Nature morte dalla fine del mondo

giugno 1, 2011

VENEZIA – «Si cercano uomini, per viaggio rischioso, poco stipendio, freddo estremo, lunghi mesi di oscurità totale, pericolo costante, ritorno in salvo dubbioso, onore e merito in caso di successo». L’annuncio era stato pubblicato sul Times, un giorno del 1914, dalla” Imperial Trans-Antartic Expedition”. Almeno così sembra, perché alcuni dicono sia una leggenda. Troppo poetico anche per quei tempi, dicono. Ad ogni modo, il mitico esploratore Ernest Shackleton effettivamente mise in piedi un equipaggio diretto al Polo Sud. Ma l’Endurance, la loro nave, rimase intrappolata nel ghiaccio. Dopo alcuni mesi i marinai la abbandonarono e quel vascello finì presto colato a picco. Il capitano e altri cinque uomini, a bordo di una scialuppa, decisero di partire, in condizioni estreme, per raggiungere la stazione baleniera della Georgia del Sud. Un’avventurosa traversata e molti tentativi dopo, tutti furono riscattati, grazie alla piccola barca cilena Yelcho, partita da Punta Arenas.
Storia di naufragi epici, di esplorazioni alla fine del mondo, di sopravvivenze al limite, di eroismi anonimi. Il Cile si sente anche così. E in quella storia di quasi un secolo fa si rivede rispecchiato. Così è successo l’anno scorso, con l’incredibile vicenda dei trentatré mineros recuperati dal ventre della terra estrema di Atacama, di fronte agli occhi sgranati del mondo. D’altra parte quell’annuncio del Times potrebbe apparire identico, oggi, per un lavoro in una miniera di rame.
E’ proprio con quelle ventotto parole, che hanno un così forte riverbero lirico, che Fernando Prats fotografa tutta la sensazione di smarrimento e di fascino che esercita il suo Paese. Lui le ha rivestite di neon e con una nave della marina cilena le ha accese nella luce spettrale della penombra artica, bianchissima di ghiaccio e scivolosa tra il qui e l’aldilà.
Antonio Arevalo, poeta e curatore, lo ha portato alla Biennale di Venezia. Quel neon campeggia all’ingresso del padiglione cileno, negli spazi dell’Arsenale, perché  «si vuole scommettere su questo artista – dice il commissario del padiglione – per posizionarsi con due piedi sulla scena artistica internazionale». Il governo di Santiago ci ha investito, mettendo al lavoro un concerto di agenzie, dal Ministero degli Esteri a Pro-Chile, dalla Marina alla Fundacion Imagen, senza attivare fondi e sponsor privati. Quasi una prova di forza, tra marketing e diplomazia.
Classe 1968, anche Prats risiede all’estero, come Ivan Navarro che rappresentava il Cile due anni fa. «Perché entrambi – dice Arevalo – sono cosmopoliti, eccentrici rispetto al mondo culturale cileno che vive spesso incastrato nell’ossessione per il teorico e il cerebrale. Loro riescono a connettersi al mondo, portando un contributo importante di linguaggi ed estetica. Così era pure Juan Downey, che abbiamo presentato qui nel 1999»
La ricerca di Fernando Prats è densa e spiazzante. Molto centrata sulla pittura, i suoi teloni e i fogli risultano macchiati, anneriti, sfregiati da “fumo, energia geotermica, acqua di geyser, sole” oppure “vento, alta concentrazione di litio, potassio, magnesio”. Prats si muove fantasmatico e materico nella terra invasa dalla lava del vulcano Chaitén o tra le macerie dopo la catastrofe del terremoto del 2010. Quest’ultima, già presentata alla Triennale di arti visive di Santiago, è una sorta di «natura morta processuale – dice di lui il teorico Fernando Castro Flórez,con cui collabora – Una mappa  delle scosse e delle fratture della natura, che più che sublime è crudele».
«Prats impressiona per la capacità di creare questa cartografia dell’eroismo – continua Arevalo – l’eroismo dei disperati, dell’umanità invisibile che si ritrova ritratta nelle viscere del Paese». Arevalo non lo dice, ma il prossimo, c’è da scommetterci, sarà Alfredo Jaar.

il Manifesto

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