Escono uno alla volta con la Fenix

SANTIAGO DE CHILE – Escono uno alla volta. Maschera di ossigeno, tuta, microfono, occhialini scuri, casco. E’ il D-Day. Il giorno del riscatto. La capsula “Fenix” li espelle da un buco di 53 centimetri di diametro. Scende e risale i 622 metri che separa i trentatre dal ventre della miniera di San José all’aria del deserto di Atacama. E’ dal 5 agosto che sono laggiú. E ci vorranno molte ore, ancora, perché la “Fenix”  riporti l’ultimo uomo in superficie. La capsula ci mette un quarto d’ora. I viaggi che fará sono ottanta. Ancora pazienza.
Qui i numeri sono tutti importanti. Trentatré sono stati anche i giorni che la perforatrice Schramm T-130 c’ha messo per raggiungere la galleria dove sono rimasti rifugiati. Il che contribuisce a rafforzare l’idea che questo sia un numero davvero speciale, così come si è sentito ripetere spesso qui in questi due mesi di odissea. “Una ben strana coincidenza”, ha sottolineato anche Jeff Hardt, il tecnico nordamericano che era alla perforatrice quando il tetto del rifugio é stato aperto. Lui é stato chiamato dall’Afganistan dove cercava acqua per l’esercito Usa. Ultimo eroe della saga dei mineros.
Il rush finale del recupero ha tenuto il Cile col fiato sospeso. L’atmosfera é ovunque di grande emozione. Il Paese aspettava i suoi minatori, gli uomini che resistono a tutto, come ripetono qui. E’ l’orgoglio di un Paese di gente testarda, aggrappata alla terra, come lo sono state le madri e le mogli accampate fuori e rimaste là, “altrimenti si dimenticano di loro”, ripetevano fin dal primo momento. L’accampamento Esperanza é nato cosí, come sfida all’impresa che taceva e alle autoritá che non sapevano che fare. A tutti, quelle donne dicevano che i loro uomini erano vivi. “Ora é un circo”, ha detto amaro Cristian Lobos, fratello di Franklin, l’ex-calciatore rimasto intrappolato laggiú. Si calcolano che siano arrivate almeno 2500 persone, in un posto che a fatica ne vedeva 400. Centinaia di giornalisti da tutto il mondo si sono ritrovati, ammassati nella tenda del media-centre, ad un chilometro dai lavori in corso, piagati dalla polvere e dal sole di giorno e dal freddo di notte, accucciati ad origliare sussurri sulle operazioni,a scrutare i gesti dei familiari per capire cosa succedeva, sperando di captare un fotogramma dei sopravvissuti.
Reynaldo Sepulvéda é il regista designato da TVN per coordinare le riprese televisive, che vengono inviate al satellite e messe a disposizioni dei media internazionali. Anche lui continua a ripetere che “questo non é uno show”. Ma tutti sanno che lo é. E’ l’ultima frontiera di un iper-reality show. In facebook i giorni scorsi girava l’immagine di un biglietto d’ingresso a teatro, per assistere al D-Day.
Il successo delle operazioni di recupero galvanizza le autoritá e i media del Paese, “mai si era visto al mondo un salvataggio tanto difficile e cosí profondo. Un successo per la mineria mondiale”, é l’orgoglio di Gerardo Jofré, presidente del Codelco, la grande societá mineraria di stato. E’ la sensazione di essere all’altezza dei grandi paesi, a cominciare dalla tecnologia e dall’ingegneria. La perforatrice T-130 è una macchina per sondaggi in servizio alla Minera doña Inés de Collahuasi, a 4400 metri di altitudine, regione di Tarapacá, estremo nord del Chile. E’ di proprietá della Geotec Boyles, societá in cui figura come socio anche un ministro del governo cileno, Jaime Ravinet. Las palomas, le sonde che dal primo giorno di contatto, hanno inviato di tutto al rifugio, dalla fibra ottica ai lettini leggeri, dal cibo ai medicinali ai film, è un’invenzione tutta locale. Così la cabina Fenix è stata progettata e costruita dall’esercito, con la consulenza della Nasa, coinvolta grazie ad un ricercatore naturalmente cileno che lavora là, Mario Pérez.
