culture

Adriana Asti, l’impossibilità di lasciare il teatro

SANTIAGO DE CHILE [collaborando con Guillermo Jorge Alfonso] – Una donna è quasi sepolta da una montagna di asfalto, una miscela appiccicosa che incolla una persona ad una via distrutta e buia, mentre lotta con l’impossibilità di muoversi dentro una sostanza assorbente, con la frenesia di dire qualcosa anche solamente sincopato. La parola “asfalto” risuona nel Lago Asfaltites provenendo da un Mar morto, nella valle del fiume Giordano, che ironizza il significato “di ciò che scende”. Lei stessa sembra impermeabile all’indifferenza del marito ed agita un revolver. Sono i “Giorni Felici” di Samuel Beckett, rivisti dal genio visionario di Bob Wilson.Adriana Asti emerge da quella collina che a lei ricorda la fantascienza. Ci dice: «Anche il fatto di trasformare la sabbia del testo originale in asfalto, ricorda quelle scene di futuro irreale di un certo cinema. Non c’è niente di sentimentale o di romantico, né di reale. E’ il frutto della visionarietà e dell’intelligenza di Wilson».
Nella capitale cilena l’opera ha chiuso al ‘Teatro de Las Condes’ la programmazione del Festival Santiago a Mil. Una messa in scena spiazzante, dove i movimenti, i gesti, le espressioni sembrano più importanti dei dialoghi. Adriana Asti ci sequestra dai sottotitoli, ci accompagna affinché la seguiamo, perché – come dice il famoso regista nordamericano –  «il silenzio è parte del dialogo e quando ascolti, sei più cosciente dei movimenti». La chiave, ha sottolineando nella sua lectio magistralis al Centro Culturale Gabriela Mistral, sta nella «gestione del tempo e della luce», linguaggi amati da un regista che è anche architetto, scultore, artista visivo e con un rapporto speciale con la musica. Famose le sue collaborazioni con Tom Waits, David Byrne, Philip Glass, David Bowie.
Alla fine dello spettacolo,  incontro Adriana Asti nel suo camerino, mi sento come uno scolaro con fare di alunno in prova e lei mi parla come se ci conoscessimo da sempre, quasi come se aspettassimo assieme lo stesso autobus in qualche fermata sconosciuta. Settantasette anni, ha alle spalle decine di opere per cinema e teatro, diretta da grandi registi, Bernardo Bertolucci, Luchino Visconti, Luis Buñuel. Racconta, trasmettendo un’incredibile energia, aneddoti sulla sua carriera e riflette sul mondo del teatro, con grande ironia e un velo di malinconia, dietro il suo volto rimasto truccato, che sembra continuare a pulsare.   Ma la cosa che lei ama in particolare, è il suo libro, di cui è orgogliosa, «la cosa più bella che abbia mai fatto», dice lei. “La lettrice dei destini incrociati” (Piemme Edizioni) è la storia di una siciliana trapiantata a Parigi, dove decide di rompere la sua solitudine per fare da lettrice ad una donna cieca. «E’ stato il semplice piacere, mi piace l’idea di essere capita, di essere letta, che qualcuno condivida le mie emozioni».
Proviamo a trafugare tra i ricordi. Era il 1973, Luchino Visconti mette in scena un testo di Harold Pinter, “Molto tempo fa”. Adriana Asti sorride: «Luchino non aveva molta fiducia dei testi di Pinter. Diceva: ‘questo testo è per la radio, non per il teatro’. Aveva un atteggiamento così aristocratico… Continuava a dirmi: ‘io cambio il testo, e tu sarai nuda’. E fu così che recitai davvero nuda –  ride la Asti – Fu un grande scandalo. Dopo un mese Pinter arrivò, fece chiudere il teatro, ci fu un processo. Ma quella versione di Visconti era comunque bellissima. Qualche tempo dopo, lo stesso Pinter mi diresse in “Ceneri alle Ceneri”. Allora ci siamo piaciuti. Lui era delizioso». In tutti i casi conferma che «recitare nudi è la cosa più bella del mondo» e, sedotta dall’idea, continua: «perché nessuno ti ascolta – dice, ridendo forte – uno può dire quello che vuole».
