Terremoto/2. Quale ricostruzione?

TALCA – «Santa Rosa da Lima è la più potente e la più popolare Santa del Sudamerica», mette subito in chiaro uno dei parroci del santuario di Pelequén. Vissuta a cavallo tra Cinquecento e Seicento, sembra che si flagellasse fino a perdersi nelle sue visioni e che fosse tormentata dai demoni. Resta il fatto che la notte del terremoto, a febbraio, la grande cupola di rame, che troneggiava sul tetto della basilica a lei consacrata, è crollata. Ha tirato giù il soffitto e si è frantumata, spaccando persino il pavimento. Il suo stile arabesco era inconfondibile, il colore pure.
Era stata donata dal Codelco, l’impresa nazionale del rame. Certo, stilisticamente era piuttosto kitsch. Ma i disegni del nuovo edificio, per il quale la parrocchia sta chiedendo aiuto, non lasciano presagire niente di meglio. Lia Karmelic, architetta dello studio “Patricio Arias & Associados”, racconta: «A Malloa, invece, è stato difficilissimo convincere il parroco a non demolire la chiesa. Lui ne vorrebbe una nuova, uno di quei progetti che gli architetti gli stanno regalando, stile yanqui, cemento armato e minimalista». Siamo nella regione O’Higgins. A due ore da Santiago, è il centro della valle più preziosa per l’agricoltura del paese. E’ una distesa enorme di alberi da frutta, oliveti e vigneti. Luis Barra Villanueva, ci accompagna col suo pick up in giro per Malloa, di cui è sindaco da molti anni e che conta 15 mila abitanti e 32 localidades, come la piccola Pelequén. Ci mostra la Viña Morandé, una delle più prestigiose del Cile: «Quella notte una gran quantità di vino uscì dalla bodega, inondando i campi. La terra era violacea». Fa un po’ di calcoli, come un bollettino di guerra: «5.400 persone hanno subito danni, 1.300 case danneggiate, 450 inabitabili, 15 le abbiamo dovute demolire. Per due giorni non abbiamo avuto energia, né acqua potabile, perché molti collettori sono caduti, come quello». Ci indica una torretta finita a terra, con la cisterna in cima.
La regione del Maule è quella che nel Paese ha subìto più vittime, 222 su 486, la maggior parte nella costa, travolte dallo tsunami. Ed anche i danni peggiori. Qui le costruzioni in adobe, cioè in terra cruda, sono ovunque. Lo studio di Lia Karmelic sta mettendo a punto un progetto per ricostruire o recuperare 78 case, utilizzando proprio le tecniche tradizionali di architettura. Cioè: terra, paglia, legno e una maglia di ferro. E’ un intervento raro, di queste dimensioni, nel Paese. Ci spiega Lia: «Il concetto di patrimonio è molto recente in Cile, e si fa molta fatica a spiegare che quel termine non indica solo edilizia monumentale, ma la storia viva e quotidiana di un Paese. E’ ovvio che molti vecchi edifici in adobe siano caduti. Il materiale è fragile, è terra. Ma questo succede quando la struttura ha subito nel tempo interventi incontrollati o non si è fatta manutenzione. Sono edifici che hanno bisogno di cura, solo così possono resistere a lungo».
Per finanziare il progetto, di quasi 2 milioni e mezzo di euro, stanno cercando tra le pieghe del bilancio. Molti proprietari, infatti, potrebbero rientrare tra i sussidi, che possono arrivare a 12 milioni di pesos, circa 18 mila euro. Ma non si sa ancora quanti. Questo patrimonio abitativo diffuso in tutto il Cile, parte vitale della sua identità, sfugge infatti alla normativa vigente. Non rientra nella conservazione dei monumenti, per i quali i privati possono donare fondi per i restauri, con benefici sulle imposte. Né è considerato tra i piani abitativi di edilizia sociale. All’assenza di una normativa ad hoc, si aggiunge la resistenza delle persone a tenersi quelle che considerano solo case vecchie. E infine, c’è la lentezza della burocrazia. In Cile tutto dipende da Santiago. Il sindaco di Malloa scuote la testa: «E’ tutto troppo centralizzato».
Per avvicinarsi un po’ di più alle stanze dei bottoni, bisogna andare almeno nel capoluogo. Arriviamo a Roncagua. Una mostra raccoglie decine di proposte da parte di studi di architettura ed istituti universitari. Non è un vero e proprio piano di ricostruzione. Ma è un modo per canalizzare energie ed idee. Da qui verranno selezionati gli interventi fattibili e urgenti. Di sicuro avranno priorità molti restauri di edifici religiosi, o almeno ciò che ne è rimasto. Altri sono scomparsi per sempre, come la chiesa della Inmaculada Concepción nel pueblo di La Compañía. Costruita dai gesuiti nel 1758, è letteralmente collassata. Era un esempio prezioso di arte coloniale in adobe.
