I classici di fine ‘800 sotto la lente della teoria queer

Poteva descriversi come femminista, obesa, sposata ed ebrea. Ma rifiutava di dirsi eterosessuale, pur aggiungendo: «Tutte le volte che ho fatto l’amore con un’altra persona è sempre stato con un uomo». Eve Kosofsky Sedgwick è stata, assieme a Judith Butler, una delle matriarche della teoria queer. Le loro opere più famose, Epistemology of the closet e Gender Trouble, capisaldi del filone teorico anti-identitario, sono entrambi datati 1990 – la prima irrompendo nel terreno della sessualità, l’altra nel genere, arrivando a osservare persino i corpi come fenomeni narrativi e performativi. Gli studi e le pratiche queer, che da allora hanno cominciato a diffondersi, hanno colpito al cuore la tradizionale critica liberal e di sinistra, bianca e maschile, ammutolito il mainstream gay, sparigliato le carte del pensiero della differenza, perno del femminismo.

Dopo vent’anni, proprio Epistemology of the closet esce in Italia, finalmente tradotto per l’editore Carocci da Federico Zappino, che ha scelto come titolo Stanze private, ampliando così la sensazione del closet rispetto all’antico, piccolo e buio armadio. Il fatto che il libro arrivi qui dopo tanto tempo sembra quasi raccontare il cortocircuito tra testo e contesto italiano, «il ritardo generale nell’ingresso di tanti lavori sulla sessualità e le ricerche più radicali», riflette l’anglista Silvia Antosa, esploratrice del corpo letterario di Jeannette Winterson e autrice qui della prefazione.

Eve Sedgwick era convinta che la cultura occidentale fosse pesantemente ossessionata dal binarismo, come un codice di ordine e di igiene sociale e culturale. In questa forbice dentata un posto centrale lo assume la coppia «omo/eterosessuale». Così, le porte del closet, cioè l’armadio dove si vive l’auto-occultamento gay, si aprono e si chiudono come un marchingegno spettacolare di de-costruzione del discorso pubblico e dei suoi sottintesi. Analizzare quel passaggio è come entrare tra i meccanismi di una pedaliera autoritaria, in quello che la studiosa definisce «panico». Significa avventurarsi anche nell’altro binario, «insolubile e pericoloso» (come scrive Zappino) tra essenzialismo e costruttivismo, ovvero la genesi delle identità, in quel campo minato e seminato da biologia e biografia.

La coppia omo/eterosessuale appare, nelle pagine della Sedgwick, un’asimmetria vertiginosa, che l’autrice viviseziona prima con una serie di «assiomi» a mo’ di lunga prefazione e poi immergendosi tra le pagine più intense della letteratura di fine Ottocento, come una chirurga nel firmamento dell’immaginario omosessuale. Da James a Proust, da Wilde a Billy Budd fino ai terreni accidentati di Nietzsche, Sedgwick si interroga, pagina dopo pagina, figura dopo figura, «con la sua scrittura densa ed opaca e quel suo modo, così poco anglosassone, di reiterare i concetti, per moltiplicare i significanti ed i significati», rileva Silvia Antosa. «Utilizza una pluralità di lenti, curvandole per leggere il mondo», aggiunge Zappino. «In questo modo, Stanze private, nato come testo di critica letteraria, ha assunto un profilo intensamente politico».

Il libro era stato ripubblicato nel 2008, dall’Università della California, dove la Sedgwick aveva insegnato. Per l’occasione, a qualche mese dalla sua scomparsa, l’autrice aveva scritto una nuova prefazione, raccontando quella sorta di infinito Ottocento, alimentato proprio dal binarismo omo/eterosessuale. Trent’anni fa, raccontava, non solo un intero catalogo di pratiche sessuali, sotto l’etichetta «sodomia», era ancora fuorilegge nella metà degli Stati Uniti, ma l’apocalisse dell’Aids aveva riformulato nuove segregazioni e legami sociali. Così si può comprendere il perché di quel libro, destinato ad aprire a dismisura lo sguardo, a lei e a noi. Scriveva la Sedgwick nel 2008: «In quel regno ancora senza etichette della teoria queer, quando mi scoprii collocata in una relazione obliqua rispetto all’identità disvelata, quella posizione mi sembrò troppo irresistibile per rinunciarvi».

il Manifesto

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