culture

Gradisca il festival. L’onesto Omissis.

GRADISCA D’ISONZO – Capita spesso che, tra le pieghe della provincia italiana, piccoli paesi si trasformino temporaneamente in scenari internazionali. Così succede, da sei anni, a Gradisca d’Isonzo, nei pressi di Gorizia. Il paese, bellissimo nella sua dimensione di salotto sperduto nella Venezia Giulia, è attraversato da un festival di arti performative di sapore metropolitano e cosmopolita.
E’ “Omissis”, che sabato sera si è chiuso al top presentando l’ultimo successo di Ricci&Forte, “Grimmless”. Per tre giorni Gradisca ha convissuto con bizzarrie urbane, architetture teatrali, incursioni eccentriche di persone agghindate, manipolate, dipinte.Sempre prodotta da “Mattatorio scenico”, l’edizione 2011 è stata dedicata al “presente”, inteso come contemporaneo e come inquietudine per tutto ciò che c’è, che sia visibile o invisibile. «E che spesso non è catalogabile e dunque sfugge alle discipline, né danza né teatro. Dunque, ciò che in Italia sembra non avere spazio, anche se sono lavori e percorsi creativi splendidi. Questa è forse la particolarità di Omissis», ci racconta Alessandro Romano, che ne cura la direzione artistica.
Il festival di Gradisca, dunque, come un luogo possibile, con un’atmosfera europea e di laboratorio a cielo aperto. Tredici artisti, singoli o crew, di nove Paesi europei e quattro festival ospiti hanno invaso otto luoghi d’arte e non convenzionali della cittadina giuliana. Il tutto per un bilancio di 30 mila euro, le cui voci di spesa gli organizzatori indicano cifra per cifra, in catalogo, il che è così raro che sembra un miracolo.
Mentre gli sloveni di Mateja Bucar danzavano sulle strisce pedonali del centro ad ogni verde del semaforo, tra gli sguardi divertiti degli automobilisti, Francesca Fini usava lo specchio come ancestrale e infinita riproduzione di sé. Così, Fagarazzi e Zuffellato sussurravano delitti e complicità a visitatori bendati e il duo italo-tedesco VestandPage si destreggiava nell’antico Lapidario tra un ombrello incendiato, un calpestio di vetri e addentando cuori crudi, come una passeggiata ai bordi dei propri corpi.
Proprio i corpi sono stati al centro di tutti gli interventi.  Suka Off, cioè i polacchi Sylvia Lajbig e Piotr Wegzrynski, hanno usato i propri come trasmettitori di immagini, c’hanno infilato sensori, oggetti metallici, inviate foto e pulsioni, per ribaltare i codici di controllo sociale e reinventare i margini tra maschile e femminile. Corpi come marchingegni e pure inseparabili come le gemelle siamesi di Francesca Martinelli, che manipolano la curiosità freak e grottesca del pubblico, negli abiti di serve deformate di Genet.
Ma sono soprattutto Gianni Ricci e Stefano Forte che hanno dato lo scossone finale, in quella messa in scena del volto oscuro delle fiabe, cioè l’assenza di qualunque cosa di lontanamente salvifico. Bambini in balìa di lupi, che spesso sono altri bambini assassini, ammalati di un male banale, dove i corpi sono percossi, pianti, esibiti, diventano essi stessi girotondi infernali, un panico di lacrime, ematomi, addii, risate. Senza i fratelli Grimm, c’è solo il dolore per essere permanentemente espulsi dalle fiabe. Ricci Forte hanno portato anche a Gradisca questa loro vertigine del presente.

Artribune

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