Adriana Asti è una delle icone del cinema italiano. Non solo il suo corpo ha calcato centinaia di scene, ma persino la voce, calda e profonda, ha segnato l’immaginario del paese, con il suo lavoro di doppiatrice. Una tradizione questa che sorprende sempre fuori dall’Italia, fenomeno pressoché unico nel mondo del cinema: «Ho dato voce anche a molte attrici italiane. Perché in Italia cinquant’anni fa per fare l’attore si doveva essere solo molto belli, ai registi non interessava che parlassero. C’erano le “maggiorate”, con delle tette enormi, ma non parlavano. Sì, un poco hollywoodiano. Non importava la parola, importava solo l’aspetto. Certo, è meglio essere belle che brutte. Ma nel cinema francese, invece, ci sono sempre stati attori bruttissimi, che recitavano divinamente». E nonostante averci lavorato tanto, «il doppiaggio è davvero orrendo. E’ qualcosa di vergognoso, è la pigrizia della gente che non legge, non è una tradizione artistica, è una tradizione di comodo. Perché bisogna ascoltare gli attori esattamente per quello che sono. Sì, ci sono dei doppiatori con bellissime voci … ma è un’altra cosa. Un attore non è solo volto, è voce e bisogna ascoltarla».
Quello di Adriana Asti è un racconto di vita, tra registi di culto e attori di incredibile magia. Come Copi: «Era geniale. Con lui fui Eva Peron e poi recitai in “Les Bonnes” di Jean Genet. Lui faceva Madame: un grande. Era così dentro il teatro, che non sapeva neppure dov’era il pubblico – ci contagia un’altra volta con le sue risa – Era fantastico, un personaggio, non gli interessava neppure se c’era pubblico o meno. Era così vero che non gli importava, se c’era bene, sennò andava bene lo stesso. Non recitava solo per il pubblico, ma per viverlo lui stesso».
Il teatro, dunque, come amore totale. «Per un attore è impossibile lasciarlo. Come i marinai, che vorrebbero scendere dalla nave, ma non ce la fanno, non possono lasciare il mare. E’ come rimanere impigliati in un palcoscenico. Dopo tanti anni si rimane come un po’ prigionieri. Sembra quasi ridicolo, ma è vero. Non è solo il recitare, è tutto il mondo che ci sta attorno, il palcoscenico, i tecnici, i camerini, è il rito di arrivare prima, trovare le sedie vuote, il sipario che si chiude e si apre. Sì uno dice: ‘basta!’ però non si può – si ferma la Asti e sorride – So che sembra un po’ come un film del terrore, ma davvero non si riesce a uscire dal teatro. Tutto ti attrae. Ti dico di più: gli attori muoiono tutti in scena, chi più chi meno, alcuni letteralmente. Il teatro è anche un luogo di morte».
E aggiunge: «Il teatro ti isola dal resto del mondo. E’ bello esibirsi, è un grande piacere. Ma costa. Si paga un grande prezzo. Allora, se un giovane vuole cominciare questa professione, se proprio lo vuole fare, sappia che avrà una vita dura».
Alla fine, come un bambino, le propongo un gioco veloce, le chiedo di interpretare Copi, firmando il libro che mi sono portato dall’Argentina, per ritornare infine se stessa. Lei capisce il gioco subito ed è entusiasta, cerca di spiegarglielo ai traduttori sconcertati. Ma lei lo ha già visualizzato. Così, ora ho un libro firmato da Copi, da Adriana Asti e, chissà, da quella magia che si produce solo nel teatro.

[grazie a: Claudia Lauria, Giovanni Drageotta, Istituto Italiano di Cultura di Santiago]

http://www.4arts.it

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