culture, società

L’uomo è nato solo per tentare l’impossibile

BUENOS AIRES [con Guillermo Jorge Alfonso] – Era come un astronauta che sfidava la gravità attraversando l’atmosfera, per far sì che l’impossibile fosse possibile. Esposto al vuoto dello spazio creativo e sradicato dal suo paese, a quel punto fuggì pure dal mondo. Però quel giorno lui era tra il pubblico. E accompagnato, entrò al “Grand Splendid”, in Avenida Santa Fé, il 14 giugno 1999, alle ore 18.20. Osvaldo Dragún si era seduto a vedere una proiezione al tramonto, ma se ne andò prima della fine. Perché il grande drammaturgo argentino morì in una di quelle poltrone, tra riflessi di luce  volatile e oscurità sonora, immerso nelle immagini di una storia che non sarebbe terminata.
Ottant’anni prima, Max Glucksman aveva deciso di costruire il “Gran Splendid” sui ruderi del Teatro Nacional Norte. Aveva chiesto ad un pittore italiano, Nazareno Orlandi, di dipingere la grande cupola rotonda che copre la platea. Il dipinto era un’allegoria della pace, per festeggiare la fine del primo conflitto mondiale. Era un trionfo accademico di ninfe, colombe e angeli.
«Avevo invitato a cena Osvaldo, la sera prima di morire. E mi si avvicinò dicendo: “estoy mal, porque no baja el angel”. Non scendeva l’angelo, mi diceva. L’angelo per lui era la scrittura». Olga Dragún, la sorella, ci racconta così l’ultima volta che lo vide. «Osvaldo, che a casa tutti chiamavamo Chacho, non era solo un drammaturgo, era un inventore di teatro – riflette lei – Ed era innamorato della vita. Una volta lo definii una tartaruga, viaggiava con la casa sulle spalle, sempre girava il mondo vivendo in casa di amici».
Ad undici anni di distanza dalla sua morte, ora la casa editrice argentina Corregidor sta per dare alle stampe l’opera completa di Dragún. Curata da Osvaldo Pellettieri, importante critico e storico del teatro sudamericano, vuole essere un omaggio ad uno degli autori più prestigiosi del Novecento del continente. «La sua opera, per quarant’anni, sta tutta dentro la dimensione politica – ci dice Pellettieri, nella sua casa-studio foderata di libri, tutti perfettamente catalogati – Scrisse tanto, Dragún, segnando un’epoca di attivismo che oggi è scomparso, ma le cui tracce sono tuttora visibili».
Osvaldo Dragún esordì nel 1956 con “La peste viene de Melos”, ispirata al golpe in Guatemala, e dello stesso anno è “Historias para ser contadas”, che finì tradotta in nove lingue. Aveva 29 anni. Era l’incontro con il Fray Mocho, il teatro indipendente, sovversivo, in sintonia con il brechtiano e che trasgrediva all’Argentina bigotta e conservatrice.
Lo stesso Dragún lo racconta, trent’anni dopo, nel 1987, quando presentarono la sua “Arriba corazón” al San Martin. Era la sua prima volta in un teatro ufficiale. «Fu un’ideologia dello spazio, della libertà. Nel teatro realista una porta era una porta. E tutto aveva un senso logico. Il Fray Mocho ruppe con tutto questo e aprì un mondo di libertà. Io sentivo che potevo guardare il mondo senza inciampare in nessuna porta, nessuna finestra. Potevo entrare o uscire da qualunque parte. Il Fray Mocho fu un’ideologia della libertà che credo, tuttavia, non sia stata studiata ancora per il suo reale valore». E alcuni anni dopo: «Quando sto a Buenos Aires, la gente ti dice subito: “Dobbiamo fare il possibile”. Credo che la cosa divertente sia tentare l’impossibile. Credo che l’uomo non sia nato per il possibile, per questo ci sono le macchine. L’uomo è nato per l’impossibile, ha vissuto tutta la storia facendo l’impossibile».
