Qualcosa di magico…

gennaio 22, 2011

BUENOS AIRES [con Guillermo Jorge Alfonso] – Si dice che qui in un sabato qualsiasi vadano in scena almeno 300 spettacoli. Di questi, almeno 200 sarebbero di autori argentini. Il teatro di Buenos Aires non cessa di affascinare il suo grande pubblico metropolitano. Certo, molto è il successo del “commerciale”, la commedia un po’ sguaiata e la nostalgia del varietà, le luci multicolori, le affiches smisurate che travestono la meravigliosa e dimenticata architettura. La sua capitale è Avenida Corrientes che ha cercato di conservarsi seduttrice, anche se ora è più decadente che vitale, con aspirazione da Broadway ubriaca. Qui è così tanto il business, che le relazioni con l’esterno sono gestite spesso da personaggi che sembrano irrompere direttamente da una commedia all’italiana. Può capitare di vedersi rifiutato l’accredito e un’intervista perché, «non si danno biglietti gratis, non ci interessa», come succede con una delle commedie più di successo della città, “Mas respeto que soy tu madre” diretto da Antonio Gasalla, nell’autodefinitosi “Teatro El Nacional”.
Il fatto è che tutte le sale si riempiono. Il fermento coinvolge anche la scena indipendente, le centinaia di spazi, centri, case, corridoi, anfratti trasformati in palcoscenici e gradinate. Basta una ventina di sedie, qualche metro quadro, alcuni attori, un direttore e magari un drammaturgo. A volte questo riesce ad essere un atto teatrale più eloquente di alcuna delle opere. La gente fa comunque la fila, il fine settimana.
«Non sappiamo quante sale ci siano in città. Spesso i gruppi si associano in cooperativa, trovano uno spazio, a cui va il 30% degli ingressi e il resto alla “compagnia”. Non guadagnano granché, anche in caso di successo. Ma il fenomeno continua a contagiare la città, con i suoi spazi e talleres di teatro, il gran numero di opere e rassegne. Questa è una peculiarità di Buenos Aires, più di qualunque altra città al mondo». Roberto Tito Cossa, uno dei drammaturghi più conosciuti del Paese, nel suo studio di presidente nazionale di “Argentores” [la Siae argentina], lo menziona orgoglioso.
Buenos Aires continua ad essere un’enorme piattaforma teatrale. Ma cosa sia oggi il “teatro indipendente”, a Buenos Aires, è difficile dirlo. Tuttavia, esplorare e vedere quasi trenta opere in un mese, anche due al giorno e in qualunque giorno della settimana, è un’esperienza da fare in questa città. Si resta affascinati e delusi. E’ come naufragare in un mare narrativo nebuloso, complesso e non scontato.

