culture, società

Rafael Spregelburd: “Ecco il mio teatro ibrido”

BUENOS AIRES [con Guillermo Jorge Alfonso] – Rafael Spregelburd è graffiante col suo paese. Ed è terribile con l’Europa, accecata di stereotipi e di strabismi. Quarantenne, è considerato uno dei più brillanti autori e direttori di teatro argentini, e tra i migliori emergenti nella scena internazionale. Il 26  il 27 settembre ha chiuso a Roma la seconda edizione di “Quirino Revolution”, nell’omonimo teatro diretto da Geppy Gleijeses.
Qui ha presentato due opere, nate come co-produzioni fra teatri ed artisti di diverse città. “Todo”, commissionata dal Teatro Schaubühne di Berlino, è una sorta di anatomia dell’ideologia. “Buenos Aires”, invece, è nata a Cardiff. E’ la storia di un gallese che, disperato, si ritrova nella capitale argentina. Qui si sistema presso una strana “famiglia”: un’agente immobiliare truffaldina, un professore di fisica disoccupato che vuole proporre alla Nasa un brevetto sull’acqua e una giovane fuggita da casa dove ha lasciato il suo bambino. Un ambiente sospeso tra sottile crudeltà e raggiro.

In “Buenos Aires” hai tracciato con molta tenerezza e amarezza il profilo dell’idiosincrasia argentina.
Il mio è un paese con una mentalità molto infantile e una storia molto giovane. Ammira e invidia la storia europea, anche se è una catena di cose atroci. L’Argentina ha creduto di essere un paese europeo fuori dall’Europa. Ma naturalmente non lo è. Questa è una nostalgia di qualcosa che mai siamo stati. Non vediamo cosa siamo. Preferiamo pensare che questo era destinato ad essere un grande paese e che mai riuscì a diventarlo.
Nella nostra Costituzione si dice che è questo il Paese degli argentini e di qualunque persona desideri venire a viverci. E’ uno dei pochi al mondo che accetta i migranti senza molti problemi. Uno può vivere qui, anche senza documenti e rapidamente può ottenere la nazionalità. La forza della migrazione, che per l’Europa è ora un incubo, per l’Argentina è la propria natura.
L’Europa continua ad essere così centrale nell’immaginario argentino?
Sì, assolutamente. Buenos Aires è stata costruita come un’imitazione ridicola di una città europea, una mezcla di Vienna, Parigi e altre cose improbabili. Non abbiamo tracce di un prima dei colonizzatori, come se non ci fosse stata resistenza culturale. E se penso alla storia della mia famiglia, scopro che le vicende europee delle guerre del Novecento hanno inciso più che la guerra del Chaco con il Paraguay, che pure è storia nazionale.
La tua famiglia ha origini tedesche.
Sì, mio nonno arrivò qui durante la prima guerra mondiale. Morì quando mio padre aveva 12 anni, lasciandolo in un orfanotrofio con un fratello minore.  Non parlavano tedesco e quella cultura non la conobbero mai veramente. Io cominciai a studiarla da grande, perché stavo lavorando in Germania. Così ritrovai le origini della mia famiglia. Il fatto è che il cognome fu transcritto male e ricopiato male e nessuno sapeva. Mia nonna, sua moglie, era rumena. Per parte di mia madre, invece, sono italiani e galiziani. Ma qui è normale.  Qui nessuno chiede: di dov’è la tua famiglia. Tutti sappiamo di provenire da qualche parte lontana nel mondo. Mi piace pensare che la gente qui ha padri e nonni che hanno lasciato l’Europa con l’intenzione di non tornarci mai più.
Ma esiste anche un “luogo” intimamente “latinoamericano” nell’immaginario argentino?
Questa è l’altra grande domanda che ci facciamo e che ha a che fare sempre con l’Europa. Perché il concetto di “Latinoamerica” è un luogo proiettato dall’Europa, con le sue immagini di noble  salvajes, l’indio, l’altro. Ma questa è una falsificazione. L’America Latina oggi ha un’identità complessa e non è ciò che l’Europa inventa su di noi. Per me l’identità latinoamericana è mestizaje. La mia cultura è ibrida, posso mettere insieme cose che in altri posti sarebbe impossibile mescolare. La nostra è una cultura permeabile a qualsiasi cosa. Questa è la nostra vera identità. Nel mio lavoro può influire un testo messicano, come uno australiano. Non c’è pudore in questo, perché non ho il peso della tradizione, la tarantella sulle spalle. L’identità non è un nostro problema. E’ un incubo europeo. Gli europei osservano il nostro mestizaje e suppongono che sia qualcosa di “post-moderno”. Ma è ridicolo parlare di post-modernità in paesi che non hanno conosciuto nemmeno la modernità.
Tu utilizzi molto il registro del ridicolo per raccontare la contemporaneità.
Vedi, quello che per gli europei è grottesco o realismo magico, per noi può essere realismo puro. E’ questione di punti di vista. Io, per esempio, non credo che la vita sia una linea tragica in corsa verso la morte. Credo invece che il destino dell’uomo sia semplicemente ridicolo. La tragedia, come modello e struttura del racconto, contiene sempre un elemento morale: il personaggio si strazia della propria incapacità o dei propri sbagli. E’ l’idea che le cose viaggiano in una sola direzione: giudizio finale, battaglia tra angeli e demoni, trionfo dei buoni. Questa narrazione giudaico-cristiana, mi sembra una fantasia loca e un po’ hollywoodiana.
Questo è l’unico modello del mondo? Spero di no. Ci sono altre esperienze umane sensibili. Naturalmente sto esagerando. Ma parlo di un codice profondo della cultura europea, che necessiterebbe una critica altrettanto forte. Si può pensare che le cose possano viaggiare in molte direzioni, che le storie non siano lineari. In “Buenos Aires” cerco di rappresentare una commedia che avanza in una direzione, e una tragedia che marcia in un’altra.
La tragedia appunto è rappresentata da un uomo europeo, di cui non si sa nulla…
Perché è una tragedia privata, non sociale. Non è comunicabile. Quando lui lo spiega è già troppo tardi. Per tutto il tempo è rimasta latente. Per lui Buenos Aires non è un posto per venire a costruire un futuro, è un luogo dove morire. Ho cercato di amplificare l’angustia sulla provvisorietà della vita, attorno a questa strana famiglia che si siede a tavola a mangiare spaghetti e vive delle sterline che ha in tasca quell’europeo. La parola chiave è: ora. Il “domani” non esiste. Qui noi non lo conosciamo. Perché l’idea di futuro ci è stata rubata. O, chissà, anche questa è una categoria europea del tempo…
Come definiresti il tuo teatro, dunque?
Il mio è un teatro radicalmente ibrido. Credo nell’idea di entropia. Le forze del cosmo non sono regolate da causa-effetto, ma semplicemente si producono e si disperdono. Mi piacciono le opere teatrali dispersive, che aprono, aprono per tutto il tempo, come alcune melodie, senza risolvere. E finiscono. Semplicemente ad un certo punto, così. In Europa molti mi chiedono: cosa vuoi rappresentare? Niente, è solo un racconto.

Alias / il Manifesto

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