Per un Presidente della Repubblica come Sebastian Piñera, tutto questo è uno strepitoso miracolo. Intanto é il suo successo mediatico. Il suo indice di popolaritá é schizzato in questi due mesi. E una parte lo deve alla primera dama, Cecilia Morel. Il suo stile compassionevole ha conquistato il paese ed é ripreso continuamente dai media. Lei é da sabato all’accampamento Esperanza, ricevendo le donne dei minatori per prepararle al D-Day. Ha messo a disposizione la sua esperienza di orientadora familiar, ha detto, per “trasmettere loro maggiore calma e pace, insegnare alcune tecniche di rilassamento”. Anche lei ha raccontato una sua fiaba: “Dico sempre che questa é una nascita. E´ bello vedere che la montagna partorirá 33 minatori”.
Suo marito l’ha raggiunta per abbracciare i sopravvissuti, prima di partire per l’Europa. Tempistica perfetta, si mormora qui. Ma tutti giurano che sia casuale.  Di sicuro il suo primo viaggio nel vecchio continente sarebbe stato diverso senza il D-Day. Qui potrà portare un Paese e un Presidente all’altezza del mondo globale. L’economia cilena vola ad un tasso che si prevede del 6% annuo. Proprio grazie all’export di rame, il suo oro rosso, che nel 2010 arriverà ad una produzione di  5,7 milioni di tonnellate, per un valore di 36,5 miliardi di dollari. Un tesoro che proviene proprio da miniere come quella di San José.
Peraltro, nei lavori di perforazione per il salvataggio dei trentatre, sembra si siano incontrate vene di oro e di rame molto ricche, il che salverebbe i proprietari dal fallimento annunciato o comunque li obbligherebbe per lo meno a pagare almeno in parte la spesa che si calcola in quasi 5 milioni di dollari, tanto è il costo da quel maledetto 5 di agosto, giorno del crollo.
Quella notte, “solo un miracolo di Dio mi ha salvato”, ha raccontato Johnny Quispe, il suocero dell’unico minatore straniero intrappolato, il giovane boliviano Juan Carlos Mamani. Anche lui in miniera, era giusto uscito a bere dell’acqua. Un istante. Il rumore e la polvere del crollo. E’ da vent’anni in Cile, arrivato come tutti a cercar fortuna. Il destino ha salvato lui, ma non suo genero. Il presidente della Bolivia, Evo Morales, gli aveva promesso di esserci il D-Day e di aspettarlo in patria con un nuovo lavoro. Perché lui, come gli altri 33, non torneranno in miniera. Lo hanno ripetuto molte volte. Victor Segovia, dice di aver giá scritto le prime pagine di un libro sulla drammatica vicenda vissuta. Mario Sepulveda, che manovrava la webcam delle riprese video, secondo sua moglie é un leader innato e questo sarebbe il suo destino. Le capacitá di liderazgo di Luiz Urzúa, il capo-squadra che uscirá per ultimo, hanno sorpreso persino i tecnici della Nasa. Jimmy Sanchez, invece, deve ancora finire scuola, ha una bimba di due mesi e i suoi 19 anni non gli avrebbero nemmeno permesso legalmente di entrare in un miniera. Mario Gomez, quello della lettera d’amore alla moglie, arrivata per prima alla luce del sole, prova che erano vivi, curerá la sua silicosi.
Ma queste sono solo alcune delle storie che in questi due mesi abbiamo imparato a conoscere. Tutti, comunque, potranno godere il raccolto di solidarietá, che é stato generoso: dall’assegno di 5 milioni di pesos ad ognuno, firmato dal miliardario Leonardo Farkas, ad un viaggio in Grecia, dagli stadi del Manchester United agli i-pod regalati da Steve Jobs, l’uomo dell’Apple, fino alle donazioni dei sindacati di altre miniere che ammontano a 1,4 milioni di pesos per ogni famiglia. Anche i premi ricordano che questo é stato pure un reality. Ed é proprio da quello che succederá quando si spegneranno le telecamere, che probabilmente dovranno difendersi i trentatré. E sopravvivere.

Lettera43 – quotidiano digitale

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