Narrazioni familiari
Claudo Tolcachir, trentacinquenne, è un esemplare piuttosto raro, visto può transitare tra i due ambiti, l’off e il mainstream, uscendone osannato da critica e pubblico. In questo periodo ha in cartellone quattro opere, due le dirige per il commerciale, “Agosto” di Tracy Letts e “Todos eran mis hijos” di Arthur Miller. Delle altre due firma anche il testo e vanno in scena nello spazio teatrale tutto suo, il “Timbre 4”, nel Barrio Boedo.
“Le omissioni della Famiglia Coleman” e “Tercer cuerpo” qui hanno festeggiato rispettivamente le 800 e le 300 rappresentazioni e continuano a girare l’America Latina e l’Europa. Scritte attorno alla desolazione delle relazioni umane e familiari, sono ritmate da ironia e malessere, entrambi dosati con grande efficacia. Impressiona “Tercer cuerpo”, per la vibrazione e armonia dello spettacolo, con la magistrale bravura dei suoi attori. «Amo i personaggi che stanno al bordo, un po’ ammalati, un po’ annoiati o infastiditi della vita,  di cui vorrebbero far parte ma che intanto scorre e non sanno come attaccarsi alla ruota che gira», dice Tolcachir. La prima sala aperta al “Timbre 4” era [ed è ancora] la sua casa, da poco allargata ad un’adiacente vecchia fabbrica di sedie.
Simultaneità tra talento autorale e di direzione, autonomia degli spazi e capacità di muoversi nella scena culturale della città e dei festival: questo sembra il cocktail per l’attuale teatro indipendente. «Quando alla metà degli Ottanta tornò la democrazia – riflette Tolcachir – per un periodo si fece un teatro molto didattico. Era la necessità di raccontare la libertà e il dolore. Negli anni Novanta, il discorso si fece più criptico, di oggetti, di metafore, di installazioni, forse come tentativi di rompere i codici del teatro. Ora, penso sia tornato il teatro di personaggi possibili, di piccole storie, in cui il pubblico possa riconoscersi in quel che sta succedendo sul palcoscenico. Questo mi sembra un elemento familiare a molti autori della mia generazione».
Il teatro delle storie, certo. Magari narrazioni inusuali, che non si mimetizzano sempre con l’immaginario del pubblico. Un esempio sono i racconti ambientati nella pampa, in quel luogo sconosciuto eppure familiare dell’enorme campagna fuori dalla bulimica metropoli della capitale. Lo stridore è inevitabile. Ci riesce bene Andrés Binetti, 33 anni, metà dei quali vissuti a Macachin, al di là della provincia di Buenos Aires. Il suo “Llanto de perro” ha avuto successo, fin dal suo esordio nel 2005. L’ambiente, che mette in scena anche nell’ultima  opera “Basavilbaso”, è la siccità della solitudine. C’’è qualcosa di feroce che divora i rapporti umani, la possibilità di essere liberi resta una dimensione rintanata e proibita.
Ci dice Binetti: «Nei miei lavori, preferisco non parlare allo spettatore della sua famiglia di classe media urbana. Cerco di destabilizzarlo, utilizzando il filone tutto latinoamericano del grottesco. Lavorare con la “campagna” significa immergersi nella sua enorme produzione mitologica. Penso alla letteratura gauchesca, il “Martin Fierro” di José Hernandez. O il “Facundo” di Faustino Sarmiento, sulla dicotomia tra civilizzazione e barbarie, ovvero la città e i gauchos».
Binetti racconta il rumore dell’abbandono, nello spazio mentale alle spalle della città. Se ci sia qualcosa che accomuna gli autori della sua generazione, risponde perplesso: «Siamo in rete, ma lavoriamo su cose diverse. Si fa molto teatro, ma profondamente intimo. Ci accomuna forse il fatto di avere avuto grandi maestri e di cercare ognuno di noi dei percorsi assolutamente personali».
Anche Romina Paula si cimenta nelle storie minime, che si fanno immagine sociale. Al “Espacio Callejon”, l’artista trentunenne porta in scena “El tiempo todo entero”, liberamente ispirato allo “Zoo di cristallo” di Tennesee Williams. E’ un impianto psicologico tirato, tra una donna e i suoi due figli. Riprende l’opera originale, reinventando lo sviluppo narrativo. «Cerco di scavare in un ambiente familiare violento – dice – Credo che le relazioni familiari siano ancora centrali per qualunque autore, sono una grande risorsa di idee e di rappresentazioni».

Dentro la Storia
«Io amo il teatro del balbuceo, il balbettio da cui estrarre storie di micro-politica. Che non è qualcosa di debole. Significa cercare nuovi terreni simbolici, dove il corpo degli attori possa fare irruzione nel testo dell’autore». Così ci racconta la sua drammaturgia uno dei maestri del teatro argentino, Eduardo Pavlovsky, detto Tato. Ha compiuto da poco 76 anni, la sua voce  è potente e ieratica. Lui è un’icona vivente della lirica della militanza.
Il suo “Potestà” (al Centro Cultural de Cooperación) è lo svelamento di quanto il potere sia assoluto e ambiguo. Un giorno, “quelli dei diritti umani” scoprono che la figlia di un medico della polizia non è stata adottata, ma rubata ad una prigioniera politica durante la dittatura. L’uomo, lo stesso Pavlovsky, è sul palcoscenico spoglio, assieme alla moglie. Il suo monologo suppone il dolore dell’abbandono senza responsabilità per l’orribile che lui stesso ha compiuto. «Quell’uomo confessa tutto, ma non si pente, perché crede davvero di aver salvato la bambina dall’infierno rojo. Questo successe qui, in questa sorta di tercer mundo copion, che ha assimilato bene la pratica europea della ferocia. La magia è come portarla in scena, con la forza del corpo e della parola, come lo farebbe Dario Fo», conclude Pavlovsky.
Il teatro politico precipita sulle nuove generazioni trovando difficoltà e sospetto, ma resta una pista di lavoro tuttora aperta. In uno dei luoghi culto del teatro indipendente, il “Teatro del Pueblo”, una delle opere in cartellone è “Il sequestro di Isabelita” di Daniel Dalmaroni, che abborda gli anni Settanta con un gioco di paradossi ed equivoci. Fin dall’inizio, quando una signora imbavagliata grida «Non sono Isabelita Peron!», di fronte ad uno sbigottito gruppo di guerriglieri, che cominciano così a rendersi conto, in un crescendo tragicomico, di aver sequestrato la cameriera personale e non la Presidenta-Vedova Peron. Operazione teatrale non semplice, in un Paese che con la memoria fa tuttora i conti. Racconta Dalmaroni, classe 1961: «C’è voluto molto tempo per leggere quegli anni senza fare un discorso edulcorato o celebrativo della resistenza. In letteratura abbiamo avuto le opere di Martín Caparrós o di Maria Negroni. In teatro non era ancora successo qualcosa di simile, tanto meno usando ironia e umorismo nero come piace a me».
Anche Lola Arias si cimenta con la memoria nella sua “La vida después”, in cartellone nel nuovo teatro off “La Carpinteria”,  presentato  anche alla Fiera del libro di Francoforte. Del teatro post-drammatico utilizza le persone e non i personaggi; a loro chiede di raccontare le sei storie vere dei loro reali padri durante gli anni Settanta e Ottanta. Performativamente mescola frammenti di video, foto, lavagne luminose, canzoni. Ognuno con una storia e un destino diversi, tutti segnati dall’ombra della dittatura, per la pulsione delle sue conseguenze che non hanno devastato solo quella generazione desaparecida. Da Berlino, dove vive, Arias ci racconta di considerare il teatro «come un’esperienza viva, performativa, contaminata di segni e linguaggi. Mi piace lavorare sulle storie reali delle persone, usare questa iper-soggettività come voce corale e complessa di una generazione. Credo che questo abbia a che fare più con la mia sensibilità e la mia visione del teatro, piuttosto che con scuole e teorie». Teatro come un processo vitale, «dove la dimensione privata e il piano intimo si svelano a vicenda e producono memoria sociale».

