Le tivù di strada fanno network

ottobre 27, 2010

SANTIAGO DE CHILE – Per tre giorni, una ventina di televisioni “di strada” e “di quartiere” si sono incontrate nel galpón della Fondazione Victor Jara, in uno dei quartieri più popolari e più affascinanti di Santiago, il Brasil. Sono per lo più cilene ed argentine e la prima boliviana, ‘KokaTv’. Si sono confrontate con esperti della comunicazione e ricercatori sociali. E hanno deciso di dar vita ad un vero e proprio network, per scambiarsi informazioni legali, conoscenze tecniche e materiali video.
Micro-esperienze glocal: le loro antenne non superano i confini del quartiere, eppure si muovono a livello internazionale. Piccole finestre di fronte all’onnipotenza dei grandi network televisivi, nate sull’onda di esperienze politiche radicali, le tivù di barrio sono diventati preziosi strumenti di informazione e di inclusione sociale. Analogiche e low tech, ma a loro agio nel contesto dei linguaggi digitali e virtuali. 
Era stato un progetto della cooperazione spagnola, realizzato l’anno scorso, a fare da incubatore alla rete, con una serie di laboratori e di incontri in giro per l’America Latina. «Questa è la fase operativa. Ora potremmo dire di essere alle prove tecniche di autonomia», ci spiega Alvaro. Lui lavora a ‘VictorJaraTV’, trasmissioni quattro giorni la settimana per almeno tre ore al giorno, sulle frequenze del Canal 3, che occupano temporaneamente. «La nostra tivù ha al centro il barrio, racconta come cambia, informa su quello che succede,  raccoglie le storie delle persone, i loro bisogni. E crea vincoli tra persone che altrimenti neanche si conoscerebbero. A volte trasmettiamo su uno schermo gigante in piazza. Altre volte facciamo pranzi di vicinato, con la tivù accesa, ovvio, anche se abbiamo sempre detto che non è una cosa da fare», se la ride Alvaro.
Televisioni al bordo della legalità. O, come qui, a rischio di sanzioni addirittura penali. L’articolo 36B della legge audiovisiva cilena, che ancora risente della dittatura, punisce con il carcere chi trasmettere senza permesso. Nel 2009, con il 36B sono state denunciate ben 40 radio e due tivù. Spiega Paulina Acevedo, dell’Observatorio Ciudadano: «L’attuale legge destina solo il 5% dello spettro radioelettrico alle radio di cosiddetto interesse comunitario. Ma lo spettro ora è tutto occupato. Il digitale potrebbe ampliarlo enormemente e permettere a nuovi attori di partecipare. Credo che la soluzione migliore sia quella prevista in altri paesi, come il Venezuela: un terzo allo stato, un terzo al privato e un terzo comunitario».
Il Venezuela è evocato da molti. E come al solito suscita non poche discussioni. Yunaira Solera è di Maracaibo, giornalista e ricercatrice sociale sui media. Racconta come il fenomeno delle tivù e delle radio di quartiere assunse un ruolo importante durante il tentativo di golpe contro Chavez nell’aprile 2002, quando le televisioni, tutte in mano all’opposizione, mandarono in onda per un intero giorno solo cartoni animati. E la gente si organizzò con mezzi di informazione alternativi. La nuova legge audiovisiva prevede uno spazio legale e dei finanziamenti per tivù e radio di quartiere e comunitarie. Il censimento del 2008 ne ha contate 280 in tutto il Paese. «Tuttavia, molte si sono trasformate in emittenti di propaganda filo-governativa. E la gente semplicemente cominciò a spegnerle, come per punirle per aver tradito la loro vocazione sociale», sottolinea Solera.
Manuel Martinez ci mostra una puntata di ‘Koka Tv’, nata proprio da uno dei laboratori del progetto di cooperazione spagnola. La tivù trasmette dalla sede del sindacato dei campesinos, in un quartiere di Cochabamba, e ha un prezioso archivio di documenti video.  Manuel ci mostra il servizio su uno dei tanti episodi di scontri violentissimi tra manifestanti e terratenientes. Senza commento, ne esce una cronaca brutale. «Il governo di Evo Morales non ha ancora affrontato la legge sulle telecomunicazioni, per non aprire un nuovo terreno di scontro con l’opposizione che controlla le televisioni private più importanti del Paese – dice Martinez – La reazione sarebbe molto dura. L’abbiamo visto con la recente legge contro le discriminazioni, che prevede sanzioni per chi diffonde testi o immagini razziste. In un altro Paese sarebbe normale. Qui sono arrivati a fare lo sciopero della fame, dicendo che così si imbavagliava la libertà di stampa. Ma ripetere ossessivamente che un indio è una scimmia o un lama, è informazione o inciviltà?».
Informazione e potere, da sempre sono strette tra collusione e scontro aspro. L’Argentina per esempio vive una battaglia campale tra la Presidenta Cristina de Kirchner e il potente gruppo editoriale del ‘Clarin’. Anche qui la nuova legge sul sistema audiovisivo viene vissuta come un attacco alla libertà di stampa da un lato e un argine all’oligarchia dei media dall’altra. Quando si aprono nuovi spazi, è il mercato tuttavia che mostra i denti e vuole dettare le regole.
Lo spiega bene la recente storia di  ‘Giramundo Tv’, che trasmette a Mendoza sul canale aperto, il 13. La tivù comunitaria qualche mese fa ha deciso di mettersi in regola, per utilizzare le opportunità che si aprivano, anche forzando la sua identità allergica alle istituzioni.  Però, solo qualche giorno dopo aver ottenuto l’autorizzazione, i ragazzi della tivù scoprono, leggendo il giornale, che la frequenza è stata direttamente comprata da un ricco e potente impresario. «Di fronte alle nostre proteste – ci racconta Emi – l’ente audiovisivo ci suggerì di incontrare l’impresario e di trovare un accordo. Capisci? e la legge che valore ha? Questo è il senso dello stato in Argentina». La legge, comunque, ha dato ragione a loro.

http://www.ntnn.info

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