società

Le trentatré bibbie

SANTIAGO DE CHILE – E’ riuscito a farsi mandare ben trentatre  bibbie dalla sua parrocchia, José Henriquez. Il cinquantaseienne minero evangelico è stato la guida spirituale del gruppo di intrappolati, durante i settanta giorni di isolamento a 622 metri di profondità. Sotto la montagna di rame di San José, ha aiutato gli altri a non perdere la fiducia, a credere che sarebbero sopravvissuti. A non perdere la fede. Il personaggio è così diventato, oltre che per le centinaia di migliaia di fan dell’operazioen di soccorso,  una vera star per le chiese evangeliche cilene.
Mentre a uno a uno, davanti alle telecamere e al presidente, i minatori escono dalla prigione di terra che li ha tenuti per lunghissimi giorni incarcerati, si raccontano le loro storie personali. E ognuna è un piccolo pezzo del romanzo che ha tenuto incollati al video e alla radio gli abitanti di un intero Paese e, in queste ore, di tutto il mondo.
La religiosità qui in Cile è diffusa e profonda. Lo si vede ovunque. Anche tra chi non pratica molto. E si è fatta ben potente, tra i trentatré protagonisti di questa incredibile storia. Sarà stata la prova estrema che hanno vissuto o il silenzio assoluto, rotto solo dai suoni delle viscere della terra, che laggiù si sentiva lamentarsi e muoversi, come raccontano nelle loro lettere ai familiari. Così, è stato naturale il primo gesto da uomo libero di Mario Gomez, il minatore che ha aveva legato la sua lettera d’amore al martello perforatore, il giorno del primo contatto dopo due settimane dal crollo. Si è messo in ginocchio e ha cominciato a pregare, ammutolendo i riscattisti sulla piattaforma e il formicaio dell’accampamento Esperanza.
Che siano salvi gracias a Dios è un’espressione che ricorre di bocca in bocca. Milagro, è l’altra parola chiave. E l’operazione di salvataggio non poteva che chiamarsi “San Lorenzo”, santo protettore dei minatori. E ancora. Che il numero trentatré sia speciale lo ha ripetuto anche il presidente Sebastián Piñera, improvvisando questa notte una conferenza stampa tra un volo e l’altro della capsula “Fenix 2”. Trentatré è anche la somma delle cifre della data di ieri, D-Day, 13.10.10.
Per José Henriquez sono anche gli anni di matrimonio e il tempo che ha passato a scavare in molte miniere del Paese.  Il più spiritoso e brillante del gruppo, Mario Sepúlveda, quello che stanotte è uscito al grido di “Viva Chile, mierda!” suscitando le risate di tutti, in uno dei video registrati sottoterra, aveva presentato José Henriquez come “un uomo che ha grandi conoscenze… relazionate alle cose….spirituali. A dire il vero è che in questi momenti ci ha aiutato a tutti noi”.
Henríquez aveva deciso di lasciare la miniera, perché diceva che “quella montagna era cattiva”. Il fatto è che, dopo poco che cominciò a lavorarci come perforatore, a gennaio, era stato colpito da una fuga di gas. Salvò due suoi compagni. Ma tentando con un terzo, svenne. Le due figlie, Karen e Hettiz, hanno raccontato che “nel 1986, un’altra miniera era stata colpita da un’alluvione. Stava dormendo, assieme a suo padre e a suo fratello, che lavoravano con lui. Sentì qualcosa di strano, così li svegliò e riuscirono a fuggire via. Molti suoi compagni morirono perché tornarono a raccogliere le proprie cose. Loro se ne andarono così, in mutande. Vagarono due giorni nel deserto, prima che arrivassero i soccorsi”.
Ma questa è un’altra storia. Quella della normalità degli incidenti. L’autorità di controllo delle miniere, la Sernageomin, ha contato nel solo primo semestre del 2010, 31 morti in incidenti occorsi nei vari giacimenti del paese. “I proprietari preferiscono pagare le multe, che sono irrisorie. E ben difficilmente vengono revocate le concessioni”, dice Pedro Marin della Federacion Minera de Chile.
Tra il 1990 e il 2005 il numero delle vittime è stato di 742 uomini, in 650 incidenti sotterranei. Il più importante quotidiano del paese “El mercurio”, da sempre voce della destra imprenditoriale cilena, ha messo in grande evidenza come l’aumento vertiginoso del prezzo del rame in questi anni sia stato accompagnato da un impressionante numero di incidenti. Nel 2007 sono stati 1.982 i minatori feriti, 1.040 dei quali erano sub-contrattisti e la maggior parte impiegati in piccole e medie imprese.
Nel gruppo dei trentatré, erano in nove i contrattisti. Si dice che facessero gruppo a parte le prime settimane, isolati dagli altri dipendenti diretti dell’impresa San Esteban e che sia stato difficile per il team di soccorritori, guidati dalle autorità e dai tecnici del Codelco, l’impresa mineraria statale, a integrarli con gli altri. Le gerarchie tra i lavoratori possono essere dure a morire anche nelle viscere della terra. E forse per tutto questo che José Henriquez, come gli altri trentatré, non ha nessuna intenzione di ritornare sottoterra.

Il Riformista

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