Al Padiglione svizzero uno spazio queer

VENEZIA – Chewing, esattamente come masticare ossessivamente. Ma anche ritornare sui concetti e ampliarne le sensazioni, deformare le immagini, amplificare gli appunti visivi. O reiterare i passaggi ed aprire una sinfonia. O, ancora, costruire per strati ed imprevisti. Con gesti eccessivi e camp, se è chewing the scenery. Comunque sia, è questo il tentativo messo in scena, al Teatro Fondamenta Nuove, dal Padiglione Svizzero (fuori Giardini) della Biennale veneziana.
Chewing the scenery è infatti lo sguardo inclinato e stralunato che la curatrice-artista Andrea Thal ha riversato su questo angolo di Venezia, nel teatro più sperimentale ed elegante della città, di fronte all’isola-cimitero di San Michele. E’ qui che Andrea Thal ha cercato di “ricreare almeno l’atmosfera, lo spirito e la curiosità per la ricerca di Les Complices“, l’art-project space che dirige dal 2007 a Zurigo. Ma sopratutto Thal ha costruito un vero e proprio spazio queer dentro la kermesse veneziana. Una queerness richiamata espressamente dai temi che artisti svizzeri, inglesi, austriaci e tedeschi sono stati inviati ad affrontare. Ed evocata dal modo in cui cui è costruita l’esposizione, come una sorta di work in progress, con appuntamenti unici, altri basati su installazioni (per esempio i film dall’atmosfera punk No future e No past del duo Pauline Boudry e Renate Lorenz), altri ancora che si ripetono live, più volte al giorno, come l’azione teatrale di Tim Zulauf, Deviare – vier Agenten – Part of a movie. In quest’ultimo caso, ci si può infatti imbattere tutti i giorni tra le 16 e le 18, in un signore con impermeabile che sembra parlare da solo, dentro e fuori il teatro, alla pompa di benzina o nelle calli al lato e interloquire con altri tre attori presenti in video nella hall. Spiazzante, molto anni Novanta, mescola tre lingue e dffrente registri, creando una specie di “performance installativa”, come la definisce il regista.
“Volevamo suggerire un approccio aperto, collettivo e sperimentale”, spiega Andrea Thal. “Per esempio, abbiamo invitato la filosofa Antke Engel, che ha riletto il concetto di scenery come scenario fantastico, cioè possibilità di sgranare il pensiero illuminista alla luce dei percorsi post-coloniali, e interpreta l’atto di chewing come una pratica politica capace di sgretolare le strutture di pensiero e di potere predefinite”. Quello di Antke Engel è uno dei contributi per una pubblicazione che prenderà forma durante tutto il periodo della Biennale. Troveranno spazio la lettura queer dei fenomeni europei di islamofobia di Mathias Danbolt, l’immaginario coloniale svizzero di Patricia Purtshert, l’analogia tra ciclo depressivo clinico e macro-economico (Ann Cvetkovich), l’immaginario rotto nella pasoliniana Mamma Roma (Maria Iorio e Raphael Cuomo), le città fantasma cuacasiche abbandonate da un imprevisto della storia di Uriel Orlow.

il manifesto

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