Padiglione nazionale, anzi continentale. Fra sempre e mai

giugno 4, 2011

VENEZIA – Tra i tanti padiglioni nazionali, ce n’è uno che porta lo sguardo di tutto un continente. È quello dell’IILA, l’Istituto che promuove lo scambio e la cooperazione tra America Latina e Italia, presente a Venezia fin dal 1972.  Uno sguardo messo a punto da mani e occhi intimamente latinoamericani. Intento evocato sin dal titolo, Entre Siempre y Jamás (Fra sempre e mai), liriche di Mario Benedetti, il grande poeta uruguayano, scomparso due anni fa, una delle voci critiche più intense di quel continente.
A fare da regista è Alfons Hug, già curatore delle Biennale di Sao Paulo nel 2002 e nel 2004 e della Fin del Mundo a Ushuaia nel 2009. E a trasmetterci la folata di entusiasmo creativo che dall’America Latina si affaccerà alla Biennale, ci prova Patricia Rivadeneira, l’infaticabile segretario culturale dell’IILA.Quest’anno sei commissaria e co-curatrice, assieme a Paz Guevara. Che novità troveremo?
Innanzitutto è la prima volta che presentiamo un panorama di tutto il continente, non solo dei Paesi senza Padiglione, come finora è stato.
Oltre a venti artisti latinoamericani, ne ospitate anche quattro europei. Cosa significa?
Anche questa è una prima volta. Il confronto con gli europei porta ad un dialogo che rompe le frontiere politiche e culturali  e da lì stabilisce una posizione più indipendente dell’America Latina rispetto al resto del mondo.
Uno ad uno i paesi latinoamericani festeggiano i duecento anni di Indipendenza, e si presentano effervescenti, tra boom economico e fermento culturale…
Sì, gli artisti sono stati chiamati ad interrogarsi su come il contemporaneo si confronti con la propria storia. L’occasione del Bicentenario, in coincidenza con i 150 anni dell’Unità d’Italia, offre l’opportunità di riflettere sull’estetica del presente coi suoi codici di precarietà e di fare i conti con la questione delle radici native. Nelle mostra gli artisti sono stati invitati a incrinare gli stereotipi, ad infilarsi nelle gerarchie razziste e coloniali che ancora persistono, ad immergersi nel contrasto tra l’enorme metropolitano e l’immensità di una natura che non si piega.

Artribune

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