Monika Bulaj. Un’esplosione di luce sulle donne afghane

agosto 11, 2011

VENEZIA – «Odiavo il burqa. Dentro la stoffa di nylon ti senti soffocare. Per guardare da quella grata devi girare la testa. Così gli altri controllano sempre quello che stai osservando. Ti rimpicciolisce. Ti nasconde. E a volte ti salva la vita. Ma tanto, una donna occidentale la riconoscono subito, noi camminiamo con un’altra postura. E poi le mani, devi saper tirare e chiudere le falde. Io le ho pure troppo bianche, allora le immergevo nell’henné arancio, come le unghie rovinate dalle carote delle contadine. Per gli occhi azzurri, era quasi meno grave, potevo essere uzbeca». Monika Bulaj racconta le sue storie afghane lentamente, con precisione, quasi senza tirare il fiato. Sembra irreale ascoltarla seduti sulla balconata di Palazzo Ducale, dove ci arrivano le grida dei venditori e dei gondolieri di sotto e il rumore del fiume umano che attraversa Piazza San Marco. Qui, dal 5 agosto fino al 1 ottobre resterà aperta una sua grande mostra fotografica, 136 scatti, che ricoprono le pareti nude della Porta della Carta. Venezia omaggia così questa fotografa di origini polacche, italiana di adozione ed afghana per incanto. Ed è proprio al Paese asiatico che è dedicata l’esposizione, prodotta dal Comune, in collaborazione con la Soprintendenza e l’affetto di Emergency.
“Nur, luce” si chiama, contrappunto alle ombre di un Paese immerso nella claustrofobia di una guerra senza fine. «In realtà mi interessa molto più il buio – dice Monika Bulaj – La luce la preferisco come traccia, gioco, presenza minimale. Forse dipende dal fatto che lavoro sia a colori che in bianco e nero, il che è un po’ un’eresia nel mondo fotografico, dove ti chiedono sempre di scegliere».
Come in una partitura musicale, le immagini ritmano ritratti e scene corali. Con un’impronta fortemente pittorica, colgono e aprono su volti, sguardi, corpi infagottati o avvinghiati, disperatamente soli o con la forza del gruppo, incarnati con i greggi, le pietre dure, le folate di vento che ti sembra di sentire, assieme alla tensione perenne e al disincanto brutale. «L’ho immaginata come il montaggio di un film. E al percorso visivo, che ho cercato di curare in armonia con le ombre dei rosati di questo spazio incredibile, ho aggiunto i miei appunti di viaggio, la narrazione del mio Afghanistan».
L’Afghanistan di Monika Bulaj è quello che sta «dietro la cortina di ferro segnata dalla guerra», tra le valli a nord del Panshir, Herat, Kabul, il Badakhshan, Baghlan, Samanghan fino a Kirghisi, insomma «dove mi è stato possibile arrivare, senza dover essere embedded». E’ il Paese attraversato durante tre viaggi, tra il 2009 e il 2010, da sola, o accompagnata da taxisti gentili e gruppi di donne che l’hanno protetta e nutrita oppure camionisti che le hanno raccontato i loro segreti mortiferi di Aids e l’enorme taciuto della prostituzione.
Lei non è una semplice fotoreporter, tanto meno di guerra, piuttosto una narratrice curiosa, che dosa sapientemente «disciplina, attenzione costante alle cose ed istintualità». Forse l’hanno aiutata i suoi studi di filologia a Varsavia e le sue ricerche tra le zone d’ombra delle religioni monoteiste. Di sicuro «mi sono ritrovata spinta sempre più ad Est, fino a laggiù, in un Paese archetipo, crocevia folgorante». Perché, aggiunge amarissima, «non si può non amare l’Afghanistan. Magari si può solamente odiare».
Il suo è l’Afghanistan dei nomadi, «dimenticati, ultimi, non classificabili. Ho vissuto tra i Kuci. Accampati in buche nella terra, tra le discariche, in case di argilla, tra le baracche abusive di Kabul. Qui i poveri abitano in case di fortuna, vivono in alto, sulle colline che guardano la città e da cui precipitano come pasta frolla con l’arrivo delle piogge». Monika Bulaj li ha seguiti nelle loro transumanze, a zigzag per evitare le mine: «Calmi, come se fosse tutto normale. Le donne camminavano lente dentro i loro gonnoni rossi».
Le donne: «Ad Herat ho fatto una scoperta fantastica – racconta sorridendo- Una mattina, verso l’alba, stavo fotografando un cimitero e mi sono accorta di un fiume nero di chador che entrava in un edificio enorme. Ho trovato la più grande scuola femminile del Paese. Tredicimila ragazze. Quando entri senti un brivido di felicità. Mentre le maestre ti raccontano di quando insegnavano clandestinamente durante i Taliban. La scuola è fatiscente, gli spazi insufficienti, fanno i turni, studiano nei sotterranei senza finestre, con gli scorpioni che cadono dal soffitto. Eppure resistono. Una figlia istruita è un investimento per una famiglia. Per questo si sente ripetere come una cantilena che questa è una guerra per i bambini e le bambine». Come sperando che almeno per loro sia valsa la pena tutta quest’orda di terrore. «Poi vai negli atelier di pittura e trovi appesi decine di disegni con corpi senza braccia e senza gambe. E tanti cieli dipinti, tanti, pieni solo di mani che volano».

il Manifesto

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