Le costruzioni in terra cruda sono il dilemma e la sfida del Cile dopo quest’ultimo terremoto. C’è stato chi ha chiesto di vietarle per legge. Eppure sono studiate in tutto il mondo. E in Cile sono il cuore della sua memoria architettonica. Secondo il Ministero dei lavori pubblici, più  del 40% degli edifici tutelati è costruito in adobe, con punte del 92% nella Regione della capitale, il 60% a Valparaiso, il 74% in O’Higgins, il 66% nel Maule.
«Oltre ad essere stato nel passato l’unico materiale reperibile – ci spiega Natalia Jorquera, che all’Università di Firenze fa ricerca proprio su questo tipo di bio-architettura – l’adobe ha ottime caratteristiche, grazie alla sua elevata inerzia termica e alle permeabilità al vapore. Dunque perfetto dove il clima è arido-secco e c’è una grande escursione termica tra giorno e notte, come nel nord e nel centro del Cile. Stiamo parlando di una grande ricchezza di saperi, di storia, di architettura che non possiamo perdere».
Scendiamo a Talca, Regione del Maule. La città ha subìto, oltre a 32 morti e centinaia di feriti, danni enormi. Il terremoto ha distrutto quasi 200 manzanas, i grandi caseggiati attorno alle strade squadrate, che qui non hanno nomi ma numeri per oriente, poniente, norte e sur. La città è sembra bombardata. Ne sono testimoni i 600 mila metri cubi di macerie asportate, i 1.700 edifici caduti, i 1.973 da riparare. L’80% del suo centro storico se n’è andato. Era quasi tutto in adobe.
Quello che non ha fatto il terremoto, l’hanno finito le ruspe. Qui l’ordine è stato: demolire e in fretta. Nel grande campus dell’Università di Talca, incontriamo il direttore della Escuela di architettura, German Valenzuela: «Continuando a demolire, si cancella la memoria – dice amaro – Certo, la legge è severa e quello che si è costruito dopo il terremoto dell’85 è in piedi. Sì, il Cile si è dimostrato un Paese maturo dal punto di vista ingegneristico, ma incapace di immaginare una “città”, cosa molto più complessa». E aggiunge: «La ricetta olandese del “win-win”, per cui tutti ci guadagnano, non esiste in Cile. Qui la regola ferrea è: vince solo chi ci mette i soldi. E chi ci amministra pensa alla propria città sempre come un enorme problema, mai come un’opportunità per tutti».
ll sindaco di Talca, Juan Castro, per esempio, chiede a gran voce che anche il Museo ottocentesco «si possa ricostruire con nuovi materiali. E pure il vecchio Mercato, lo cambierei tutto, fu dichiarato monumento e invece di portare vantaggi, pregiudicò la città». A Talca, partner del consorzio per la ricostruzione – secondo il modello pubblico-grande privato voluto dal presidente Piñera – è l’immobiliaria del potente gruppo Hurtado Vicuña. Il che spiegherebbe così tanta fretta a demolire, sussurrano in molti. Ma l’idea che il patrimonio antico sia un intralcio è condiviso da molti sindaci.
Chiamato in causa, il Consejo Nacional de Monumentos tira dritto con la sua politica di conservazione. Nella regione, si contano 35 tra monumenti ed edifici classificati come storici, oltre a otto “zone tipiche”, di cui sette interi pueblos. Tutti con gravi danni. Nelson Gaete, antropologo, coordina le attività del “Consejo” nella Regione. Ci spiega che sono pronti cinque progetti di restauro, per un valore di 6 milioni di dollari, finanziati dal “Banco Interamericano de Desarollo”, già approvato prima del terremoto. «E oltre ai fondi ministeriali, ci sono anche quelli privati e gli aiuti offerti dagli Stati. Nel caso dell’Italia, per esempio, stiamo trattando per il restauro della chiesa di Guacarhue, progettata alla fine del Settecento dall’italiano Gioacchino Toesca, lo stesso del Palazzo de La Moneda». Per lo meno, come dice Lia Karmelic, «mai come ora si è discusso tanto su come conservare un patrimonio architettonico che ogni vent’anni rischia di scomparire».

SCHEDA – Furono 521 le vittime del terremoto del 27 febbraio 2010. Circa 2 milioni di persone hanno subito danni, che assieme a quelli sofferti da infrastrutture ed economia ammontano a circa 30 miliardi di dollari. I dati del Ministero della casa e dell’urbanismo parlano di 370 mila abitazioni danneggiate, in 100 diverse località. 80 mila famiglia hanno ricevuto una casa di emergenza, quasi tutte in terreni di proprietà, per gli altri fu necessario costruire 107 villaggi di prefabbricati. Il piano di ricostruzione nazionale avviato da subito prevede sussidi per ricostruire, acquisire e riparare le abitazioni, per un valore totale di quasi 62 milioni di pesos. A dicembre 2010, sono stati 124 mila i sussidi riconosciuti, altrettanti ne sono previsti quest’anno. Poi ci sono i Master Plan, 24 già progettati, di cui 20 in esecuzione. Cinque sono  quelli la ricostruzione di città, sul modello di Constitucion, uno per la zona costiera centrale e quelli minori di rigenerazione dei piccoli centri.

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