I figli perduti dell’Argentina

febbraio 18, 2011

Jorge ha quattordici anni. Vive con sua madre, il compagno di lei e altri due fratelli, in uno dei quartieri malcilenti del Gran Buenos Aires. Qui la periferia è città nella città, villas miserias, come chiamano i suburbi più disperati, in una metropoli che conta almeno 13 milioni di abitanti. Quando Jorge passerà di fronte al giudice, il rapporto dell’assistente sociale dirà che la famiglia è segnata da alcolismo e violenza, tira avanti con lavori saltuari e sopravvive con la tarjeta, la card gratuita per gli alimenti rilasciata dal Plan Ciudadania del Municipio porteño. Il giudice dovrà decidere cosa fare di Jorge, preso per furto di un mp4 color fucsia, alla fermata dell’autobus. Alla fine saranno trenta giorni all’Istituto San Martin. Poi si vedrà.
Era invece un pittore disoccupato, Sergio. Era, perché ora è a carcere perpetuo. Abitava in “La Matanza”, nome che è un destino, scritto sempre ai bordi della capitale argentina. Ha diciassette anni la sera di settembre del 1993, quando scopre di essere terribilmente in ritardo per consegnare una partita di droga. Ferma un taxi, minaccia il conducente e nella furia parte un colpo dalla sua calibro 22. Accidentale o volontario, è omicidio. Lascia il cadavere vicino un commissariato. Fa il suo business, che gli vale 700 dollari. Una fortuna. Ma è sfortunato quando l’orologio fa le tre di notte, Sergio, perché tra Ruta 7 e Francia, la polizia lo ferma. Per il codice penale, la sua età lo fa “relativamente punibile”. Dritto all’istituto per minori, aspettando i 18 anni. Forse lo stesso istituto di quattro anni prima, da dove era fuggito già una volta. E questo non lo aiuta. Alla maggiore età, è comunque scattata la pena vera.
Hanno applicato la legge, i due giudici. E un giorno potranno dire, come molti loro colleghi di non aver mai messo in prigione un minorenne. Jorge e Sergio, se continuiamo ad usare i loro nomi non veri, sono stati giudicati senza processo, senza avvocato difensore, rinchiusi a discrezione di quei magistrati. Inghiottiti in uno dei centri di reclusione per minori, di cui non si sa nemmeno il numero. Luoghi fantasma, tra gli ottanta e i cento in tutto il Paese. Sergio, per di più, figura nella lista dei 12 ergastoli comminati in Argentina, tra il 1997 e il 2002, a giovani che erano minorenni al tempo del loro reato. Qualcosa che in nessun altro Paese sudamericano si è visto nella storia recente.
Com’è possibile che possa accadere in uno stato di diritto? E’ possibile, si dice qui, se lo si considera una forma di tutela per i minori e non una punizione; un volto compassionevole del diritto e non un’assurdità giuridica. Lo Stato, autoritario e paternalistico, fa rigare dritto i suoi figli minori, senza avvocati, processi e tribunali tra i piedi. E accorda al giudice la facoltà di «disporre» del minore, così sta scritto.
In Argentina, infatti, chi non ha compiuto i sedici anni è assolutamente «non imputabile» e «non punibile». Però, se si trova in «un grave stato di pericolo materiale e morale» – situazione registrata dalle statistiche in modo implacabile – il giudice lo può privare della libertà, per un tempo che ritiene opportuno. Dipende solo da lui. E dal reato. O, meglio, dall’accusa di reato, notificata solitamente dalla polizia, visto che l’imputato bambino o adolescente non avrà mai un processo. Fino a qualche tempo fa, si poteva finire in uno dei tanti istituti di reclusione sino al compimento dei ventuno anni. Oggi, per lo meno, l’hanno abbassato a diciotto.
Trenta, di anni, ne compie invece questa legge argentina in materia di responsabilità penale dei minori. Non è esattamente una legge. E’ un Decreto della Giunta Militare emesso nel 1980. Dunque, ha resistito alla tormenta della Storia durante i ventisette anni di democrazia. Ora, questa pagina shoccante di giurisprudenza sembra arrivata al capolinea. Al Congresso infatti è approdato il disegno di legge di riforma, già licenziato dal Senato, mentre la “Commissione interamericana dei diritti umani” sta per valutare una denuncia internazionale contro lo Stato argentino presentato da alcune organizzazioni del Paese.
