Dal Venezuela ascetismi tropicali e varianti pop

giugno 2, 2011

VENEZIA – Al centro della scena sembra una classica Madonna seduta con bimbo.Il fatto è che lei ha il volto coperto da una maschera di Benedetto XVI e lui di Jocker. Tutt’attorno, quaranta enormi figure di corpi dipinti, sagome quasi cartoons dai colori sgargianti, i volti mascherati da icone mediatiche. Stalin sull’altalena e Frida Kahlo in rolley, Helena Bonham Carter alias Alice e la regina Elisabetta, Mao e Hannibal the Cannibal. In un gioco diabolico e corale si muovono sulla parete, ti sovrastano e ti fissano. Il tutto su un fondale di un dorato sfacciato. Una mezcla particolare di manga e turbo-barocco, che incanta e diverte.
Poi ci si gira, gli occhi frastornati da quella Cappella Sistina tropicale, e ci si incaglia in un assoluto bianco, un’installazione con 105 metri di carta di cotone, piegati – religiosamente a mano – in migliaia di tessiture geometriche.  Un’installazione scultorea, che si rifà all’origami con il rigore dell’astrattismo pittorico. Di nuovo senza fiato.Benvenuti in Venezuela, Giardini di Venezia, padiglione di Carlo Scarpa. Il super-pop di Francisco Bassim e l’ascetismo visivo di Yoshi sono i protagonisti. Con loro, l’immaginifica Clemencia Labin, che qui attraverserà il giardino come la mummia di Santa Lucia, accompagnata da prefiche indie, pronta per essere sepolta. E poi un video, sull’esperienza public a Maracaibo.
«L’edizione precedente aveva certo un’impronta molto “politica”, con la sua cartografia tra pratiche artistiche di diverse generazioni e culture dello spazio nazionale. Qui recuperiamo molta visualità – ci racconta Javier Cerisola, il commissario del Padiglione. Quarantacinquenne, è architetto e docente all’Università Central de Venezuela. Conosce bene Venezia, dove ha fatto ricerca e già ha seguito una Biennale, quella di architettura del 2008.
Partiamo dal titolo del progetto espositivo. Perché “Espacios”?
La curatrice della Biennale ci ha invitato a far risaltare la relazione tra opera d’arte e spettatore, con lo sguardo delle nuove generazioni di artisti. Noi abbiamo introdotto un terzo elemento: lo spazio. Inteso come utilizzo totale del padiglione e come luogo-Paese. Pensiamo che il contesto sia davvero imprescindibile. E lo abbiamo interpretato come possibilità di illuminare il Paese fuori dagli stereotipi. Così, presentiamo tre percorsi artistici profondamente diversi, tre sensibilità visuali, tre poetiche, tre pieghe della realtà, che convivono e si interrogano.
I due artisti visivi creano un effetto davvero straniante.
Francisco Bassim è impegnato da anni su una ricerca tutta figurativa. Utilizza il colore in modo originale, mescola codici visivi, dipinge persone. Yoshi reinterpreta in modo originalissimo la tradizione astratta venezuelana, una corrente di grande successo negli anni ’40 e ’50. Dunque, la geometricità, l’essenziale. Il pop, invece, non ha mai avuto una tradizione così forte, nemmeno durante il boom inglese ed americano degli anni ’60 e ’70. Forse l’unica riferimento è Marisol, ormai anziana, che vive a Parigi. Qui Bassim fa irrompere un neo-pop e una tecnica originale: ogni personaggio è dipinto su tela, incollato su pvc, la sagoma ritagliata ed appesa alla parete.
E la performer?
Anche Clemencia Labin è un’artista plastica, ma qui presenta un evento che lei stessa organizza, da dieci anni a Maracaibo, nel quartiere di tipiche case colorate di Santa Lucia. Qui, la gente umile di un’intera strada apre le case ad artisti e performer, la comunità fonde arte e spettatori. Si crea una relazione unica tra spazio pubblico e privato, dove l’arte funziona come un sistema sanguigno. Un’esperienza molto più forte di qualsiasi altra forma di public art o di notte bianca. E’ una scultura sociale, una simbiosi tra l’esterno e l’interno, capace di capovolgere e creare inediti vincoli e relazioni sociali.

il Manifesto

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