Poetica della costurera
Nella ricerca creativa dentro le pagine del passato, sorprende, per bellezza del testo e il rigore interpretativo, il melodramma musicale “Nada del amor me produce envidia”. Un’ipnotica Maria Merlino interpreta l’auto-esclusione: la tensione per placare un affanno ingenuo confeziona il dramma felpato di una sarta. Alle sue mani un giorno si affidano due donne potenti e rivali degli anni Cinquanta, la cantante e attrice Libertad Lamarque e la primera dama – anche lei attrice, seppur fugace – Eva Duarte, cioè Evita Peron. Alludendo al mito della loro inimicizia, l’opera favoleggia su una loro disputa clandestina per lo stesso vestito realizzato dalla sarta. Questa, di fronte al dilemma, finisce per slegare il suo caos anonimo fino alla tragedia. Il suo laboratorio tessile è lo scenario del suo mondo interiore quasi in penombra. Isolata, lei imbastisce su monologo. Un sogno da consegnare ad altri perché lo vestano.
Maria Merlino ci confessa: «mi affascinò il modo di parlare cantato del personaggio, perché usa la musica che sta nelle parole. Le canzoni risalgono al repertorio degli anni Trenta, quasi tutte di Libertad Lamarque e due di Ada Falcón. Così è nata anche l’idea di realizzare un cd. Mi fa strano ascoltare la mia voce e ritrovare, nella storia, la mia famiglia, l’atmosfera che c’era in casa. La macchina da cucire di mia madre, il tango, il radioteatro».
La direzione di “Nada del amor” è firmata dal cineasta Diego Lerman, il testo da Santiago Loza. Entrambi erano a Cannes, nel maggio di quest’anno. Il primo alla Quinzaines con “La mirada invisible”, già nel 2006 si era fatto conoscere a Venezia, alle Giornate degli Autori, con “Mientras Tanto”. Loza invece, presentava con Ivan Fund “Los labios”, docu-film crudo di tre assistenti sociali in un disperato pueblo argentino. Tutte e tre le interpreti, Victoria Raposo, Eva Bianco, Adela Sanchez, sono state premiate come migliori attrici, nella sezione Un certain regard.
Incontriamo Santiago Loza nel suo “Elefante Teatro Club”, dove alcuni dei suoi preziosi monologhi stanno andando in scena. Lui minimizza: «il Festival è stato molto emozionante, ma ci siamo detti: torniamo a lavorare, esperienza finita. Non voglio scrivere per inseguire un nuovo premio o i gusti di pubblico o dei critici. Mi piace il cinema piccolo, fatto di storie marginali». E continua: «Il cinema non è un lavoro sulla parola, è solo un materiale transitorio per una pellicola possibile. La sceneggiatura può essere male scritta, e uscire un film bellissimo – se la ride, Loza –  La potenza della parola m’incanta, per me scrivere testi di cinema e di teatro significa esplorare narrativa, forse in modo molto più libero della letteratura in senso stretto. E comunque, rispetto all’effervescenza di Buenos Aires, sento che sta succedendo qualcosa di magico. Non so cosa. Ma mi piace».

Alias / il Manifesto

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