Forse per questo stesso impeto, nel 1961 cominciò un lungo viaggio, toccando molti paesi in Sud America e negli Stati Uniti. Raggiunse la Cuba appena battezzata dalla rivoluzione castrista. E se ne innamorò. Qui, nel 1962, arrivò il primo premio internazionale. “Milagro en el mercado viejo” aveva incantato la Casas de las Americas. Cosa che si ripeterà nel ’66 con “Heroica de Buenos Aires”. Quest’ultima, vista come una riproposizione di “Madre Coraggio” di Brecht, fu censurata e presentata in Argentina solo diciotto anni più tardi.
«Era inquieto. E senza radici. Un gaucho ebreo: questo già spiega tutto. Persino il suo cognome Dragún, ce lo dice. La famiglia del padre era fuggita dai pogrom russi e, per salvarsi, comprò un cognome nuovo, da un marinaio a bordo della nave su cui viaggiava verso l’Argentina». Maria Ibarreta muove le sue mani affusolate e gli occhi vivaci. E’ bellissima questa attrice che debuttò a cinque anni, cominciando una carriera che ancora continua tra teatro, cinema e televisione. «Si sentiva parte di un progetto di trasformazione sociale, di ispirazione comunista. Ma lui aveva un’ampiezza di sguardo che nella sinistra dogmatica dell’epoca era rarissima. Da lui ho imparato un altro modo di fare teatro e di guardare il mondo. All’inizio fu una grande passione. E poi un intimo amico, un padre, un maestro».
Si ferma, sorseggia il suo mate amaro. E aggiunge: «La mia relazione con Osvaldo durò fino a quando mi liberai di ben 86 casse e pacchi di documenti, di libri, dalle cose dell’infanzia fino alla tessera del Partito Comunista. Era rimasto tutto a casa mia, anche dopo che se n’era andato. Lo consegnai all’Università di Buenos Aires. Qualcosa di forte ci univa, anche dopo che ci lasciammo. Una relazione lunga, anche se Osvaldo era de mujeres. Eppure, quando ormai stava malissimo, quasi nessuno riusciva a capirlo, chissà, forse solo io ho potuto farlo».
«Non perché sia mio fratello, però realmente fu una delle persone più intelligenti che ho conosciuto nella mia vita – lo descrive Olga – Osvaldo era speciale. E molto sensuale. Fu qualcosa che mi insegnò a riconoscere. La sua sensualità era una prova della sua curiosità, della sua libertà, della sua flessibilità nel vivere e nel creare. Era un uomo profondamente libero. E forse per questo anche Cuba la sentì stretta».
«Del suo ultimo soggiorno a L’Avana nei primi anni Novanta – continua Maria Ibarreta, divertita dagli aneddoti – ricordo che era incantato dalla santeria e a me sembrava come un altro Osvaldo, perché tutto il suo pensiero marxista di ferro a la mierda se fue…», se la ride lei. «Era già ammalato e per questo aveva deciso di rientrare. Sentiva di dover chiudere alcune cose importanti. Curarsi, reincontrare la sua famiglia. Negli ultimi anni della sua vita scrisse opere che parlano di questo altro Osvaldo, era la sua voce con se stesso, non parlava più al suo pubblico». Si riferisce a “El Delirio” e a “La soledad del astronauta”.
A questo punto, però, dobbiamo ritornare indietro. Dal 1976 al 1981, Dragún era di nuovo fuori dall’Argentina. Fuggiva dai militari e alimentava la sua creatività. Tracciò in profondità la sua idea di teatro intimamente latinoamericano. Utilizzò il grottesco come la porta aperta in un immaginario unico ed antico, un’altra tastiera di sensibilità, di linguaggio e di forza cospiratrice. Lui stesso lo spiegò alla rivista “La comunidad”, mentre stava a Los Angeles, nel 1985: «Solo il terzo mondo può creare un assurdo tanto vitale e impegnato come il grottesco. L’Europa, con un destino già segnato, produce l’assurdo dei suoi intellettuali. Passivo. Non impegnato. Minoritario. Però l’America Latina, nebulosa irrazionale in cerca del suo destino, poteva produrre tutto il suo contrario: un genere attivo, impegnato, anarchico, popolare, vitale. Per l’assurdo europeo niente ha senso. Anche per quello latinoamericano niente ha senso, però bisogna combatterlo, il che significa dargli un senso: la ribellione».
