Il riscatto dei mineros

SANTIAGO DE CHILE – L’ultima lettera che dalle viscere della miniera di San José è arrivata in superficie, poche ore prima della risalita, è di Jimmy Sanchez. Ha scritto alla cognata Roxana: “Dio ha voluto che restassi qui, non so. Perché cambiassi. C’ho pensato molto. E cambierò. Ho già sofferto tanto”. Diciannove anni, è il più piccolo del gruppo. Nemmeno aveva l’età legale per lavorare laggiù. Ora vorrebbe terminare la scuola e sposare Helen, la ragazza con cui ha un bimba di due mesi, che qualche giorno prima dell’incidente aveva visto nascere.
Le palomas, le piccole sonde, attive fin dal primo contatto del 22 agosto, in questi due mesi hanno trasportato di tutto. Ma le lettere, oltre che le immagini con le fibre ottiche, sono sempre le spedizioni più preziose.
Era stata sempre una lettera, quel giorno, a rompere il silenzio dopo diciassette giorni di drammatica attesa sulla sorte dei trentatre minatori intrappolati dopo il crollo di una galleria. Nessuno credeva fossero ancora vivi sotto un montagna del deserto di Atacama. A parte le loro mogli e le loro madri, perché lo sentivano dentro, come un respiro dicevano. E si erano accampate fuori dalla bocca della miniera, guardate a vista dai carabineros.
Mario Fortt è uno degli ingegneri minerari più esperti del Paese. Ora è nel gruppo di testa dei riscattisti. Il giorno dell’incidente aveva raccolto la notizia in una radio di Copiapò. Anche lui scrisse una lettera quel giorno, via e-mail, al proprietario del giacimento, Marcelo Kemeny dell’impresa San Esteban, per dirgli che non c’era tempo da perdere, sicuro che il salvataggio sarebbe stato possibile, per com’era fatta la miniera e per la tempra di quegli operai. Racconta, l’ingegnere, che il proprietario non gli ha mai risposto, mentre le autorità non sapevano cosa fare. Fu sempre la radio a dare la notizia di quella lettera, così che i familiari lo incontrarono e convinsero il governo ad intervenire.
Allora era solo una piccola notizia. Se non fosse stato per quelle donne, 68 lunghi giorni fa, il crollo alla San José sarebbe passato come una normale tragedia sul lavoro. L’ennesima cicatrice nella lunga storia della mineria, cuore e cassaforte del Paese, primo esportatore di rame al mondo.
La lettera di Mario Gomez, invece, indirizzata alla moglie per dirle che l’amava, era attaccata alla sonda. Arrivata sù, l’aveva letta casualmente l’addetto alla perforazione. E cambiò tutto. Mai si era saputo di un gruppo di uomini sopravvissuti a 700 metri di profondità per così tanto tempo. Incominciò così la sfida, con quella lettera disperata, che il Presidente della Repubblica avrebbe letto alle telecamere, dando avvio alla “più importante impresa di salvataggio in una miniera”, orgoglio del Cile di fronte al mondo, come ripete in questi giorni Gerardo Jofré, il presidente del Codelco, l’impresa nazionale del rame, a capo delle operazioni di recupero.
“Estamos bien, en el rifugio, los 33” era la frase nel foglietto che spedirono su, quei minatori che ora stanno uscendo uno alla volta dalla capsula “Fenix 1”. Da allora lo custodisce nel Palazzo de la Moneda, il Presidente della Repubblica Sebastián Piñera. E’ stata ripagata la sua decisione di investirci tutto, di smuovere lo Stato e i suoi colleghi imprenditori, di scommettere la sua credibilità sul salvataggio. Quel foglietto ora è la sua reliquia. La sua popolarità è volata. E pure i sussurri e le perplessità. Il quotidiano on-line “El mostrador” raccontava dei commenti di alcuni parlamentari del suo partito di centro-destra, Renovación Nacional. Uno dice: “Gira dappertutto con quel foglietto. Non so se era davvero necessario portarlo negli Stati Uniti e mostrarlo a tutti, anche a Schwarzeneger”. L’immagine racconta tutta l’idiosincrasia cilena.
I sospetti hanno investito anche la data del salvataggio. Tra la gente comune, che sta seguendo con grande emozione le operazioni, riprese dalla televisione in modo frastornante, in molti commentano la strana coincidenza che tutto si stia concludendo prima del viaggio ufficiale del Presidente in Europa. Lui aveva espresso sempre questo desiderio. Ed è stato realizzato. E’ un uomo concreto. Come ha confessato un altro  suo parlamentare, “mai sarebbe partito senza la foto in primo piano, su tutti i giornali del mondo, mentre accoglie il primo minatore”.

AGL – Gruppo l’Espresso

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