Incontriamo Emilio Garcia Mendez nella sua casa in Jufré, nel Barrio Palermo, uno dei più affascinanti di Buenos Aires. Giurista, ha alle spalle un esilio in Venezuela, un dottorato in Germania, un soggiorno di cinque anni a Roma per l’Unicri (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), e altri dieci in giro per il Sudamerica per conto dell’Unicef. Docente di criminologia all’Università di Buenos Aires, da vent’anni si occupa proprio di diritto dei minori e si batte, con la “Fondazione Sur” di cui è presidente, per la riforma della legge penale. Non a caso, il testo in discussione in Parlamento porta la sua firma virtuale. Così come la denuncia alla Corte inter-americana.
«In Brasile si dice: di ogni cosa assurda che c’è in qui, stai certo che c’è un precedente in Bahia. Del mio Paese, posso dire che di ogni cosa assurda che c’è in Sud America, stai certo che c’è un precedente in Argentina». Ride forte, accarezzandosi la barba. Il suo accento sardo è dolce e bizzarro, pegno pagato per aver imparato l’italiano con colleghi dell’isola.
Dopo anni di reticenza, il Ministero della Giustizia, attraverso la sua Subsecreteria para los derechos humanos, ha diffuso alcuni dati. Nel 2006, erano 19.579 i minori reclusi negli istituti, l’85% dei quali con una motivazione non penale. Cioè: per le loro condizioni sociali, psicologiche e familiari. Il che significa: miserabili. Dato confermato da un’indagine del Ministero dello Sviluppo Sociale. Solo a Buenos Aires, i ragazzi negli istituti si contano in 1.584. Anche per loro, almeno sette su dieci, essere poveri è stato determinante per convincere il giudice a privarli della libertà. La maggior parte dei reati compiuti da questi ragazzi è furto. Vale a dire, delitto contro la proprietà. Altro indice della miseria.
A Lucas è successo così. La prima volta a 13 anni, rinchiuso al San Martin «per il tempo utile e necessario», ha dichiarato il giudice, prendendo tempo. Dieci fratelli, Lucas vive in Merlo, altro orlo della capitale, secondo cordone urbano. Il padre cerca di sopravvivere con i sussidi statali e con lavori saltuari di giardiniere. Lo hanno beccato con altri cinque ragazzi, un giorno di settembre, mentre rubava dentro un’auto. Manuel, invece, in un’altra auto minacciò la ragazza al volante, le rubò il cellulare e duecento pesos dal portafoglio. In cambio finì dentro al San Martin. Aveva 14 anni. Era la settima volta. Anche Daniel – i nomi continuano a non essere veri, naturalmente – è finito nello stesso Istituto. Aveva 15 anni. Encerrado 102 giorni esatti. Passata la reclusione, è tornato nella casa occupata, dove vive con la madre, operaia in una fabbrica di scarpe.
Loro descrivono l’Istituto San Martin. Si vive dietro le inferriate, le porte rimangono rigorosamente chiuse, le visite dei parenti sono irregolari e discrezionali, non c’è un regolamento interno. Loro sono passati anche al Padiglione 5, dove si finisce per “problemi di condotta”, in una cella tre per tre, senza luce naturale, né servizi igienici. Daniel racconta di esserci rimasto tre giorni, dopo aver subito reiterati maltrattamenti da parte del personale.
L’Istituto, per la legge, non è un carcere. «Eppure le ispezioni risultano praticamente impossibili. Non è permesso alcun monitoraggio esterno ed indipendente, come prevedono tutte le convenzioni internazionali», spiegano alla Fondazione Sur. Per i minori, in Argentina, sembra valere quello che in Europa gli immigrati vivono nei Cie.