Al tempo di quella intervista, la democrazia era tornata in Argentina. E lui aveva lasciato un segno indelebile. Tito Cossa, drammaturgo e amico di Dragún, ci racconta ancora sorpreso l’esperienza del Teatro Abierto: «ci era impedito di lavorare nei teatri ufficiali, in radio e in televisione, tutti fummo espulsi. I militari eliminarono la cattedra di “Teatro argentino contemporaneo” al Conservatorio nazionale. L’idea del Teatro Abierto partì da Osvaldo che era un enfermo de creatividad. Ci radunò e disse: “qui siamo in ventuno, mettiamo in scena molte opere brevi e con tanti attori”. Iniziammo in una sala periferica, ma un giorno degli sconosciuti la distrussero con una bomba incendiaria. Ci riunimmo in assemblea: 19 sale teatrali ci offrirono lo spazio, 110 pittori ci regalarono opere da vendere per pagare i debiti. Scegliemmo una sala in Corrientes, allora dedicata al varietà. Fu un successo enorme. Il pubblico in fila per strada e con clamore internazionale. I militari si sorpresero e non reagirono, ci minacciavano ma noi lavoravamo con precauzione».
Era il 1981. L’esperimento si ripeterà nei due anni successivi, fino al ritorno della democrazia. Il Teatro Abierto fu una fabbrica di opere e di resistenza di massa. Qui si incontrò una generazione di drammaturghi argentini, appoggiati da Ernesto Sabato e Adolfo Perez Esquivel, tra gli altri.
La fine del proceso militar riaprì una nuova stagione culturale. E per Osvaldo Dragún fu l’ennesima fuga. A Cuba creò e diresse la Escuela de Teatro de Latino America y Caribe.  E continuò a sperimentare. Racconta la sorella, che era ricercatrice di fisica nucleare: «Partiva dal caos totale, destrutturava tutta la situazione, dagli attori al testo. Dal caos poteva sorgere l’ordine e la bellezza, diceva. Questo mi bloccò e m’impressionò, perché lo collegai alla teoria del caos in fisica. Senza dubbio era la sua saggezza».
E Maria Ibarreta: «Come lavorava Osvaldo? Visualizzava, entrava nel suo mondo. Aveva il suo rituale, come uno sciamano. Si sedeva e adorava bere il suo rum, si metteva a scrivere, disegnava le scene e fumava tantissimo. Preparava il suo “viaggio”, per aprire i canali della creazione e delle immagini che sarebbero apparse nell’opera… Era così originale nel suo lavoro, che non trovava mai registi in grado di tradurre nella scena questo spirito, il suo universo, il suo immaginario. Solo Oscar Ferrigno ci riuscì».
Nel 1996 infine decise di rientrare, accettando la direzione del prestigioso Teatro Nacional Cervantes. Furono tre anni di lavoro aspro. Programmazione, scontri con la burocrazia, i rapporti con le istituzioni, i loro statuti e regole: «Lui era libero, non aveva mai lavorato con qualcuno sulla testa, tanto meno con le istituzioni. Quel lavoro gli tolse le energie, non scriveva, lo ammalò», conclude sua sorella.
Sedendosi in una poltrona di teatro, senza interrompere, come se gli angeli dipinti nella cupola fossero scesi a cercarlo per disegnare insieme la sua ultima scena, Osvaldo Dragún svanì nelle tracce di un teatro già abbigliato da cinema. Qualche mese dopo, là sarebbe fiorita una delle librerie più belle del mondo, la “Ateneo Gran Splendid”, sincronizzando non solo tempo e spazio, ma persino passioni, immagini contenute in parole.  Forse, sfidando in incognito un luogo impossibile.

Alias / il Manifesto

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