Santiago a Mil, il festival diventa maggiorenne

SANTIAGO DE CHILE  [con Guillermo Jorge Alfonso] –  In Cile, nel 2009, si è deciso ufficialmente che ogni 3 di gennaio si sarebbe dato inizio al Festival internazionale “Santiago a Mil”, uno degli eventi culturali più importanti del Sudamerica, che va in scena durante tutto il mese e riunisce artisti nazionali ed internazionali delle arti sceniche, teatro, danza, performance e musica. Quella data infatti commemora la scomparsa del regista e attore Andrés Pérez Araya (1951-2002), che aveva portato il teatro ad un pubblico di massa. Fu la stessa Carmen Romero, fondatrice e direttrice generale del Festival, ad organizzare il tour internazionale di quello che è considerato il più grande successo teatrale cileno, “La Negra Ester”, firmato proprio da Andrés Pérez. Quell’opera segnò un prima e un dopo nella storia del teatro del Paese e debuttò per la prima volta i giorni successivi al plebiscito di Pinochet nel 1988. Andrés Pérez fu anche lo stesso che aprì uno degli spazi culturali più emblematici, l’attuale “Matucana 100”, presto notato – si dice – dalla Primera Dama dell’epoca, Luisa Durán de Lagos, così che sarebbe stato subito sottratto per essere recuperato e gestito dallo Stato. Il regista sarebbe morto di lì a poco. Quello spazio è attualmente una delle sedi del Festival, anche perché è uno di quelli perfettamente attrezzati della città.
Il “Santiago a Mil” compie diciotto anni e nessuno può davvero dire che non sia diventato maggiorenne. E’ nato timido e tenero nel 1994, primi anni di un illusorio ritorno alla democrazia, con un Pinochet ancora nell’ombra come Comandante dell’Esercito fino al 1998, per poi diventare senatore a vita. Nella sua prima versione, c’erano solo tre registi e cinque opere, uno di loro ne dirigeva ben tre. Era Alfredo Castro, lo stesso che nel settembre scorso ha attraversato la 67° Mostra del Cinema di Venezia ricevendo grandi elogi per la sua interpretazione in “Post Mortem”. Oggi, infatti, è diventato uno dei più riconosciuti registi teatrali e attori cileni.
«La festa della cultura», come l’ha definita Carmen Romero, iniziò chiamandosi solo “Teatro a Mil”, in riferimento al prezzo economico dei biglietti dell’epoca. L’economia è cambiata e pure il nome del Festival ha dovuto farlo, anche se continua a pagare a rate il rimprovero di un certo pubblico popolare fin dalle pagine su Facebook. Un altro pubblico, ancora più pop, preferisce invece gli spettacoli di strada, seducenti, di grande rilievo artistico, seguiti fedelmente settimana dopo settimana. Nel 2001 il “Teatro a Mil” ha conosciuto il primo cambio d’identità, aggiungendosi “internazionale”, seguito dalla parola “festival”. E nel 2006, è cambiato definitivamente, si è personificato con la capitale, Santiago e ha decontestualizzato l’espressione “a mille”, incastrandogli il significato di “lavorare a mille all’ora”.
Perché in Cile tutto cambia continuamente. E’ come un film di Lynch (non distribuito) dove, nonostante sembri tutto perfetto, con la coda dell’occhio si percepisce che qualcosa di sfuggente sta succedendo, e non si sa come possa finire. Solo qui, all’improvviso, puoi ricevere una chiamata da qualcuno dell’ufficio stampa, non per informarsi se va tutto bene, ma per avvisarti che non è possibile che la stampa internazionale abbia accesso alle opere. Intanto, solo qualche giorno prima ti hanno lasciato in fila ad aspettare che tutto il pubblico entrasse in sala, per verificare se ci fosse qualche posto libero. E tutto questo nonostante sia stato recentemente firmato un protocollo di collaborazione tra il Ministro della Cultura e la Fundacion “Teatro a Mil” per “internazionalizzare” ancora di più l’evento. Quella telefonata poteva sembrare una performance, ma è solo quello che potrebbe succedere a qualunque “colaborador de prensa” se si arrischia eccessivamente educato. Per questo, il Festival si presenta sempre come un teatro nel teatro, e tutt’attorno si potrebbero anche vivere, chissà, micro-eventi.
Perché il Cile è un paese con un’agile abitudine alle contraddizioni mormorate, fin dal suo collage architettonico e urbano. E’ la necessità di essere tutto allo stesso tempo. Per esempio, una donna torturata ed esiliata durante la dittatura, figlia di un generale dell’aviazione a sua volta torturato e assassinato, un giorno può essere Presidente della Repubblica e il giorno dopo dover passare le consegne ad un difensore pubblico di Pinochet, come successe giusto un anno fa. Questa costruzione turbo-barocca sono le fondamenta che qui sorreggono tutto, persino qualsiasi terrazza culturale.
Tuttavia, c’è una specie di coreografia dello scoordinamento, perché nelle cerimonie inaugurali di questo tipo di eventi sempre si intona, dissimulando, che tutto si svolgerà con un severo senso dell’ordine e del dovere, eredità culturale che a volte sembra pure riflettersi come una burla, un tic nervoso in alcune proposte e formazioni artistiche.
Allo stesso tempo, tutto ciò produce anche una risposta sovversiva in alcuni creatori cileni, giovani e di grande talento, come Guillermo Calderón, Alejandro Moreno y Luis Barrales, e in alcuni altri che non sempre sono invitati ai festeggiamenti e che a volte sembrano appartenere ad un altro Paese di una stessa geografia. Ma alla fine non tutto è un thriller. Perché in questa diciottesima edizione del Festival, nella quale partecipano 22 Paesi di quattro continenti, per un totale significativo di 73 opere, 41 internazionali e 32 nazionali, si svolgono anche molte attività gratuite che cercano davvero di avvicinarsi al pubblico, come l’ottimo contributo della “Escuela de Espectadores”. Una specie di udienza, stile “Actors Studio” locale, però con uno stile molto casual, con registi, attori, drammaturghi che così possono condividere processo creativo e prospettiva di ricerca con il pubblico comune.
Le divisioni di classe qui si lasciano intravedere fin dal titolo di “festa della cultura”. Il pubblico che assiste agli spettacoli nazionali, per la maggior parte non è lo stesso che va a quelli internazionali, né tanto meno si assomiglia molto a quello che circola nel teatro di strada. Ma l’aria è di una festa seriosa. E pure un gioco di specchi. Così, il pubblico è tanto anche se non coincide sempre con le cifre diffuse, nelle quali si contano gli stessi spettatori di un’opera in fila per entrare nello spettacolo successivo, tra cui gruppi di studenti e “laureati in teatro”. Visto che qui, negli ultimi dieci anni, si sono moltiplicati per cinque le scuole professionali di teatro (al di là dell’aumento di popolazione), compagnie ed enti teatrali emergono e scompaiono come se fossero interventi itineranti in giro per il Paese in questa lunga transizione alla democrazia.
Così, il “Santiago a Mil” non è solo una tradizione che ha continuato a produrre immaginario fino a diventare mito, ma è davvero una maratona di eventi tridimensionali dedicata interamente al suo pubblico.

http://www.4arts.it

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