La storia giudiziaria contro questi buchi neri del diritto è incredibile. E a tratti surreale. Nonostante Buenos Aires abbia recepito le Carte internazionali sui diritti dei minori, il Decreto della dittatura ha continuato pervicacemente a stare in vigore. Nel 2006, Fondazione Sur e Cels – il prestigioso “Centro Studi Legali e Sociali” di Horacio Verbitsky, molto impegnato contro l’impunità dei militari – presentano un habeas corpus collettivo, a nome di tutti i minori privati della libertà, rinchiusi a Buenos Aires. Richiesta respinta in prima e in seconda istanza, ma accettata dalla Corte di Cassazione, che emette una sentenza storica. Dichiara infatti incostituzionale il decreto militare, intima la liberazione di tutti i minori e chiede al Parlamento una nuova legge. Dà tempo tre mesi.
Ricorda Emilio Garcia Mendez: «All’ultimo giorno utile, la Corte Suprema sospende la sentenza della Cassazione. Per ragioni di Stato, si dice, in nome della “gravità istituzionale del fatto”. Il che significa: “il Ministro di Giustizia è intervenuto”. La Corte Suprema fissa un’audizione con le parti in causa, ma la sospende il giorno stesso. Per noi, come consulente, doveva esserci il giurista italiano Luigi Ferrajoli. Alla fine del 2008, la Corte si esprime, ribadendo incredibilmente la costituzionalità del Decreto militare».
Cos’è successo in quel lasso di tempo? Lo spiegheranno, nei mesi successivi, i due membri progressisti della Corte. Carmen Maria Argibay solleva una questione umanitaria: se quei ragazzi detenuti fossero usciti dagli istituti avrebbero rischiato di essere assassinati, dice. Ipotesi grave. Assassinati da chi? chiede la Fondazione Sur. La risposta arriva dal secondo membro, Eugenio Zaffaroni. Giurista di fama internazionale, icona della sinistra progressista latinoamericana, per spiegare la sentenza sceglie nientemeno che il numero di maggio 2009 di Playboy, edizione argentina. Quei ragazzi erano segnalati dalla polizia, racconta tra le varie cose, che li avrebbe uccisi. Nessuno chiede. Nessuno, tanto meno, indaga.
Una storia sudamericana, si direbbe in Europa. Una vicenda che incrocia l’eredità della dittatura, la miseria e la violenza che infettano la metropoli porteña, livelli dello Stato collusi, sentenze irreali. Ma perché tante omissioni anche nei settori più progressisti della società e della politica? Perché solo ora, dopo trent’anni da quel decreto militare, il parlamento argentino mette mano al diritto penale dei minori?
Emilio Garcia Mendez prova a a riflettere e scandisce lentamente le parole: «Perché la repressione illegale dello Stato è stata così smisurata in Argentina, durante la sua storia, che i settori progressisti non riescono ad articolare un discorso serio, alternativo ed autonomo sulla repressione legale. A livello politico, questo si è tradotto in una strana divisione del lavoro, ormai consolidata, per cui dei diritti umani si occupa la sinistra e la sicurezza la risolve la destra». E ancora: «Perché gli adolescenti non sono riconosciuti come soggetti responsabili. Invece vengono interpellati come criminali, matti, nemici, malati, che puoi metterli fuori gioco senza alcuna responsabilità. Questo Paese ha un problema con il concetto di “responsabilità”, a tutti i livelli, che fa rima con impunità per il più forte. Innanzitutto per lo Stato».
Terzo, continua Garcia Mendez, solo apparentemente è una storia sudamericana. Parla all’Europa molto più di quello che sembra: «Sono convinto che si sarebbe espressa in altro modo la Corte Suprema, e così pure i giuristi e i commentatori progressisti, se in ballo ci fossero stati delitti contro la proprietà, se i protagonisti fossero stati adulti bianchi e benestanti. In gioco, invece, c’era solo la vita di ragazzi miserabili di violente periferie urbane. E’ ormai un fatto che qui, come pure in Europa, si preferisca erodere le garanzie giuridiche e si usi la privazione di libertà come pratica di politiche sociali, per governare le periferie, cioè la società intera. In altre parole c’è un problema, qui come in Europa, con la questione della libertà».

Micromega

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