi anni Sessanta a Parigi era un anonimo musicista di arie classiche indiane. «Non c’erano testi, all’epoca, che spiegassero quella musica. Io la ascoltavo e la trascrivevo, cercavo di scoprire le strategie di composizione. Ne è passato di tempo. Quei suoni hanno avuto per me un’enorme influenza. Non solo aprirono il mio mondo alla musica indiana, ma diventai curioso di tutta la world music, dall’Africa all’Asia al Sudamerica. Ho capito allora il valore di quella che chiamerei musica “artistica”, non classica».
Glass allude al fatto di mobilitare incessantemente la curiosità, come una fabbrica di sensazioni e di creazioni, di cercare ispirazione in luoghi profondi, abbandonati e sconosciuti del mondo e dei propri sensi. Così si possono capire, forse, le sue iterazioni, i ritorni ossessivi e malinconici, le aperture che sembrano non voler finire.
«All’inizio mi chiedevo: ‘chi potrebbe ascoltare questa musica? a chi potrebbe interessare?’ – ricorda il compositore, pensando ai suoi primi anni di musicista – Mi guardai attorno. Nel Conservatorio che frequentavo c’erano il Dipartimento di Arte e piccole compagnie di danza e di teatro. Mi dissi: loro hanno bisogno di musica. Così cominciai. Non guadagnavo molto, anzi a volte ci perdevo perché dovevo anche registrarla la musica che componevo. Avevo vent’anni».
Avrebbe dovuto aspettare altri venti, per poter vivere di musica. E in quegli ulteriori vent’anni – «un tempo terribile» come lo definisce lui – lavorava come operaio o tassista. E di notte a studiare, a sperimentare, a comporre le cose improbabili che sarebbero state etichettate come minimaliste ed elitarie, poi post-minimaliste, fino ad essere guardato, oggi, con un po’ di sospetto dalla nomenklatura musicale, per aver conquistato il grande pubblico. Lui non si scompone. «Non ricordo il nome di tutti i lavori che ho composto. E’ come nelle famiglie numerose, non ci si ricorda sempre i nomi di tutti», dice col suo umorismo newyorkino, sottile ed elegantemente acido.
Ricorda il suo amore per l’opera: «Mi piace perché contiene il ballo, il testo, le immagini e la musica – spiega – Ha questi quattro elementi base, come l’acqua, la terra, il fuoco e l’aria. Per l’opera che ho appena finito ho chiesto la collaborazione di un giovane scienziato, Brian Green, che ha scritto un libro sui buchi neri. Mi interessa la scienza e faccio parte di un club di astronomia. Trovo che ci sia un legame forte tra musica e scienza. E così mi sono convertito in musicista scientifico…. – sogghigna – Adoro Einstein, Galileo, Keplero, li considero poeti del mondo naturale, una poesia con molta matematica». E subito ritorna ai suoi anni giovanili: «All’università amavo la matematica, ero tremendamente lento… E così lo sono con la musica».
Fino a quarant’anni ha sfrecciato per le strade di New York, trasportando gente, pensando a quello che avrebbe composto la notte, e a quando avrebbe mai potuto permettersi di vivere solo di musica e di concerti. Il sogno americano si nutre sempre di successi si sa. Ma è pure un po’ crudele con i suoi talenti. «Negli Stati Uniti non c’è molto appoggio pubblico alla creazione artistica, come in Europa. Da noi vale il proverbio: ‘quello che non ti uccide, ti rafforza’. Così, ho visto molte persone con grande talento che non sono riuscite a sopravvivere. In questo modo perdiamo molti creativi ed è un gran peccato. D’altra parte, dove il sostegno pubblico è enorme – penso all’Olanda, per esempio – molta gente finisce per non lottare, per non tirare fuori il meglio. Certo, conosco molti artisti bravissimi, che per fortuna e grazie a quel sistema, non abbiamo perso. Però non sempre bisogna stare nelle migliori condizioni per avere successo. Penso al deserto. E’ là, dove ci sono le specie di fiori più belle, che nascono solo in particolari circostanze e solo in certi periodi dell’anno. Ma la verità è che non lo so, non so davvero quale sia la formula migliore per sostenere la creazione».
Ma cosa consiglierebbe allora a dei giovani artisti per potersi affermare? «Lasciarsi ispirare, in particolare dalle grandi opere – dice subito, senza pensarci un attimo –  E poi collaborare con altri artisti, scambiandosi fiducia l’uno con l’altro, anche senza sapere dove e come va a finire. Da una fiducia completa possono uscire cose meravigliose. E conoscere e sapere le culture incredibili che ci sono in tanti angoli del mondo. Un giorno mi è capitato di ascoltare un uomo indiano che cantava. Non aveva neanche un dente. E non capivo naturalmente quello che diceva. Ma mi incantò. Scrissi un’opera sul ritmo della sua canzone. Mai avrei potuto scriverla senza averlo ascoltato».

Lettera 22

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