Il miracolo cileno: in salvo i mineros

ottobre 14, 2010

SANTIAGO DE CHILE – L’impresa spaziale cilena ha la forma di questa capsula che sembra un modulo delle missioni Apollo. Progettata dall’esercito, la “Fenix 2” è dipinta con i colori nazionali, bianco, rosso e blu e porta il nome del Paese. A  metà del percorso esce uno sfogo di vapore. E’ l’aria calda che laggiù sale a più di trenta gradi, mentre nel cuore della notte di Atacama non supera i cinque. Quando la capsula atterra sulla piattaforma, dopo un grido di sirena, si alza una musica stile “Via col vento”. Le porte sembrano quelle dei vecchi ascensori. Spesso le sfide high-tech finiscono con qualche colpo di martello ad una porta che fatica a chiudersi. Non poteva che essere in Cile, la prima missione spaziale nelle viscere della terra.
Dieci minuti dopo la mezzanotte, quando Florencio Avalos esce dalla “Fenix 2”, ci sono  due secondi di ipnosi collettiva. Solo dopo, il sollievo e la gioia contagiano tutti. Non è solo il timore che possa succedere qualcosa durante quei sedici minuti che ci impiega per risalire i 622 metri, un metro al secondo. Con l’arrivo del primo dei mineros,  si rompe la maledizione per cui non si esce vivi dalle miniere che crollano. Una storia di rame e di oro, foderata di operai sepolti. Ecco perché, quella della “Fenix” è una missione storica.
Un uomo quasi ogni ora. Prima il gruppo dei più esperti. Come Mario Sepulveda. Si guarda attorno: “Como estamos?”, dice, facendo ridere tutti per un bel po’. Il secondo gruppo sale verso l’alba. Sono i più fragili di salute. Mario Gomez, per esempio, soffre di silicosi. Deve fare il tragitto con la maschera di ossigeno. Quando esce, si inginocchia e prega. L’ultimo gruppo è quello dei più forti, che si possono permettere di vedere gli altri andarsene dalla caverna-rifugio dove sono rimasti 70 giorni. Il capo-brigata è tra questi, Luiz Urzua Iribarren, che è riuscito a sorprendere anche i tecnici della Nasa.
Tutti in buone condizioni fisiche, dicono i medici. E con l’adrenalina a mille, che non sembra neanche vero che la gola di San José li abbia rapiti per così tanto tempo. Il pericolo in agguato sarà lo shock di una normalità da ritrovare. Per loro e pure per i familiari che all’accampamento Esperanza mescolano entusiasmo, grida, lacrime e abbracci. Solo un parente stretto sale sulla piattaforma della “Fenix”, una moglie o un padre. E l’incontro è di uno smarrimento totale.
Alberto Iturra, a capo del team di psicologi più volte ha ripetuto che “anche i familiari devono fare un proprio atterraggio”. A pesare è soprattutto l’esposizione ai media, un’orda di giornalisti che li ha inseguiti e strattonati durante queste lunghe e concitate ore. Negli ultimi giorni è aumentata anche la pressione di conoscenti e parenti più lontani. Sono arrivati qui a centinaia, in molti casi, si dice, apparsi dal nulla per poter partecipare all’evento, il che significa anche condividere regali e denaro, e forse solo una chiacchierata con una tivù straniera.
Viviana Sequera, della Associated Press, racconta sorniona le confessioni di alcune donne, con cui ha condiviso molto tempo. Tensione, rivalità e gelosie. Che potrebbero esplodere ora anche tra i trentatré e quelli rimasti in superficie. Motivi economici e fama. Oltre alle donazioni (solo quella del miliardario Leonardo Farkas ammonta a 5 milioni di pesos per ognuno dei trentatré), c’è la richiesta di indennizzo che le famiglie hanno presentato, prevedendo di strappare un milione di dollari ciascuna. Nel frattempo, i 350 operai rimasti fuori hanno ricevuto l’ultimo salario, 400 mila pesos, poco più di 600 euro. E una carta, che attesta che dalla miniera sono usciti per causa di forza maggiore e non per volontà propria. Sarà necessario un duro lavoro per ritrovare un equilibrio nella miniera di San José.

AGL – Gruppo l’Espresso

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